un capitello romanico

Implicazioni etiche

come deve essere concepito l'agire umano, per la fede

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né edonismo né rigorismo

Quali tesi filosofiche si attagliano alla fede cristiana in ambito etico? Qui la questione è tutto sommato più semplice che in ambito metafisico o antropologico: dovrebbe infatti essere intuitivo che la fede non si concilia con l'edonismo, che fa del piacere “dei sensi” il criterio etico supremo, con un rigorismo, che come criterio supremo afferma una legge astratta e non motivata.

l'edonismo

Non è compatibile con l'edonismo perché il fine ultimo per il Cristianesimo è la vita eterna, una vita di partecipazione alla stessa intima vita del Dio unitrino, ben oltre ciò che i sensi possono cogliere, ben oltre il piacere sensibile (qui tra l'altro sta una importante differenza con l'Islam, che invece concepisce il Paradiso in termini di piacere sensibile); senza contare che, come si è visto in antropologia l'uomo ha un'anima, ed è soprattutto anima (in lui la dimensione spirituale è più importante e decisiva di quella fisica).

il rigorismo

E nemmeno è compatibile con un rigorismo che faccia della legge, una legge senza rapporto con la soddisfazione, con gli indicatori affettivi che invece per il Cristianesimo aiutano e guidano a riconoscere se la strada che stiamo percorrendo è secondo la Volontà di Chi ci ha creato: se infatti Lui vuole che facciamo una certa cosa, è ben plausibile che abbia messo dentro di noi la capacità di riconoscere che è proprio quella cosa quella che Lui ci chiede, e tale capacità implica il pensiero ma anche fattori affettivi, come la pace e la letizia, insomma la corrispondenza affettiva. Per non parlare del fatto che il rigorismo implica una spietata severità con sé stesso e gli altri, incompatibile col il realismo cristiano della misericordia, che sa quanto siamo fragili e sempre bisognosi di perdono.

senza disprezzare né il piacere, né la legge

D'altra parte una filosofia cristiana recupera e valorizza la parte di verità, sia dell'edonismo, sia del rigorismo.

bontà del piacere

Del primo, poiché il piacere in sé stesso è buono, e il fatto di non farne il fine ultimo non equivale a proporsi di fuggirlo programmaticamente.

Lo ricordava molto efficacemente Lewis nelle Le lettere di Berlicche, come quando il diavolo Berlicche ammonisce l'inesperto nipote, il diavolo Malacoda sulla vera natura del piacere, come alleato di Dio:

«Non dimenticare mai che quando stiamo trattando con il piacere, con qualsiasi piacere, nella sua forma sana e normale e soddisfacente, siamo, in un certo senso, sul terreno del Nemico. So benissimo che abbiamo guadagnato un buon numero di anime attraverso il piacere. Tuttavia il piacere è un'invenzione Sua, non nostra. I piaceri li ha inventati Lui.

Finora tutte le nostre ricerche non ci hanno reso capaci di produrne neppure uno. Tutto quanto ci è dato di fare è di incoraggiare gli umani a servirsi dei piaceri che il Nemico ha prodotto, nei tempi, o nei modi, o nella misura che gli ha proibito.

Per cui noi ci sforziamo sempre di allontanare dalla condizione naturale del piacere per far scivolare in quella che è meno naturale, che ha meno l'odore del suo Fattore, e che è meno piacevole. La formula è questa: una brama che aumenta continuamente per un piacere che continuamente diminuisce. È più sicuro; ed è stile migliore. Impossessarsi dell'anima dell'uomo e non dargli nulla in cambio - ecco ciò che riempie veramente di gioia il cuore di Nostro Padre.»

(Lettera IX)

Del resto anche un grande santo come San Francesco d'Assisi, che aveva vissuto in modo estremamente ascetico (dormendo ad esempio sulla nuda terra e non su un comodo materasso e castigando in ogni modo “frate asino”, cioè il corpo), non trovò sconveniente, nell'ora in cui stava per morire, apprezzare dei dolci che gli piacevano tanto.

bontà della legge

Ma anche del rigorismo una filosofia cristiana non può che recuperare la parte di verità, ossia il fatto che la legge esiste, ed è utile, purché sia collocata nella sua giusta funzione, di mezzo e di aiuto, e non di fine, o di ossessione predominante. Gesù Cristo stesso ha detto di non essere venuto “per abolire la legge”, ma per darle compimento. E ha detto che nemmeno uno iota (iota unum), cioè nemmeno un minimo dettaglio della legge era da disprezzare. Il punto è non farne un idolo, perché in quel caso la morale diventa «il nemico di Dio» ( «Il nemico di Dio è la “morale”!» L’autocoscienza del cosmo, cap.17 - “Inevitabili rimandi”don Giussani), perché genera inevitabilmente o superbia (riesco a osservare la legge) o disperazione (non riuscirò mai a osservarla).

oltre la filosofia

È pur vero che se si resta a livello puramente filosofico, razionale, è più difficile evitare quello che è il vero cancro della moralità, ossia il moralismo. La filosofia infatti può sì giungere ad affermare Dio come Infinita Perfezione, ma la Sua amorevole e misericordiosa paternità ci è rivelata in pienezza solo da Gesù Cristo.

Mentre il rischio che si avrebbe, fermandosi al livello puramente razionale è di pensare che occorra “meritarsi” il premio ultraterreno osservando la legge, con le proprie forze. Il che è proprio la formula del moralismo: rapportarsi a una legge piuttosto che a un Tu, e pensare che il problema sia applicare con le proprie forze quello che si capisce, applicare l'universale, invece che accogliere il Singolare, un Singolare donato, a cui dobbiamo solo dire sì.

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