una nebulosa planetaria

Obiezioni alla esistenza di Dio

e loro inconsistenza

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Table of Contents

in sintesi

Perché Dio viene negato? Le motivazioni sono

  • obiezioni di tipo speculativo-razionale: Dio (un Dio onnipotente e creatore) non può esistere perché esiste il male
  • obiezioni di tipo pratico:
    • Dio non deve esistere, altrimenti non potremmo essere noi Dio, non potremmo essere davvero liberi come indipendenza assoluta
    • non ha senso chiedersi se Dio esista, perché possiamo benissimo fare a meno di Lui: la religione è solo il rifugio di chi non sa vivere.

l'obiezione speculativa: l'esistenza del male

Si Deus est, unde malum? si chiedeva Agostino. Certo, la sofferenza e le contraddizioni sono una apparentemente grave obiezione alla esistenza di un Essere creatore, che sia al contempo infinitamente buono e onnipotente.

primo livello di risposta, metodologico

Tuttavia una ragione che si concepisca, come soltanto è sano si concepisca, come coscienza di ciò che esiste, come apertura alla realtà (una ragione, ad esempio, che vedendo arrivare un leone nella giungla non gli dica: “tu non puoi esistere, perché non rientri nei miei criteri”), una ragione sana, anche psicologicamente sana, non antepone degli a-priori, ma parte dal dato, dal reale.

E dunque il dato fondamentale che la realtà esiste, non può essere scalzato da un ragionamento che, se svolto con coerenza, porterebbe a dire che la realtà non esiste.

Non è evidente che l'esistenza del male sia incompatibile con l'esistenza di Dio.

E' evidente invece che se Dio non esistesse, non esisterebbe la realtà, che invece esiste.

secondo livello di risposta, contenutistico

Che ci sia il male non è obiezione alla esistenza di Dio:

  1. in primo luogo, perché c'è un male in qualche modo inevitabile, quello che S.Agostino chiamava male metafisico, che non potrebbe mancare in una creazione che è imperfetta (non è l'Essere) e variegata al suo interno in vari gradi di perfezione (alcuni enti creati sono meno perfetti di altri);
  2. in secondo luogo, perché quel male che invece è evitabile è dovuto non alla Volontà del Mistero, ma alla volontà della creatura: è l'uomo a scegliere il male (quello che S.Agostino chiamava male morale), e da tale scelta derivano come conseguenza altri tipi di male, ossia la sofferenza, in tutte le sue forme, e la morte.

domande e risposte

Prima obiezione: perché Dio non impedisce all'uomo di commettere il male morale?

Perché Egli ha voluto creare un essere che fosse “a Sua immagine e somiglianza”, dunque libero, e non un automa che eseguisse automaticamente delle operazioni ripetitive. Il Mistero ha accettato il rischio della libertà. Lo ha fatto perché solo così il valore della sua creatura umana è davvero pieno. Ma creare un essere libero vuol dire necessariamente creare un essere che può dire non solo sì, ma anche no, cioè può commettere il male.

In ogni caso nella Sua infinita sapienza Egli sa “trarre del bene anche dal male”, così che S.Paolo ha potuto dire che “tutto concorre al bene di coloro che amano Dio”: anche la crudeltà dei cattivi, anche le disgrazie. Così il peccato di Adamo viene chiamato Felix culpa, perché “ci ha meritato un Redentore così grande”, perché nella Croce risplende l'amore infinito di Dio per l'uomo, e al contempo la straordinaria stima per la nostra libertà.

Seconda obiezione: ma perché Dio, a cui la natura obbedisce, causa terremoti, inondazioni, uragani e altre sciagure?

Questa obiezione è certo grave, ma possiamo dire che in parte molte sciagure naturali sono ascrivibili al male dell'uomo (come spesso capita nel nostro tempo); ma forse anche perché, stante la condizione di lontananza dell'uomo da Dio e dunque di rischio gravissimo per l'uomo di dannazione eterna, Dio si trova per così dire costretto a richiamare l'uomo al suo limite (morale e ontologico) anche mediante questi mezzi estremi. L'uomo si crede Dio, e così rischia la dannazione eterna: Dio lo richiama a riconoscere di essere invece una creatura fragile, e così a volgersi a Colui che, Solo, può salvarlo. Che cosa è peggio: una sofferenza limitata nella vita presente, o l'eterna infelicità? Dio dunque opta per il “male minore”, un piccolo castigo temporaneo, per evitarne uno maggiore, la dannazione eterna.

Dio come ostacolo all'indipendenza assoluta

la prima obiezione pratica

Lo ha detto benissimo Nietzsche: se Dio esiste, non può esistere il SuperUomo, cioè l'uomo non può essere SuperUomo, cioè non può essere lui stesso Dio. La filosofia dell'800 e del '900 ha appunto perseguito la via della autodivinizzazione dell'uomo: da Fichte a Hegel, da Comte a Feuerbach e Marx, per giungere a Nietzsche, il delirio della presunta divinità dell'uomo ha incantato le menti di molti uomini del XIX e XX secolo, per venire alla fine scossa dalle tragedie del '900: le due guerre mondiali, i campi di concentramento e gli altri bei frutti dell'antropocentrismo ateo. Quando l'uomo ha voluto farsi come Dio, ha finito per distruggere sé stesso.

Del resto la rovina dell'umanità è cominciata proprio con quel peccato originale che è consistito esattamente nel voler essere come Dio: “eritis sicut dei”.

Eppure ogni essere umano coltiva un po' questo assurdo sogno (assurdo non perché l'uomo desideri trascendere la propria natura: che infatti è chiamata a diventare come Dio, ma per grazia, mentre la assurdità è pretendere di possedere da subito e con le proprie forze quello che Dio ci ha promesso di dare come dono). E per questo si ribella a Dio. E il modo più radicale per ribellarsi a Lui è negarne l'esistenza.

Il desiderio di libertà, peraltro, è assolutamente buono: solo che la vera libertà è nella dipendenza dal Creatore della nostra natura, che Solo sa quale è il nostro vero bene e Solo vuole la nostra compiuta felicità.

Voler essere indipendenti da Lui significa, ci piaccia o no, essere dipendenti da un Nemico maligno, che vuole il nostro male, la nostra eterna sofferenza. A qualcuno dobbiamo servire: o a Colui che ci ama e ci vuole liberi, o a chi ci odia e ci vuole suoi schiavi.

Il “problema religioso” come inutile

La seconda obiezione pratica

Si chiama indifferentismo questo atteggiamento, per cui potremmo benissimo vivere senza porci nemmeno il problema della esistenza di Dio. Si nasce, ci si riproduce, si muore: e tutto finisce lì. Come animali. Come qualsiasi animale. Senza nessun problema.

Come si è accennato parlando della prove della esistenza di Dio, a porsi il “problema di Dio” sarebbero solo dei disadattati, che non sapendo affrontare la vita, si rifugiano fuori dalla vita, fuori dalla realtà.

Questa tesi presuppone

  • da un lato che la materia, il finito, possa appagarci fino in fondo,
  • e dall'altro che una vita vissuta religiosamente sia oggettivamente più povera e meno umana, di una vita vissuta ateisticamente, e che i credenti si illudano di essere più felici e più sereni dei non credenti.

Qui, trattandosi di esperienza, non è che si possa dimostrare razionalmente più di tanto: ognuno dovrebbe constatare nella propria esperienza se davvero si sente realizzato quando agisce “come se Dio non ci fosse”, e se scopre di essersi ingannato le volte in cui pensa e agisce “come se Dio ci fosse”.

📂 In questa sezioneIn this section

  • Perché occuparsi di Dio, ne va dell'umano: siamo essere coscienti che si interrogano sul senso della loro vita e non ci è possibile fingere di essere animali appagati dalla materia
  • Le prove razionali di Dio, una certezza possibile, ma non impostaci: la ragione può argomentare in modo certo la esistenza di un Mistero infinitamente perfetto, e la storia, personale e collettiva lo conferma, mostrando che negato Dio, a soffrirne è l'uomo
  • Obiezioni alla esistenza di Dio, e loro inconsistenza: il male è da sempre la grande obiezione contro l'esistenza di un Dio creatore onnipotente, ma la stessa ragione può venire a capo di questa obiezione
  • Una religione puramente razionale?, Impossibile!: se ci si fermasse a quanto la ragione può capire del Mistero, non si potrebbe esistenzialmente reggere