
Inadeguatezza dell'Islam
varie criticità
Table of Contents
🕌 Nota bene
Quanto segue riguarda la religione maomettana nella sua idealità sistemica, per come è stata storicamente inteso dalla grande maggioranza delle persone che hanno aderito a tale religione. Non vuole essere quindi motivo di condanna o di sentimenti di ostilità verso le persone che si sono trovate ad essere educate in base a tale religione.
Una parola anche sull'aggettivo “maomettano”, caduto da tempo in disuso. Il suo uso qui non vuole avere niente di spregiativo: se prendere il nome dal fondatore fosse spregiativo, allora anche l'aggettivo “cristiano” lo sarebbe, dato che “cristiano” è chi segue Cristo. E così, analogamente, “maomettano” è chi segue Maometto. Cristiano è chi crede che Gesù Cristo abbia rivelato la verità ultima e totale di Dio, maomettano è chi crede che Maometto abbia rivelato la verità ultima e totale di Dio. Nulla di spregiativo dunque, ma il desiderio di mantenere la analisi che verrà fatta nel perimetro della più più rigorosa oggettività possibile.
un metodo poco convincente
una rivelazione tutta interiore
Da un punto di vista metodologico il fondamento della religione maomettana è una rivelazione privata che il Profeta, Maometto, avrebbe avuto (dentro di sé). Qui c'è una profonda differenza sia rispetto all'Antico Testamento sia rispetto al Cristianesimo: ebrei e cristiani credono che Dio sia intervenuto in modo pubblicamente visibile e “toccabile”: ad esempio l'attraversamento miracoloso del Mar Rosso (preceduto dai tanti segni pubblicamente visibili che avevano costretto il riluttante faraone a lasciar partire gli Ebrei dall'Egitto), e soprattutto poi i tanti miracoli operati da Cristo e che chiunque era lì presente poteva vedere. Per il Cristianesimo punto di partenza è l'avvenimento storico di Dio fattosi uomo. Un avvenimento incontrabile, sperimentabile. Una vita nuova, incontrabile storicamente.
Nella religione maomettana invece non accade niente del genere: il Profeta dice di aver avuto delle visioni angeliche, che però solo lui poteva vedere, e che nessuno che si fosse trovato nello stesso luogo in cui egli si trovava nel momento in cui sarebbero avvenute tali visioni, avrebbe potuto vedere.
Dei segni esteriori, è vero, ci sono: ma sono tutti di segno negativo, e spiegabili in termini naturalistici, ossia la vittoria militare degli arabi sui popoli confinanti. Ma nessun miracolo pubblicamente constatabile.
Questa è dunque una prima importante differenza metodologica: per l'ebraismo e il Cristianesimo Dio, Signore della realtà si rivela nella realtà, nella storia, in una oggettività pubblicamente documentabile; per la religione maomettana Dio si rivela dentro il Profeta.
Ora, se Dio è il Creatore della realtà, per quale ragione non avrebbe dovuto usare della realtà per rivelarsi?
È vero che Dio non vuole costringere nessuno a credere, ma che Egli non dia dei segni adeguati per discernere dove è davvero Lui a rivelarsi, non appare molto credibile. E quale segno è più adeguato di un intervento nella realtà, tale da rendere la vita più umana e più lieta?
e affidata a un libro
per il Cristianesimo
Da tale prima differenza, ne scaturisce una seconda, non meno importante: se la rivelazione che il Mistero creatore fa di Sé è anzitutto nella realtà, nella realtà storica, in qualcosa di oggettivamente visibile e tangibile che non potrebbe essere spiegabto dalla ragione in termini puramente naturali, allora i testi che di tale rivelazione parlano hanno un ruolo per così dire ausiliario, ancillare: non sono cioè i Testi sacri il centro e il cuore della Rivelazione di Dio.
Ne segue che i Testi sacri (parzialmente per quelli) ebraici e soprattutto cristiani non sono dettati da Dio, ma sono ispirati da Dio (come si spiega meglio nella sezione sulla Sacra Scrittura). Questo rende l'atteggiamento cristiano verso la Bibbia molto meno legato alla sua lettera: della pagina sacra si può, e spesso si deve, dare una interpretazione non letteralistica (soprattutto per l'Antico Testamento). Così il racconto dei “sette giorni” della Creazione non va preso alla lettera, e nemmeno la creazione dell'uomo dal fango. E così via. Insomma la Rivelazione per come la intende il Cristianesimo non mutila la ragione, non costringe la ragione ad ammettere ciò che le ripugna, ad esempio in quanto contrastante con le evidenze scientifiche. Il Cristianesimo valorizza tutto l'umano e non chiede di mettersi alcun paraocchi, ma anzi sollecita a ragionare a 360 gradi e a guardare alla realtà per come è constatabile con le capacità di cui il Creatore ci ha dotato, creandoci.
per la religione maomettana
Nell'Islam per come si è storicamente affermato le cose sono diverse: dato che la Rivelazione avviene nell'interiorità del Profeta, per sapere il contenuto di tale rivelazione l'unica possibilità è che il Profeta dica quello che ha visto. E siccome egli non è fisicamente immortale, occorre che lo scriva. Ecco allora che il Libro, in cui è contenuto ciò che il Messaggero inviisbile di Dio, un angelo, ha detto al Profeta, diventa centrale, decisivo. Sacro, in un senso ben più vincolante di quanto non lo sia la Bibbia. non ricordo esattamente chi, se ne parlava però nel primo decennio del nuovo secolo, spinti a riflettere sull'Islam in seguito all'11 settembreQualcuno ha perciò potuto dire che mentre il Cristianesimo è la religione del Verbo incarnato (il “Verbo” si fa “carne”, cfr. Gv,1), l'Islam è la religione del Verbo incartato (nel senso che il verbo, la parola di Dio si fa carta, si fa libro).
Se l'unico appiglio, l'unico aggancio all'Invisibile è un Libro, un Libro non semplicemente ispirato, ma dettato da Dio, attraverso l'Angelo a Maometto, allora tale libro deve essere oggetto di una venerazione totale e assoluta. In un certo senso, probabilmente, ancora maggiore di quella che i cristiani tributano alla stessa Eucarestia.
Ne segue che, finché si resta alla modalità con cui l'Islam è stato prevalentemente inteso, occorre attenersi scrupolosamente alla lettera del testo sacro. Ad esempio dove parla della Terra piatta, o dove esclude l'evoluzionismo, o dove afferma la necessità dell'istituto schiavile o quella della guerra santa. O della necessità di sottomettere i non mussulmani e di sterminare gli idolatri.
criticità dogmatiche
Inoltre, da un punto di vista dei contenuti teologici vi sono diverse, serie criticità.
perfezione e solitudine
Per il Cristianesimo Dio è Trinità di amore, comunione di Persone. E se Dio è mistero trinitario, allora Egli è amore, pienezza di amore, vita, fuoco. In questo caso si può essere ragionevolmente certi che Dio non ha bisogno della sua creatura. E solo così è fatta salva la Sua infinita perfezione.
La assoluta perfezione di Dio infatti appare, da un punto di vista ontologico, difficilmente conciliabile con il suo essere solitario, come lo pensa la religione maomettana nella sua versione storicamente prevalsa: ma solitudine non sembra conciliabile con perfezione. La solitudine infatti appare inconciliabile con la piena e perfetta autosufficienza dell'Infinitamente perfetto. E sembra implicare che la creazione (di altri esseri intelligenti, capaci di rapportarsi coscientemente a Lui) risponda a un Suo bisogno (il bisogno di relazionarsi con altri esseri personali). Come se Lui non fosse infinitamente Perfetto, ma avesse bisogno di creare. Ma un Dio che avesse bisogno di creare, sarebbe un Dio inseparabile dal creato. Ossia, portando fino in fondo questa logica, saremmo in un orizzonte panteistico, e non teistico.
L'unico modo che ci potrebbe essere per sostenere una solitudine divina che non “costringa” Dio a creare, sarebbe quello di pensarlo come abissalmente diverso dall'uomo. Per cui la relazionalità sarebbe un bisogno umano, ma in Dio vigerebbe una logica assolutamente altra.
E qui allora si viene al punto successivo, quello della abissale distanza tra l'uomo e Dio, di cui si parla subito sotto.
Un Dio abissalmente lontano
Nella visione maomettana storicamente prevalsa Dio appare talmente lontano e inaccessibile, non Lo si può mai nominare adeguatamente, ogni familiarità con Lui è impossibile e blasfema, e l'uomo non può dirsi suo figlio, ma suo sottomesso, servo. Talmente nascosto e inaccessibile è il Suo intimo pensiero, che le leggi fondamentali dell'essere potrebbero non valere per Lui. In termini metafisici tale sarebbe l'abisso tra ciò che Dio è in Sé stesso e quanto noi possiamo di Lui conoscere, che Dio potrebbe anche volere la contraddizione, e al limite, anche il male. Ne seguirebbe una assoluta, totale indecifrabilità del Suo essere e del suo agire. E quindi una totale arbitrarietà dei suoi comandi.
Ne seguirebbe in ultima analisi un dubbio sulla Sua reale bontà e veracità, al punto che l'uomo si troverebbe a dover dubitare della sua ragione, e disposto ad accettare comandi anche quando essi fossero in contrasto con la sua ragione.
Qui c'è una importante differenza rispetto al Cristianesimo, per il quale Dio è sì Infinito, e infinitamente al di là di quanto noi possiamo conoscere, ma al tempo stesso molto di Lui lo possiamo realmente e stabilmente conoscere. È vero, infatti, che per il Cristianesimo è molto più ciò che noi di Dio non possiamo conoscere, di quanto possiamo conoscere. Ma esistono anche tratti della realtà di Dio realmente conoscibili dalla ragione umana, per quanto imperfettamente.
Insomma, in termini più tecnicamente filosofici, nel Cristianesimo coesistono apofatismo e katafatismo. Già a livello di ragione naturale, filosofica. Per non parlare poi della Rivelazione, in cui Dio si è rivelato come Padre, in Cristo, cioè nel Figlio fattosi uomo, e quindi familiare, e quindi vicino. In Cristo infatti, Dio si è fatto vicino all'uomo, si è reso incontrabile, ha in qualche modo e in un certo senso azzerato la sua infinita distanza. Tanto che lo si può chiamare Padre, Padre buono, un Padre che ama i suoi figli. Tra le tante conseguenze c'è ad esempio che per il Cristianesimo la ragione può cogliere una legge naturale che è realmente qualcosa di oggettivo e che non dipende da una Volontà arbitraria di Dio, ma Ne esprime, per così dire, la natura profonda. Ne segue che per il Cristianesimo non siamo schiavi ma figli; non siamo schiavi a cui il Padrone possa dire un giorno che uccidere è male, e il giorno dopo dire che uccidere è bene, per esempio. Certo, un padre può chiedere qualcosa che il figlio non capisce immediatamente, e che gli sembra duro da mandar giù; ma non al punto che A un giorno sia buono, e un altro sia cattivo.
il problema del male e della redenzione
Un'altra seria criticità che la ragione può cogliere nel sistema maomettano, per come si è storicamente organizzato, riguarda la spiegazione del problema del male.
Per l'Islam il peccato originale riguarderebbe solo i progenitori e i suoi effetti non si sarebbero riversati sull'intero genere umano. Per i discendenti di Adamo ed Eva non vi sarebbe altro che una certa smemoratezza dell'uomo, una dimenticanza del patto originario con Dio. Ossia qualcosa di non molto grave, e tale da rendere autosufficiente la volontà umana, senza bisogno di redenzione. La volontà umana è sufficientemente forte da poter osservare interamente la legge morale.
Di fronte a tutti i disastri che ci sono sulla Terra, si può valutare quanto praticabile sia questo pensare alla natura umana come integra e sana. Questa concezione non sembra spiegare tutto il male che c'è nella storia, gli omicidi, le cattiverie, le stragi, i genocidi, le ruberie, le infedeltà e quant'altro. Una semplice dimenticanza del patto originario, tale da non intaccare in profondità la conoscenza e la volontà umane, non appare una spiegazione adeguata.
Piuttosto tutto suggerisce che la portata del male che si incontra nella vita e nella storia umane evidenzi la impossibilità per l'uomo di essere buono e giusto con le sole sue forze. L'idea cristiana di redenzione, e di grazia, come immeritato dono dall'alto, appare, anche a un semplice sguardo razionale, più compatibile con l'esistenza e la bontà di un Dio onnipotente che si prende cura della sue creature. Per poter sanare la nostra volontà malata, ferita dal peccato, solo la grazia di Cristo, procurataci dalla sua passione redentrice, appare credibile.
Ma è una necessità logica minimizzare la portata del male, per poter giustificare il non-coinvolgimento di Dio nella concreta vicenda umana, senza doverLo pensare come freddamente indifferente e distaccato dal nostro dramma.
assenza della grazia
La lontananza di Dio è implicata anche nel fatto nella religione maomettana non esiste la grazia soprannaturale, che è l'energia divinizzante con cui l'uomo viene assimilato a Cristo e aiutato a guarire dal male e a partecipare in qualche modo della divinoumanità di Cristo.
Nell'Islam non c'è grazia, all'uomo non viene elargita questa energia soprannaturale:
- un po' perché egli non ne ha bisogno per essere risanato dal male, dato che il peccato originale riguarda solo i progenitori e non il resto del genere umano
- e un po' perché l'uomo non è destinato a partecipare della natura divina, ma la sua felicità ultraterrena consisterà solo in qualcosa di finito, anzi prevalentemente materiale.
E qui si passa alle questioni etiche: l'uomo ha in sé, nelle sue forze naturali, quanto gli occorre per salvarsi. Basta che osservi certe regole.
criticità etiche
il finito come saziante
A livello etico infatti la grande differenza rispetto al Cristianesimo è che, mentre per quest'ultimo l'uomo è chiamato ad assimilarsi a Cristo, Uomo-Dio, e quindi ad andare oltre una misura puramente naturale, per la religione maomettana l'uomo resta sempre e solo uomo, non può e non deve andare oltre la sua natura finita. Tutto ciò che deve fare, per piacere a Dio e andare in Paradiso, è alla portata delle sue forze.
Per il Cristianesimo insomma l'uomo è sempre
- o meno che umano (per il peccato originale e il male che continuamente lo insidia),
- o più che umano (per la grazia soprannaturale che gli rende possibile una carità e una misericordia di cui naturalmente non sarebbe capace)
Per la religione maomettana invece l'uomo è sempre e solo al livello in cui dovrebbe essere e da cui non può allontanarsi, né “per scendere”, né “per salire” (verso l'Infinito).
Non è che l'Islam ignori il peccato, tant'è che uno degli attributi di Dio è “misericordioso”, cioè Colui che perdona gli errori dell'uomo.
Tuttavia la percezione della potenza del male, nella vita personale, è, soprattutto nell'islam sunnita, più debole e appannata che nel Cristianesimo.
Anche perché il prezzo da pagare per poter fare a meno dell'aiuto soprannaturale di Dio (cioè della grazia) è abbassare notevolmente l'asticella dell'ideale morale, è insomma una notevole accondiscendenza giustificatoria a dei comportamenti che un cristiano considerebbe eticamente negativi. Si pensi alla poliginia. O alla ammissibilità di qualsiasi forma, anche non genitale, di espressività sessuale tra coniugi.
Ma il punto fondamentale è un altro, è questo: il cuore umano può saziarsi del finito?
La risposta a questa domanda decide se la proposta etica dell'Islam storicamente prevalso sia corrispondente o meno. Sia adeguata o meno. Ognuno ha nella propria esperienza la possibilità di verificare quale sia la risposta adeguata.
il Paradiso
Un Paradiso che fosse puro godimento materiale ci potrebbe soddisfare fino in fondo? O c'è in noi il desiderio di una felicità infinita?
La vita eterna è un paradiso di delizie terrene per l'Islam, la comunione con Dio per il Cristianesimo. Per l'Islam Dio resterà per sempre lontano e inaccessibile. Per il Cristianesimo gli eletti saranno resi partecipi di Dio, in qualche modo anzi diventeranno Dio, per grazia: per quanto è possibile infatti la natura umana sarà trasfigurata, ad immagine di Cristo, Uomo-Dio.
Giudichi ognuno se ciò che più ci può rendere felici sono i piaceri, l'abbondanza di cose, in fondo l'avere, o non piuttosto l'essere, l'essere amici del Mistero buono che ha fatto tutte le cose, vederLo e amarLo, essendo da Lui amati e innalzati a partecipare della Sua mensa.
Un bambino non è felice perché ha tanti giocattoli, ma perché sua mamma e suo papà gli vogliono bene. Potrebbe essere felice una umanità, sia pure resa immortale e incorruttibile, in un giardino di delizie terrene, non vedendo il volto di Dio, stando lontano da un Dio, le cui intenzioni intime gli sfuggirebbero per l'eternità, e che pertanto potrebbe per l'eternità essere sospettato di celare un beffardo, ultimamente maligno sorriso di scherno?
criticità “politiche”
la collettività come “sostegno costrittivo”
Quanto si dice qui ha carattere più ipotetico di quanto detto finora. È innegabile che la religione maomettana ha visto fin dall'inizio una unità tra religione e politica senza paragoni più stretta che nel Cristianesimo.
Il Cristianesimo infatti si diffonde non grazie allo Stato e alla spada, ma grazie alla testimonianza personale dei suoi credenti, che devono anzi affrontare non l'aiuto, ma la persecuzione, una persecuzione spesso cruenta, e crudelmente cruenta (essere sbranati da leoni al Colosseo o arsi vivi come torce umane nei giardini imperiali), dello Stato di allora, l'Impero romano.
Poi, certo, dopo Costantino, lo Stato diventa cristiano e favorisce la fede cristiana. Ma rimane sempre una dialettica tra l'autorità religiosa e il potere politico, che sono, nel mondo cristiano, due poteri distinti.
Nella civiltà maomettana invece il califfo concentra in sé la suprema autorità sia politica, sia religiosa. E gli stati governati secondo l'Islam pongono una serie di “incentivi”, anche pesanti e coercitivi, giuridici e fiscali, alla conversione all'Islam.
Al di là di quello che può essere un punto di vista di critica “civile” (costituzionale), qui interessa vedere quale nesso questo tipo di impostazione può avere con le già accennate premesse dogmatiche.
E sembra che (almeno) un nesso sia quello di fornire quello che si potrebbe chiamare un “sostegno costrittivo”: cioè, si ha un bel dire che l'uomo può fare il bene ed evitare il male in base alle sue forze. Ma l'evidenza della debolezza umana, cacciata dalla porta, non può che rientrare dalla finestra. Nel senso che il singolo individuo, lasciato alle sue forze (conoscitive e morali) si perde: e quindi, o lo aiuta Dio, con la grazia (che nell'Islam non c'è), o lo deve aiutare la comunità, la Umma, che è espressa dallo Stato, dallo Stato islamicamente governato.
la assenza di una legge naturale
Un motivo per cui lo Stato deve essere regolato sulla legge coranica, è anche il fatto che nella visione maomettana storicamente prevalsa, non esiste legge naturale,
- né a livello ontologico (un grave cade non perché obbedisca a una legge naturale razionalmente comprensibile, ma perché in quel momento Allah vuole che cada, senza che si possa dire che accadrà sempre così),
- né a livello etico-politico: se non fosse il Corano a dircelo, noi non sapremmo che cosa è bene e che cosa è male, né in ambito privato-individuale, né in ambito collettivo.
Anche qui c'è una importante differenza con il Cristianesimo, per il quale le leggi naturali esistono, e possono essere stabilmente colte dalla ragione di cui il Creatore ci ha dotato, e che è comune a tutti gli esseri umani.
il compito dello Stato
Ne segue che mentre per una visione autenticamente cristiana lo Stato deve limitarsi a chiedere quel livello di rispetto delle leggi che permetta una convivenza collettiva pacifica e serena (lasciando poi le persone libere di scegliere ciò che riguarda la visione ultima della realtà), nella visione maomettana storicamente prevalsa lo Stato deve in qualche modo costringere a fare il bene, quel bene che solo nel Testo Sacro trova la sua dettagliata definizione, e quindi deve spingere tutti, nel modo più persuasivo possibile, al limite senza escludere è quanto hanno fatto i tagliagole del cosiddetto Stato islamico nel Nord dell'Iraq in anni non remotialcuna opzione, a convertirsi all'Islam e ad osservarne fino in fondo le regole.
📖 Testi on-line
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Brian Gilbert, Not Without My Daughter, (tr.it. Mai senza mia figlia!),
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) 1991 (molto ben fatto, tratto da una storia reale ambientata nell'Iran degli ayatollah.).
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Olivier Stone, World Trade Center(
) 2006 (Racconta di due agenti della polizia portuale di New York, che l'11 Settembre 2001 entrarono per primi nel World Trade Center e rimasero intrappolati sotto le macerie.).
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Clint Eastwood, American Sniper(
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