un capitello romanico

Implicazioni metafisiche

quello che la ragione non può non sapere

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l'esistenza ... della metafisica

Si potrebbe dire che la prima, e basilare, tesi metafisica implicata dalla fede (cristiana) è la stessa possibilità di una metafisica.

Come saprà chi ha studiato la storia della filosofia, Kant è stato uno dei maggiori sostenitori della impossibilità della metafisica, in base a una motivazione che è in fondo comune a chiunque sostenga tale impossibilità, ossia la tesi che la ragione umana non conoscerebbe l'essere, la realtà.

Chiunque invece riconosca che la ragione conosce l'essere (si noti che non occorre conoscere perfettamente l'essere, la realtà, che rimane comunque mistero, cioè non è totalmente, perfettamente conoscibile, basta conoscere, per quanto imperfettamente ma realmente, l'essere), chiunque lo riconosca può poi pensare che sia legittimo parlare dell'essere, ragionare sull'essere. Il che è appunto quello che si intende con metafisica: un discorso sull'essere, sulla realtà, sulle leggi più generali della realtà, sulla realtà nei suoi aspetti più generali.

Ma riconoscere che la ragione conosce l'essere, la realtà, equivale a professare una gnoseologia realista, il realismo, di cui infatti si è parlato nella scheda sulle implicazioni gnoseologiche della fede.

i principi primi dell'essere

non contraddittorietà della realtà

E veniamo, “oltrepassata la porta” della metafisica (la sua necessaria legittimità in linea di principio), a esplorare il suo “interno”, i suoi contenuti fondamentali.

Anzitutto si può osservare come la fede non possa che implicare il riconoscimento di quelli che Aristotele chiamava i principi supremi dell'essere, ossia i principi di identità e di non contraddizione (e del “terzo escluso”): “A è A” e “A non è non-A”.

Che fede sarebbe infatti una fede che ammettesse che Dio al tempo stesso esiste e non esiste? Che Cristo è e non è Figlio di Dio? Che noi siamo e non siamo destinati alla vita eterna, in Lui?

Insomma, dovrebbe essere evidente che la fede non può ammettere la contraddizione: lo stesso Gesù Cristo ha ammonito a che «sia il vostro parlare: sì, sì; no, no. Il di più viene dal Maligno» (Mt 5,17-37).

tensione polare

Tuttavia, se la contraddizione, la vera contraddizione è da escludere, non lo è quello che Romano Guardini chiamava “tensione polare” (Gegensatz), ossia una apparente contraddizione.

Molte infatti sono le verità di fede che sono strutturate come tensioni polari (apparenti contraddizioni): l'Unità e la Trinità di Dio, ad esempio, o l'umanità e la divinità di Cristo, la compresenza, in Dio, di giustizia e misericordia e così via.

Perciò, dato che nell'oggetto della fede sono presenti tensioni polari, la fede ben dispone a riconoscere che tensioni polari siano presnti anche nell'oggetto della ragione, cioè la realtà “naturale”. Si crea insomma una naturale affinità con l'idea stessa di tensione polare, una propensione a poter pensare che tutta la realtà sia strutturata in quel modo, sia intessuta di tensioni polari.

Qui però va fatta una precisazione: mentre sul carattere non-contraddittorio della realtà non ci possono essere dubbi, sulla struttura polare della realtà sembra legittimo un ventaglio di differenti sottolineature. Il carattere “increspato” della realtà è infatti più sottolineato dalla corrente “agostiniana” (da Agostino a Pascal a Henri de Lubac), in linea con una percezione più drammatica dell'esistenza, mentre esso è meno considerato dalla corrente aristotelico-tomista, che ha una percezione più “tranquilla” dell'esistenza.

la natura della realtà finita

né idealismo, né materialismo, né irrazionalismo

La realtà finita, ossia anzitutto ciò che ci è immediatamente dato da conoscere, ciò che conosciamo immediatamente (le cose materiali e noi stessi) non può essere concepita, in una prospettiva di fede, né come la concepisce il materialismo né come la concepisce l'idealismo, e men che meno come la concepisce l'irrazionalismo. Vediamo perché.

Per il materialismo, una concezione sostenuta in età antica dagli atomisti, e in età “contemporanea” (tra gli altri) da Marx, l'unica realtà esistente è quella percepita dai sensi, la realtà materiale. È quindi abbastanza ovvio che il materialismo non è compatibile con la fede, che è fede in Cristo, Dio fattosi Uomo. Per il materialismo infatti non esiste Dio, e quindi vano e ingannevole è credere in Lui, e non esiste anima, quindi con la morte del corpo tutto finisce.

Apparentemente al contrario l'idealismo vede la realtà finita, materiale come inconsistente, come non indipendente: non indipendente dal Pensiero. Non però dal pensiero di Dio, ma dal Pensiero umano. Per l'idealismo infatti l'uomo (non il singolo uomo, ma l'Umanità collettiva) è qualcosa di divino e crea la realtà visibile. Si vede bene che anche questa concezione è incompatibile col Cristianesimo, perché non ammette l'esistenza di un Dio creatore altro dall'uomo, un Dio che avrebbe anche potuto non creare l'uomo e il mondo.

Ancora più lontano dalla fede è l'irrazionalismo, e non è un caso che Nietzsche, il suo maggior sostenitore, sia stato definito come il sostenitore dell'ateismo più radicale che sia mai esistito.

l'esistenza di Dio

Questo punto, che è il culmine del discorso metafisico, è stato come accennato, solennemente proclamato dal Concilio Vaticano I:

«Si quis dixerit, Deum unum et verum, creatorem et Dominum nostrum, per ea, quae facta sunt, naturali rationis humanae lumine certo cognosci non posse: anathema sit»»

Concilio Vaticano I, Dei Filius, De Revelatione, § 1

Del resto, lo stesso San Paolo, nella Lettera ai Romani aveva affermato la insescusabilità di chi non riconosce, a partire dalle Sue opere visibile, l'esistenza del Creatore:

[19]ciò che di Dio si può conoscere è loro [ai pagani negatori di Dio] manifesto; Dio stesso lo ha loro manifestato. [20] Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l'intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità; [21] essi sono dunque inescusabili, perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa.

Rm, 1

Vediamo però qualcosa sulla ragionevolezza di tale categoricità. Se Dio non fosse razionalmente conoscibile, che senso avrebbe dire, come è fondamentale per la fede, che Cristo è Figlio di Dio? Sarebbe ancora fede quella che credesse in qualcuno che potrebbe essere “Figlio del nulla”?

Perché, se non possiamo argomentare razionalmente l'esistenza di Dio, non siamo certi che Dio esiste, e quindi Dio potrebbe non esistere, ossia potrebbe non essere nulla. E quindi l'espressione “Figlio di Dio” non “equivarrebbe necessariamente”, ma “potrebbe equivalere” all'espressione “Figlio del nulla”. E ciò sarebbe accettabile? Potrebbe un credente accettare che la sua fede si riferisca al nulla? Torneremmo a quanto si è detto della conoscenza: la fede potrebbe essere una favola. Ma su ciò che anche solo potrebbe essere una favola non si può costruire la vita. Come non si può costruire sulle sabbie mobili, ma solo su un fondamento solido.

la “natura” di Dio

Certo la ragione filosofica se già non può conoscere perfettamente la realtà sensibile, le cose che vediamo e tocchiamo, le creature, a maggior ragione non conoscerà perfettamente il Mistero, il Creatore, Dio. Anzi, come ha sottolineato Dionigi lo pseudo-areopagita e come il Magistero della Chiesa ha sempre ribadito, è molto di più ciò che di Dio non conosciamo di ciò che di Lui conosciamo.

Tuttavia alcune “caratteristiche”, alcuni aspetti, della “natura” (per così dire) di Dio, del Mistero, possono essere razionalmente conosciuti.

la Sua infinita perfezione

In particolare il suo essere infinitamente perfetto, condizione necessaria perché egli possa essere il Creatore sommamente provvidente della realtà “finita” (nel senso di limitata), la realtà cioè che noi siamo e vediamo.

Vediamo meglio allora perché questa caratteristica di infinita perfezione, affermabile già filosoficamente, è anche richiesta, implicata dalla fede.

Ad esempio per il fatto che alla fede è essenziale la realtà del miracolo, cioè della irruzione del soprannaturale nel naturale: che Dio si sia fatto Uomo è un miracolo, che abbia trasformato l'acqua in vino è un miracolo, che abbia guarito storpi, ciechi, lebbrosi, indemoniati è un miracolo, che abbia risuscitato Lazzaro è un miracolo. Che Lui stesso sia risorto con un corpo glorioso e incorruttibile è un miracolo. Per limitarci ad alcuni esempi. Ma si potrebbe parlare anche dei miracoli di cui parla l'Antico Testamento. O di quelli fatti dagli Apostoli. O dai Santi.

Non sarebbe insomma pensabile una fede che non ammettesse la capacità del soprannaturale di irrompere nel naturale e trasformarlo. Oltre le normali leggi che lo regolano.

Ma per poter modificare le leggi della natura occorre poter disporre “a proprio piacimento” della natura, cioè esserne il Creatore. Un Demiurgo platonico (che modifica una materia già esistente, ma non la crea) non lo potrebbe. E poiché creare implica far passare dal nulla all'essere, solo un Essere infinito, infinitamente perfetto,dotato di un potere infinito, potrebbe creare.

una tesi non scontata

Da notare che nell'attuale contesto, non mancano “teologi” che negano che Dio sia l'infinitamente perfetto, ma lo concepiscono come una entità finita e in divenire, come una sorta di fratello maggiore. Vito Mancuso ad esempio sostiene tesi di questo genere.

La motivazione data da queste teologie, limitiamoci a un breve cenno, è la classica obiezione del male: se Dio fosse infinitamente perfetto, e quindi onnipotente, come mai nel mondo ci sarebbe il male?

creazione e provvidenza

Anche questi due concetti sono anzitutto di pertinenza filosofica; ma anch'essi sono in qualche modo richiesti dalla fede.

Per la fede il cuore della realtà è la lotta tra il Bene, Dio, rivelatosi nel modo più completo in Cristo, e il Nemico, il diavolo che cerca di opporsi al disegno di Dio. Ma la fede non concepisce il diavolo come un “dio cattivo” di pari potenza del “dio buono”: questa è, piuttosto, la tesi del manicheismo. Dio, per la fede, è “creatore del cielo e della terra”, e lo stesso diavolo è una sua creatura. Una creatura che ha usato male della libertà concessale dal Creatore, ma pur sempre una creatura, dal potere finito.

Il Figlio di Dio si incarna per “riprendersi” quello che è Suo, cioè la realtà umana, la realtà degli esseri umani, che il diavolo era riuscito a “sottrargli”, a rubargli, ingannandoli e seducendoli. Ma tutta la realtà è Sua. E lo è perché l'ha creata Lui.

Fin qui, il dato di fede. Che, come è intuitivo, ben si attaglia a una riflessione filosofica che affermi il “principio di creazione” (per dirla con Bontadini).

Sarebbe infatti pensabile l'incarnazione del Verbo in un mondo che non fosse Suo? Se il mondo esistesse indipendentemente da Dio, o se fosse anche solo in parte indipendente da lui (come lo è la materia per i manichei) a quel punto l'incarnazione del Verbo diventerebbe non poco problematica.


Se poi il mondo è creatura di Dio, allora esso è governato dalla Sua provvidenza, altro concetto che diventa inevitabile una volta ammessa la creazione, e che è un indispensabile requisito della fede.

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