una kimmagine del santo

Pier Giorgio Frassati

una fede amante della vita

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🍹 Introduzione

Pier Giorgio Frassati è un santo dei nostri giorni, morto giovane, a meno di 25 anni, ma con una vita intensissima. Egli colpisce per il suo modo non moralistico di vivere la fede: la sua fede non impediva di scherzare (anche molto) e di divertirsi in modo sano (era grande appassionato della montagna); anche se poi egli era impegnato con straordinaria serietà, sia in ambito politico, con giudizi molto chiari (e comportamenti coraggiosamente conseguenti) sul nascente fascismo, sia in ambito sociale, con una insonne, benché nascosta agli occhi dei suoi genitori, attività a favore dei poveri.

👤 Cenni sulla vita

Pier Giorgio Frassati nacque a Torino il 6 aprile, sabato santo, del 1901 da Alfredo, fondatore del quotidiano “La Stampa” nel 1895, e da Adelaide Ametis.

La madre si distingue per il carattere forte ed il temperamento di artista. Un anno dopo i coniugi Frassati daranno a Pier Giorgio una sorella, Luciana, che diverrà sua inseparabile compagna di giochi e di studi. La famiglia Frassati può essere considerata appartenere all’alta borghesia locale ed è culturalmente di sentire liberale, con il padre agnostico e la madre credente in maniera formale: da questa Pier Giorgio riceve i primi rudimenti del cattolicesimo, mentre la fede, invece, maturerà in lui in maniera inaspettata, divenendo il fondamento stesso della sua vita.

Ricevette la sua formazione scolastica presso la scuola pubblica “Massimo d’Azeglio” e poi, l’“Istituto Sociale” dei Gesuiti. Il contatto con la spiritualità ignaziana e la formazione impartita portarono il giovane Pier Giorgio a fare la Comunione tutti i giorni, e successivamente ad entrare nelle Conferenze di San Vincenzo. Pur provenendo da una famiglia borghese, da giovane scelse di essere vicino ai bisognosi diventando il “facchino” dei poveri, trascinando per le vie di Torino i carretti carichi di masserizie degli sfrattati. Come membro della Conferenza di S. Vincenzo visitava le famiglie più bisognose alle quali offriva conforto e aiuti tangibili. La sua fede profonda si nutre di Eucaristia quotidiana, preghiera, confessione frequente. È innamorato della Parola di Dio: nel suo tempo è lettura riservata di fatto ai consacrati, ma lui si procura i testi per leggerli personalmente. Fidandosi totalmente delle parole di Gesù, vede nel prossimo la presenza di Dio, si considera «povero come tutti i poveri»: si prodiga in parole e gesti di carità fraterna, sia da solo che nella forma organizzata delle Conferenze di San Vincenzo, per le strade di Torino, nei quartieri poveri, al Cottolengo.

Nel 1918 si iscrisse ad Ingegneria meccanica (con specializzazione mineraria) per potersi dedicare a Cristo tra i minatori, che erano tra gli operai più umili e meno qualificati. Nel 1919 aderì alla FUCI (Federazione Universitaria Cattolica Italiana). Entrò a far parte dell’Azione Cattolica partecipando al circolo Milites Mariae facendo proprio il motto del PAS “Preghiera, Azione e Sacrificio”.

Nelle forti tensioni del primo dopoguerra è impegnato in un apostolato sociale, che lo vede presente anche nelle fabbriche. Convinto della necessità di riforme sociali, nel 1920 entra nel Partito Popolare Italiano che considera un utile strumento per poter realizzare una società più giusta. Nel medesimo periodo il padre è nominato Ambasciatore in Germania. A Berlino Pier Giorgio visita i quartieri più miseri ed entra in contatto con i circoli dei giovani studenti e operai cattolici tedeschi. Nel settembre 1921 a Roma, durante una grande manifestazione della Gioventù Cattolica, difende la bandiera del suo circolo dall’assalto delle Guardie Regie, venendo arrestato. Gli scritti di Santa Caterina da Siena e gli accesi discorsi di Savonarola lo spingono a entrare nel 1922 nel Terz’Ordine Domenicano con il nome di frate Girolamo. Da fervente discepolo di San Domenico, recitava ogni giorno il Rosario, affermando che “Il mio testamento – mostrando la corona del Rosario – lo porto sempre in tasca”. È iscritto a numerose associazioni ecclesiali, in cui riversa i tanti interessi della sua ardente vita cristiana.

Le sue giornate erano divise quindi tra preghiera, aiuto ai bisognosi, studio e amici. Dopo la sua morte, i genitori appresero dagli amici del figlio, e da coloro che avevano ricevuto il suo aiuto, lo stile di vita di questo ragazzo che correva per le strade di Torino, sempre a piedi perché i soldi per il tram li offriva in elemosina, per comprare le medicine per le persone ammalate, donando finanche i suoi indumenti per coloro che ne erano privi. I genitori lo rimproveravano spesso perché arrivava sempre tardi essendo all’oscuro della vita caritativa del loro figliolo.

Il giovane Pier Giorgio aveva pensato anche alla consacrazione sacerdotale ma scelse di vivere la vocazione alla santità nello stato laicale perché questo stile di vita gli permetteva di condividere da vicino il mondo degli operai e dei poveri attraverso un’azione sociale in prima persona. Ebbe anche un amore per una ragazza, Laura Hidalgo (1898-1976); la sua bassa condizione sociale provocò una feroce opposizione dei genitori. Pier Giorgio, pur di non spaccare la sua famiglia di origine, rinunciò a formarsene una.

A livello politico, pur essendo iscritto al Partito Popolare di don Sturzo, ne criticò alcune posizioni politiche tendenti ad appoggiare il nascente fascio. Parole durissime ebbe col circolo Balbo, allorché, in occasione della visita di Mussolini a Troni, esso espose in segno di calorosa accoglienza, la bandiera italiana.

È appassionato di montagna e di sport, e s’iscrive al Club Alpino Italiano e all’associazione Giovane Montagna. Egli vedeva nella montagn un modo per salire anche in senso metaforico, verso il Mistero. Organizza spesso gite con gli amici (la Società dei Tipi Loschi) che diventano occasione di apostolato. Va a teatro, all’opera, visita i musei, ama la pittura e la musica, conosce a memoria interi brani di Dante. È sempre attento, però, alle necessità degli altri, in particolare di poveri e ammalati, ai quali dona tempo, energie, la stessa vita.

Si spendeva instancabilmente per i poveri di Torino, a cui dava tutti i soldi che poteva. Se ne sarebbero ricordati il giorno del suo funerale, quando si assiepò una marea tale di gente davanti alla sua porta di casa, che dovette far uscire il feretro dal restro, data l'impossibilità di farsi lago tra quella folla.

Ormai quasi giunto al traguardo della laurea, gli mancavano due esami, muore per una poliomielite fulminante, contratta probabilmente nell’assistere i poveri. I primi sintomi, emicrania, inappetenza e febbre, si manifestarono il 30 giugno. Muore a Torino sabato 4 luglio 1925. Due giorni dopo, la folla trabocchevole ai funerali inizia a rivelare alla famiglia e al mondo la grandezza della sua testimonianza cristiana. Comincia così, a partire da questa grande fama sanctitatis il percorso che porterà alla sua beatificazione, presieduta dal Santo Padre San Giovanni Paolo II, in una piazza San Pietro gremita di fedeli.

Una valanga di vita

Frassati secondo don Primo Soldi

Il fascino di un’esistenza piena che nell’amicizia dei “Tipi loschi” divenne impegno missionario, sociale, politico e culturale

don Primo Soldi

Era un uomo, era un santo.

Siamo nel 1925; Pier Giorgio Frassati aveva appena ventiquattro anni e Pio XI aveva indetto l’Anno Santo della Pace. In una delle sue numerosissime lettere, Frassati scrive:

«Il Vicario di Cristo ha aperto le Porte Sante, io stendo a te il ramo di Ulivo segno della Pace. Al tuo ritorno troverai Robespierre mutato; ed infatti mi sono preparato all’Anno Santo nell’Avvento leggendo sant’Agostino, lettura però che non ho ancora ultimato, ma da cui ho riportato un immenso gaudio, una gioia profonda che finora purtroppo non era arrivata all’anima mia. Anche mi do agli studi letterari; sto leggendo Testimonianze di Papini e poi passerò agli studi filosofici, se troverò una buona traduzione dell’opera di san Tommaso D’Aquino. Vedi i progetti per l’Anno Santo sono grandiosi. Così credo di aver trovato il modo migliore per alternare lo studio noioso di Tecnologia meccanica con dilettevoli letture (…) L’anno è incominciato bene, dopo aver brindato con i miei mi sono recato ai SS. Martiri; là nella chiesa stipata di gente, abbiamo pregato perché sia Pace all’Italia e Pace a noi. E questa Pace, che è ardente desiderio di tutti noi venga quest’anno in cui le Grazie del Signore si moltiplicano» (4 gennaio).

lettera a Franz Massetti che sarebbe poi diventato sacerdote

In un’altra lettera del 15 gennaio 1925 scritta al “tipo losco” Isidoro Bonini, Pier Giorgio scrive:

«Carissimo, (…) siamo nell’Anno Santo e poiché il Vicario di Cristo ha aperto le porte della Giustizia, porte attraverso cui noi tutti dobbiamo fortificarci nella grazia per ottenere il Premio Eterno, (…) Io a te do il ramo d’Ulivo, simbolo di quella Pace che io vado insistentemente cercando. Ah! Caro Isidoro, ogni giorno che passa, più mi convinco quanto è brutto il mondo, quanta miseria vi è, e purtroppo la gente buona soffre mentre noi che siamo stati dotati da Dio di molte grazie abbiamo ahimè! malamente corrisposto. Terribile constatazione che mi tormenta il cervello quando io studio. Ogni tanto mi domando: continuerò io a seguire la via buona? Avrò io la fortuna di perseverare fino in fondo? In questo tremendo cozzo di dubbi la Fede datami nel Battesimo mi suggerisce con voce sicura: da te non farai nulla, ma se Dio avrai per centro di ogni tua azione allora sì arriverai fino alla fine ed appunto ciò vorrei poter fare e prendere come massima il detto di sant’Agostino: “Signore, il nostro cuore non è tranquillo finché non riposa in Te”». Nello stesso giorno scrive a Marco Beltramo, il suo amico del cuore: «Carissimo, la pace sia nel tuo animo, ecco l’augurio che Robespierre porge a Perrault per l’Anno Santo, ogni altro dono che si possegga in questa vita è vanità come vane sono tutte le cose del mondo. Bello è vivere in quanto al di là v’è la nostra vera vita, altrimenti chi potrebbe portare il peso di questa vita se non vi fosse un premio delle sofferenze, un gaudio eterno, come si potrebbe spiegare la rassegnazione ammirabile di tante povere creature che lottano con la vita e spesse volte muoiono sulla breccia se non fosse la certezza della Giustizia di Dio. Nel mondo che si è allontanato da Dio manca la Pace, ma manca anche la Carità, ossia l’Amore vero e perfetto. Forse se san Paolo fosse da tutti noi più ascoltato le miserie umane sarebbero un po’ diminuite».

lettera a Isidoro Bonini

[una fede impegnata con la realtà anche storica]

Impressiona la capacità di giudizio che ha Frassati sulla vita e sulla storia a 24 anni, a pochi mesi dalla sua morte, e impressiona soprattutto quell’accenno altre volte ripetuto di non aver adeguatamente corrisposto alle grazie che il Signore gli aveva date, sentimento su cui si fonda la sua carità e la sua profonda umiltà. 

Pier Giorgio, nato nel 1901 dal senatore Alfredo Frassati, fondatore del quotidiano torinese La Stampa ed esponente del mondo liberale illuminato, e da Adelaide Ametis, è vissuto in un tempo importante, tra la gioia mondana della Belle Époque e la Prima Guerra mondiale, e ha fatto in tempo a vedere l’avvento del fascismo da cui fu disgustato. Frequentò il liceo sociale dei Padri gesuiti di Torino e poi il Politecnico della sua città natale, studiando Ingegneria mineraria, perché intendeva dedicarsi alla categoria più disagiata tra i lavoratori. Seguì il padre divenuto ambasciatore in Germania. Qui ebbe modo di conoscere il sacerdote Karl Sonnenschein, chiamato il “san Francesco di Berlino”, per il suo impegno con i poveri ed emarginati della metropoli tedesca, e ciò senza dubbio fu come una spinta ulteriore per il suo lavoro missionario e caritatevole a Torino. Si affezionò molto alla Germania di Weimar, tanto da essere spiritualmente vicino ai tedeschi quando, nel gennaio del ’23, subirono l’occupazione francese della Ruhr. 

[amante della vita]

«Quando entrava lui al Politecnico, era come se fosse entrata una valanga di vita»

La vita di Frassati è stata breve, ma non per questo incompiuta. La sua biografia dà l’impressione di un’esistenza piena, totale, a cui non manca nulla: «Lo ricordo come un giovane bruno, forte, robusto, pieno di vitalità irrompente ed espressiva. Quando entrava lui al Politecnico, era come se fosse entrata una valanga di vita. (…) Ammiravo la sua aria franca e coraggiosa, con la quale portava al cospetto del mondo le sue idee religiose. La sua era una Fede prorompente» (testimonianze). 

[la sua fede]

La sua vita religiosa, segnata dalla devozione a Maria (gli fu carissima la Madonna nera del Santuario di Oropa), dalla frequentazione quotidiana dell’Eucarestia, fu solida anche nei momenti più difficili, come una roccia delle sue amatissime montagne. Una fede condivisa nell’amicizia cristiana, come cardine essenziale, che approderà alla fondazione della Compagnia dei Tipi loschi, oggi diffusa in più parti nel mondo, amicizia che ha come fattore essenziale di coesione e di alimento, malgrado le pur avvenute lontananze, in qualche modo inevitabili nello scorrere della vita, la preghiera l’uno per l’altro. Scrive su questo all’amico Isidoro Bonini il 15 gennaio 1925: «Purtroppo ad una ad una le amicizie terrene producono al nostro cuore dolori per l’allontanamento di coloro che amiamo, ma io vorrei che noi giurassimo un patto che non conosce confini terreni né limiti temporali: l’unione nella preghiera». 

Tutto, insomma, fu per lui un ponte verso il cielo, nel «suo sguardo verso l’Alto, verso l’Altro»; insomma, «non vivacchiare, ma vivere»

Dall’amicizia così concepita nascono l’impegno missionario, prima di tutto, fondato sulla Carità, la virtù teologale che durerà in eterno, ma anche quello sociale, politico e culturale. Frassati prese parte a quasi tutte le associazioni cattoliche, dalla Fuci alla San Vincenzo e si impegnò nel Partito popolare di don Luigi Sturzo, di cui fu un grande ammiratore. Fu un lettore vorace, assiduo, certamente selettivo: tra gli altri, di santa Caterina da Siena, di Agostino, di Dante (la preghiera alla Vergine di san Bernardo del Paradiso dantesco fu da lui imparata a memoria e quotidianamente recitata). Tutto, insomma, fu per lui un ponte verso il cielo, nel «suo sguardo verso l’Alto, verso l’Altro»; insomma, «non vivacchiare, ma vivere». 

Tra gli affetti più cari ci fu quello per la sorella Luciana, morta a 105 anni nel 2007, che ha dedicato la vita a mantenere viva la memoria dell’amato fratello. Anche con i suoi genitori il legame affettivo fu molto intenso, sebbene la comunicazione dei suoi sentimenti più intimi e forti fosse sempre all’insegna di una certa discrezione. Per non contrariarli, rinunciò al suo amore per Laura Hidalgo, che non era loro gradita in un momento difficile del loro matrimonio. Un’obbedienza eccessiva, così in qualche modo parrebbe al mondo borghese in cui viviamo, ma in realtà esplicativa di quel carattere che determinava la sua personalità, da cui emerge quella natura iconica dell’essere umano in una consapevolezza della sua misteriosa natura, come ha scritto Erik Varden nel suo recente saggio Castità; una natura che porta in sé la tensione a realizzare la somiglianza con Dio. 

Dopo la beatificazione del 1990 fortemente voluta da san Giovanni Paolo II, salirà agli altari il 7 settembre con Carlo Acutis. Si compirà così il lungo cammino che a partire dai suoi funerali così tanto ha colpito chi in qualche modo l’ha conosciuto. Il fascino di una vita piena, di una santità che è vero compimento di ciascun uomo, come ricordava don Giussani nell’introduzione a I santi di Cyril Martindale, dove affermava come la santità fosse la stoffa della vita cristiana, e il santo non un superuomo, ma un vero uomo, riflesso dell’immagine di Gesù. E, per questo, Frassati è un santo anche per il nostro tempo così grave e complesso, soprattutto per i giovani.

apparsu su Tracce, Luglio 2025

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