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La confessione

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il fondamento biblico della confessione

è Cristo stesso ad averlo “previsto” e ad aver istituito quello che è poi diventato il sacramento della confessione. Come spiega il Compendio del Catechismo della Chiesa cattolica

«Il Signore risorto ha istituito questo Sacramento quando la sera di Pasqua si mostrò ai suoi Apostoli e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi, e a chi non li rimetterete resteranno non rimessi”» (Gv 20,22-23).

§ 298

peccato e confessione

La confessione, in estrema sintesi, è il sacramento con cui si viene perdonati per i peccati commessi. È quindi opportuno dire qualcosa sul concetto cristiano di peccato, su cui ci possono facilmente essere equivoci.

un falso senso del peccato

il rimorso, e il “senso di colpa”, non sono reale pentimento

Per “peccato” è infatti molto facile intendere la trasgressione a delle regole circoscritte, che oltretutto vengono abitualmente selezionate. Questo suppone l’erronea convinzione che la vita di fede (e la moralità nella vita di fede) consista nell’osservanza di regole, sia cioè rapporto con una legge (ben circoscritta e da cui, come accennato, si è tra l’altro sfrondata una quantità tutt’altro che irrisoria di regole). Mentre la vita è rapporto col Tu di Cristo, rapporto con la Sua iniziativa imprevedibile e che va sempre oltre i nostri progetti e le nostre aspettative, con la Sua iniziativa, che va sempre oltre quanto noi possiamo prevedere e immaginare.

Questo non significa che la legge sia abolita, e che non ci siano regole, ma la legge e le sue regole sono un mezzo, per aiutarci al rapporto con Cristo, e non il fine. Lo stesso Fondatore lo ricordava quando disse che “il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato” (Mt, 2, 27).

Ne segue che un pentimento che fosse rammarico e rimorso di non essere stato capace di osservare un circoscritto segmento di regole, di non essere stato capace di coerenza, senza “guardare in faccia” Cristo (per usare parole di don Giussani) non sarebbe un pentimento cristiano. Sono interessanti le sue osservazioni al riguardo, di cui riportiamo alcuni stralci:

Che si è peccatori non è un giudizio se non emerge quando guardiamo la faccia di Colui che abbiamo contristato.

Luigi Giussani, Egli solo è, 8a stazione

«È più grande la misericordia di Dio che il peccato. Questo non vuol dire che Dio sia mentitore e dica: «Sei bravo quando sei cattivo». Dio non consacra una tua bontà quando vuoi il male; Dio ha bisogno solo d’un punto d’appoggio in te, di un’infinitesimale punto di verità per costruirci sopra, con la sua potenza, la tua conversione. Per ricrearti! È solo la potenza di Dio che ti può ricreare, ma ha bisogno di un punto, un punto solo di verità in te. Perché Dio non può costruire su una menzogna. E questo punto infinitesimale di verità in te sta nella sincerità di quella domanda, e basta.»

Luigi Giussani, Meditazione a esercizi di GS, Friburgo 1967

Sempre Giussani sottolinea che

il ricordo del male che abbiamo fatto (...), se ci fa insabbiare nella umiliazione, non ci fa più progredire e il disegno della menzogna — o del maligno — si attua. (...)

Non è il male che produce il dolore: è un amore all’Altro, è l’amore a una Presenza che produce il dolore di una mancanza fatta.

Luigi Giussani, Affezione e dimora, p. 171

dolore vs. scandalo

Il dolore per il proprio male che ha in qualche modo contristato Colui che ci vuole infinitamente bene (e sa meglio di noi quel è il nostro vero bene, perché ci conosce meglio di quanto ci conosciamo noi stessi), è cosa diversa dall’orgoglioso dispetto di non essere stato capace di mantenere un certo livello prefissato.

Nel primo caso lo sguardo è al Tu, nel secondo caso è ripiegato su di di sé.

Nel primo caso c’è dolore, nel secondo scandalo. Dove lo scandalo, in questo contesto, significa la non accettazione della realtà, che è anche (tutto) quanto accade, compreso quanto uno ha fatto. Lo scandalo è di non essere riuscito ad essere coerente, a non raggiungere il livello prestabilito, il dolore è di aver rattristato un Amico, il più grande e unico vero Amico che ci sia dato.

Cristianamente uno non dovrebbe mai scandalizzarsi (“ecco, questo non doveva proprio succedere!”), né del proprio, né dell’altrui male. Anche dopo il Battesimo, infatti, il credente non è “assicurato contro il peccato”: è pressoché inevitabile cadere. Solo un “fariseo” può credersi perfetto e non bisognoso di perdono.

E la confessione è appunto ciò che ci rimette in piedi qualsiasi cosa sbagliata abbiamo fatto. Papa Francesco lo ricordava con insistenza: «Dio perdona sempre».

una prospettiva interessante

«la felicità della reciproca comunicazione»

Nel suo libro sulla confessione La confessione, Adrienne von Speyr, una grande mistica del XX secolo, amica di Hans Urs von Balthasar, uno dei maggiori teologi contemporanei, fa delle osservazioni molto interessanti.

In sintesi, sostiene è giusto chiamare “confessione”, piuttosto che “penitenza”, il sacramento di cui stiamo parlando, perché esso è legato a quello che dovrebbe essere l’atteggiamento fondamentale del credente: la completa e fiduciosa apertura al Padre, il dirgli quindi tutto, con semplicità, senza finzioni.

Ne riporto alcuni passaggi:

la felicità della reciproca comunicazione

La beatitudine di Dio consiste in questo: rivelarsi davanti a Dio. Dio, che vede tutto, avrebbe naturalmente la possibilità, umanamente parlando, di vedere le cose anche senza che ci sia qualcuno a rivelargliele [...] Ma in Dio c'è la gioia di rivelarsi e la gioia di contemplare ciò che è rivelato, la felicità della reciproca comunicazione che comprende sia il rivelare sia l'accogliere la rivelazione. »

[p. 19]

Il peccato, sulla croce

Il Figlio di Dio, incarnandosi, ha preso su di sé la colpa dell'uomo, pur senza commetterla, ma portandone su di sé tutto il peso e senza pretendere immediatamente la assoluzione.

Tanto è vero che il Padre stesso non Lo ha subito assolto; ed è questo il mistero del Sabato Santo. Tra croce e la resurrezione c'è una attesa. Perciò sbagliano i penitenti quando pensano che l’assoluzione sia un loro diritto.»

«Per il Signore la conoscenza del peccato, nella [Sua] vita, è soggettiva (egli lo vede come lo vede un uomo), sulla croce è oggettiva (lo vede come lo vede Dio)».

«Come il Figlio, in quanto persona umana e divina, essendo in comunione con il Padre, è sinceramente aperto verso di Lui, così la persona cristiana, mediante la sua sincera apertura al ministero della Chiesa, è unita con il Signore, e per mezzo del Signore è unita col Dio uno e trino. Nella sua sincerità verso il Padre e il mondo, il Figlio è colui che confessa, è la parola; lo è in sommo grado sulla croce nella grande confessione del peccato del mondo.»

[p. 47 e p. 70]

Si veda anche

da un punto di vista (anche) filosofico:

📚 Bibliografia essenziale

  • copertina del libro, Riconciliazione cristiana e comunità degli uomini. Contributi per un dibattito, Milano 1984(compra su amazon o compra su IBS).
  • copertina del libro, Nos actes nous suivent, Paris 1927, tr.it. I nostri atti ci seguono, Rizzoli, Milano (compra su amazon o compra su IBS)[Sulla inevitabile presenza del (nostro) passato sul (nostro) presente].
  • copertina del libro, Vom Ewigen im Menschen, 1921, tr.it. L'eterno nell'uomo, CUSL, Milano (compra su amazon o compra su IBS).
  • copertina del libro, Il pentimento, 1928(compra su amazon o compra su IBS)[brani scelti, a curra di Angela Ales Bello, da L'eterno nell'uomo].
  • copertina del libro, Die Beichte, Einsiedeln 1960, tr.it. La confessione, Jaca Book, Milano (compra su amazon o compra su IBS).

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