Implicazioni gnoseologiche
né relativismo né dogmatismo
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Francesco Bertoldi
il realismo come dato di fatto storico
È anzitutto un dato di fatto storico: la filosofia elaborata da cristiani (e approvata, in vari modi e a vario titolo dal Magistero della Chiesa) è sempre stata di tipo realistico.
Cioè ha tenuto come coordinate essenziali della propria impostazione da un lato l'idea che la conoscenza umana conosca davvero la realtà (ciò che conosciamo non sono ”le nostre idee”, ma la realtà), e dall'altro l'idea che la nostra conoscenza della realtà è imperfetta.
Il che equivale a opporsi tanto al relativismo quanto al dogmatismo
il motivo di tale dato di fatto
ossia perché la fede è necessariamente realista
Vediamo ora quale è la ragione, il motivo, di tale scelta. Vediamo perché non poteva essere che così. Vediamo quali elementi della fede spingessero e spingano in tale direzione.
il non-relativismo
«scio Cui credidi»
(San Paolo)
Potrebbe un credente essere relativista? Potrebbe cioè pensare che ciò in cui crede siano favole, o almeno qualcosa di cui non si possa essere certi? Qualcosa di meramente consolatorio, uno dei tanti prodotti acquistabili sugli scaffali del grande supermercato delle visioni-del-mondo?
Non è che si possa escludere che qualche essere umano convinto di essere credente sostenga tali posizioni. Però, nella misura in cui uno pensasse che la sua fede sia una favola, quella non sarebbe più la fede cristiana.
La fede cristiana infatti non può che essere adesione a qualcosa di reale, o meglio, uno non può pensare alla sua fede che come alla adesione a qualcosa di reale.
il sacrificio, assurdo senza certezza
Non si può pensare alla fede come a una favola, o anche solo come qualcosa di traballante, se non altro per la semplicissima ragione che credere implica fare delle scelte, tra cui dei sacrifici, che sarebbero assurde se si pensasse di star seguendo delle favole.
Come diceva San Paolo: se Cristo non fosse davvero risorto (1 Cor, 15, 9 “Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita”), saremmo “da compiangere più di tutti gli uomini”.
San Pietro, san Paolo, i tanti martiri che hanno dato la vita per testimoniare la fede, avrebbero accettato di morire per una favola?
È vero che gente che si immola per una scommessa (per qualcosa di non certo), come tanti rivoluzionari (marxisti ma non solo, pensiamo a Thomas Müntzer) o come i “martiri” islamici che si fanno saltare per aria uccidendo molti altri.
Ma lì si tratta di gente che sceglie come quando immolarsi, e lo fa essenzialmente per disperazione.
Mentre un cristiano accetta di essere ucciso, in tempi e modi da lui non prevedibili e non programmati né voluti, perché sperimenta una letizia, in virtù cioè non di una disperazione che spinga a fuggire dalla vita, ma esattamente all'opposto, in virtù di una pienezza sperimentata.
la preghiera, assurda senza certezza
E c'è poi almeno un'altra grande ragione per cui un cristiano non può essere relativista: egli non può essere credente se non prega. E pregare sarebbe un gesto assurdo se uno non fosse certo di rivolgersi a Qualcuno che lo ascolta, se dubitasse che le sue parole vadano disperse nel vento del nulla.
il non dogmatismo
Ma la fede non spinge nemmeno verso l'errore simmetricamente opposto al relativismo, cioè il dogmatismo, la tesi che possediamo un sapere perfetto su tutto.
la fede come dono
e non come possesso
Un cristiano non può essere dogmatico anzitutto perché la fede non è un suo possesso, che egli possa orgogliosamente brandire facendone una clava con cui, se non sterminare, almeno sferzare “gli erranti”.
La fede è un dono, è il riconoscimento di una Presenza imprevedibile. Dove ad essere donato non è solo il riconoscimento, che è una grazia, perché va oltre le nostre forze, le forze della nostra ragione (la fede è una “virtù teologale”, resa possibile dalla grazia soprannaturale), ma lo è anche la Presenza da riconoscere: è un avvenimento che abbiamo bisogna che accada, e che accada ora - perché non basta il puro ricordo di un passato - e che riaccada non è l'esito di un nostro sforzo. Ma è, appunto, un dono
.Un dono, allora, non lo si può possedere orgogliosamente, come se fosse il frutto di una nostra bravura. Ma lo si può solo umilmente mendicare. Sapendo che senza il suo continuo riaccadere, noi saremmo perduti (vagheremmo “come un gregge smarrito”, per usare le parole del profeta Isaia).
E un dono come la fede è alimentato dai rapporti con i fratelli nella fede, e quindi ogni orgogliosa e altezzosa autosufficienza mal si addicono a chi è credente.
Ne segue che una filosofia dogmatica, una concezione “superba” della conoscenza umana che sostenga che l'uomo conosce perfettamente tutto, non sarebbe affine, non sarebbe familiare alla fede cristiana. Non sarebbe compatibile con il suo atteggiamento fondamentale.
proporre, non imporre
Senza contare che il dogmatismo ha delle conseguenze pratiche, esse pure decisamente incompatibili con l'essenza delle fede e della vita cristiane, ossia il dogmatismo.
E il dogmatismo implica atteggiamenti di intolleranza e di violenza. Implica la volontà di imporre a tutti ciò che uno presume di possedere. Mentre la fede cristiana si può solo proporre, e non imporre.
divergenze e convergenze
Il realismo, che rifiuta tanto il relativismo quanto il dogmatismo, è come un alveo, l'alveo più consono agli elementi essenziali della fede.
divergenze
Ciò però non significa, come ben sa chiunque conosca la storia del pensiero filosofico, che esista un solo modo per declinare il realismo: è sempre esistita, nello sviluppo del pensiero, una legittima pluralità di modi di intenderlo. Sia pure dentro le sue coordinate fondamentali.
Ad esempio sono state calibrate in modo diverso le componenti della interiorità (e del pensiero, più accentuata nella corrente agostinista) e di apporto del dato “esterno”, sensibile (più sottolineata dal tomismo).
convergenti
Tuttavia nessun filosofo cristiano ha mai potuto negare che, da un lato, l'esperienza sensibile sia fondamentale. Come avrebbe potuto farlo, dato che la fede è riconoscimento di una Presenza, che è (anzitutto) sensibile (Cristo lo si poteva vedere e toccare)? Sarebbe fede quella che dicesse “io vedo tutto dentro di me”?
E d'altro lato, nessun credente ha mai potuto negare che la conoscenza umana vada oltre l'esperienza sensibile, cogliendo delle verità universali e stabili: universali (“andate in tutto il mondo”), e stabili (“passeranno il cielo e la terra, ma le mie parole non passeranno”). Sarebbe fede quella che dicesse “credo per un certo tempo”, “credo per qualche tempo”? Come se Cristo avesse detto “Io sono con voi certi giorni, per un po' di tempo”, mentre ha detto “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.