un capitello romanico

Implicazioni politiche

come deve essere concepito la vita collettiva, per la fede

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Table of Contents

uno stile inconfondibile

fratellanza universale vs inevitabilità del conflitto

Prima ancora che sui contenuti una filosofia politica che si voglia conforme alla fede deve ispirare uno “stile”, un modo di rapportarsi agli altri soggetti (individuali e collettivi) in netta antitesi con l'idea di contrasto inevitabile, uno stile che invece parta dal presupposto che tutti gli esseri umani sono fratelli, sono membra della stessa famiglia. Una famiglia che ha un unico e medesimo Padre, che vuole bene a tutti, che vuole il vero bene di tutti.

Il motivo per cui il contrasto di fatto innegabilmente esiste è che non tutti (anzi praticamente nessuno in modo perfetto), accettano il bene che il Padre ha pensato per loro, e inseguono invece falsi beni, falsi obbiettivi, e proprio questi mettono gli uni contro gli altri, sia nel micro- sia nel macro-cosmo, come individui, cioè, o come gruppi, come soggettività collettive.

Questo stile, che già la ragione (filosofica) può riconoscere come il migliore, tant'è che è quello praticato in qualche modo anche da dei non cristiani, come Socrate, o come Gandhi, è richiesto dalla fede, per la quale appunto tutti gli esseri umani sono fratelli, e il contrasto c'è ma non è originario, non è strutturale, quindi non è inevitabile. Può, e deve essere superato, perché solo così si realizza l'umano.

Quindi filosofie politiche che teorizzano la inevitabilità dello scontro e della violenza, come quelle di Hobbes, di Hegel, di Marx, o di Carl Schmitt, sono incompatibili con la fede. Così come lo è chiunque teorizzi il diritto del più forte.

non però ebete arrendevolezza

Va aggiunto che la disponibilità al dialogo è altra cosa dalla arrendevolezza all'ingiustizia: come spiego in Dia-logos, il dialogo (dia-logos) suppone il logos, quindi l'uso della ragione, che è in grado di discernere (lo si è ricordato nelle implicazioni gnoseologiche della fede) dove stia il diritto e dove il torto.

Ne segue che il pacifismo inteso come resa al male, come accondiscendenza all'ingiustizia, a una ingiustizia che può essere evitata, non è compatibile con la fede. La vera pace suppone la verità e la giustizia: se non si chiamano le cose col loro nome per paura di irritare l'aggressore, non si rende un buon servizio né alla giustizia e nemmeno alla stessa pace. Perché più corda si dà all'aggressore, più lo si incoraggia a inoltrarsi sempre più nella sua cattiva strada (come è accaduto, nel modo più clamoroso col fallimento della politica di appeasement negli anni precedenti la Seconda Guerra Mondiale).

i contenuti: equilibrio tra libertà e giustizia

Già la se ne può trovare il testo in eTexts Rerum novarum (1893) di Leone XIII (ripresa poi dalla successiva dottrina sociale) delinea questo equilibrio cattolico (cristiano) tra le esigenze della libertà individuale e quelle della giustizia.

Da un lato infatti occorre garantire, contro le filosofie politiche di indirizzo collettivistico e statalistico (come il marxismo), il diritto dell'individuo di intraprendere liberamente una propria attività economica. Senza quindi demonizzare l'iniziativa privata, e l'economia di mercato in quanto tale.

Dall'altro non si può lasciare il campo dell'economia alla logica del puro profitto, di un profitto inteso in modo esasperatamente egoistico e individualistico: occorre ricordare, dal punto di vista etico, che l'economia è comunque soggetta all'etica (e quindi a un senso di giustizia: papa Leone XIII parlava al riguardo, ad esempio della “giusta mercede”, nel senso che il salario di un lavoratore non dovrebbe essere stabilito solo in base alla legge della domanda e dell'offerta). E, da un punto di vista politico, è bene che lo Stato si faccia carico di garantire un livello minimo di giustizia distributiva, che eviti la deriva di un individualismo esasperato, quale si esprime nel capitalismo “puro” e a maggior ragione nell'attuale “supercapitalismo”.

Ne segue la incompatibilità della fede con teorie neoliberali, che facciano del profitto il criterio supremo della vita economica, sottraendola a una valutabilità etica. Se lo Stato non deve essere protagonista dell'economia (come nelle economie collettivistiche), esso non può abdicare a un minimo di funzione arbitrale.

democrazia o dittatura?

quale forma di Stato meglio si addice alla fede

Il pensiero cristiano non ha abbracciato subito la forma di Stato democratica: a lungo (ancora nel Sillabo di Pio IX) essa è stata identificata con un potere creatore del “popolo”, come cioè se il popolo, la maggioranza, potesse creare il bene e il male, e non riconoscerli. Come se, per far diventare buona o cattiva una certa azione, bastasse il volere della maggioranza.

Ma tale idea non è intrinseca alla democrazia, che può ben essere concepita come la forma di Stato che permette alla maggioranza di riconoscere quale è, in un certo momento, la miglior declinazione, in quella particolare situazione storica, di valori in sé oggettivi e indipendenti dalla volontà umana.

Di fatto, soprattutto dopo la Seconda Guerra Mondiale, i cui immani disastri sono stati causati dalle ossia i totalitarismi di estrema destra, nazismo e fascismo e di estrema sinistra, il comunismo russodittature anti-democratiche, la Chiesa ha non solo riconosciuto la piena legittimità di una democrazia (nei termini sopra richiamati), ma l'ha di fatto ampiamente preferita alla forma dittatoriale di Stato.

De resto, per molto tempo l'alternativa alla democrazia era costituita dalla monarchia (più o meno assoluta), che, oltre ad essere enormemente più moderata e meno invasiva delle più recenti dittature, garantiva oltretutto una certa benevolenza verso la Chiesa.

Ma oggi, la alternativa alla democrazia sono delle brutali e sanguinarie dittature, che violano sistematicamente i diritti umani, promuovono la guerra, e non danno spazio alla libertà della Chiesa (si veda la politica invasiva e arrogante del governo comunista cinese).

Quindi non dovrebbero esserci molti dubbi sul fatto che la democrazia è senza paragone più compatibile con la fede della dittatura, o meglio dei (neo)totalitarismi.

La democrazia è del resto la più conforme alla “politica” di Dio, che non si impone, ma si propone, e rispetta la libertà delle persone. Come fa la democrazia. E come non fanno i totalitarismi e le dittature.

📂 In questa sezioneIn this section

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