Bosch, Le tentazioni di S.Antonio

Le “tentazioni”

che cosa sono e come affrontarle

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l'abate Antonio disse all’abate Pastor:
«La grande opera dell’uomo è di gettare la colpa su se stesso dinanzi a Dio
e attendersi la tentazione sino all’ultimo soffio della sua vita».
Antonio abate

le “tentazioni”: che cosa sono?

equivoci possibili

“Tentazione” è una parla largamente usata dalla spiritualità cristiana: essa viene dal latino “temptare”, cioè mettere alla prova. E si rifa quindi all'idea della vita come prova. Questa idea ha un senso reale e autenticamente cristiano, come richiamò una volta papa Giovanni Paolo II, quando raccomandò a giovani di abituarsi a considerare la vita come “un passaggio” e “una prova”.

Tuttavia la parola prova può anche essere equivocata in senso moralistico, come se il Creatore si divertisse a stare a guardare come si comportano le sue creature intelligenti, guardando dall'alto, come un giudice impassibile e inflessibile se riescono o meno a superare la prova. Per poi dare il premio e il castigo finali, il paradiso o l'inferno. Ma che in realtà non sia questo l'agire del Mistero con noi, lo dice chiaramente il suo coinvolgimento commosso con il nostro dramma, manifestato nel modo più clamoroso in Cristo.

Ci sono poi altri equivoci, potenzialmente insiti nel concetto di tentazione:

  • da un lato pensare che la vita consista nel rapportarsi alla impersonalità della legge, di una legge impersonale e di cui si sa tutto e si capisce tutto, il che rimanda, oltre al già accennato moralismo, alla falsa idea di io-biglia, come se sapessimo tutto di noi
  • e dall'altro pensare che all'osservanza della legge si opponga anzitutto e soprattutto, se non esclusivamente, una istintività, come forza passionale cieca e trascinante.

il senso accettabile della parola

Ciò precisato, rimane che “tentazione” ha comunque un possibile senso reale: siamo effettivamente chiamati in ogni istante a scegliere se aderire o no alla realtà, dentro cui il la Realtà, il Mistero, creatore della realtà, ci chiama.

E questa scelta ha sì la caratteristica di poter fondarsi su un dato certo, è sì qualcosa di semplice, ma semplice non equivale a facile, automatico, perché

  • da un lato il Mistero non vuole forzarci, ci dà sì dei segni chiari, ma non impositivi;
  • e d'altro lato la Menzogna, il diavolo, non per nulla detto anche “il tentatore”, approfitta di questo margine chiaroscurale per cercare di ingannarci.

“tentazione” e “prova”

La “tentazione”, in senso stretto, non è l'unico tipo di “prova”, di difficoltà da affrontare, di lotta da sostenere, nella vita di fede. Essa è di qualcosa di essenzialmente interiore, per quanto possa essere suscitato da una realtà esterna. Ma esistono anche prove “esteriori”.

Anzi la parola “prova”, in senso stretto, è usata per lo più per indicare una difficoltà “esterna”, come la morte improvvisa di una persona cara, o una perdita a livello economico, o qualche altro evento o situazione sfavorevole e fonte di difficoltà. Davanti a una “prova” uno è chiamato essenzialmente a non reagire mettendo in dubbio la bontà del Mistero creatore e la Sua provvidenza, ricordando che «le Sue vie non sono le nostre vie, e i Suoi pensieri non sono i nostri pensieri», ma sperimentando piuttosto che qualsiasi difficoltà può essere, se vissuta con la giusta coscienza, una occasione e non una obiezione. Una occasione per sperimentare la vittoria di Cristo, che attraverso la Croce, porta alla Resurrezione.

Mentre una prova è qualcosa di negativo che accade indipendentemente dalla nostra volontà, la tentazione ha a che fare con un negativo che noi stessi potremmo porre in essere, la nostra volontà potrebbe far accadere, se non smascheriamo l'inganno del Nemico. Si potrebbe anche dire che la prova è un negativo “esterno” (nel senso di indipendente dalla nostra volontà) e già accaduto, mentre la tentazione è un possibile negativo “interno” (dipendente dalla nostra volontà) e non (ancora) accaduto (e che sta a noi far sì che accada o meno). Ancora la prova è un negativo che può avere una valenza positiva, appare negativa ma può essere positiva; al contrario la tentazione riguarda qualcosa che appare positivo ma è in realtà negativo.

Le tentazioni poi non riguardano solo la sfera affettivo-sessuale (“la concupiscenza della carne”, 1Gv 2,16.), col fenomeno di una (non esiste niente di irresistibilmente trascinante, come si spiega nella già ricordata pagina sulla istintivitàpresunta) attrazione per un rapporto non lecito, un rapporto cioè che non ci realizzerebbe davvero, ma riguardano un campo più ampio, anche la “concupiscenza degli occhi”, l'avidità di “beni materiali” e la “superbia della vita”, come l'ambizione del potere, come accade allorché siamo “tentati” di ottenere qualcosa di positivo per vie traverse, non limpide, calpestando la giustizia e la verità.

un apparente contrasto

Come si “affrontano”, cristianamente, le tentazioni?

Ci sono alcune coordinate abbastanza ampiamente condivise dagli autori che ne hanno trattato. Per i quali occorre ad esempio un concorso di fattore conoscitivo-razionale e di fattore affettivo.

  • Bisogna cioè anzitutto riconoscere che ciò che la “tentazione” ci permetterebbe di raggiungere non è davvero la nostra realizzazione, la nostra felicità, e questo la stessa ragione ce lo può attestare.
  • Ma oltre alla ragione occorre mettere in campo la volontà, la libertà di scelta, a cui è essenzialmente chiesto non un eroico sforzo solitario, ma la adesione, con semplicità, all'Iniziativa del Mistero. Che si “nasconde” quanto basta per non imporsi, ma si manifesta quanto basta per non abbandonarci a un dubbio insuperabile (come magistralmente ha detto Péguy parlando di Dio come un padre che deve insegnare a nuotare al figlio, e non lo deve sostenere né troppo né troppo poco).

Ci sono però poi anche possibili (apparenti, vedremo) contrasti. Uno, su cui vogliamo soffermarci, è tra quanto afferma San Giovanni della Croce (Juan de la Cruz) e quanto afferma un “Padre del Deserto”, l'abate Giuseppe.

Questi contrasti ci danno modo di riflettere se sia decisiva, nell'affrontare le tentazioni, una analiticità oppure una sinteticità (nel senso che diventerà chiaro qui sotto).

nota sul lessico

I termini “proficiente” e “perfetto”, che sono poi usati, sono tratti dal lessico della spiritualità cristiana (cioè dei secoli moderni, seguiti al medioevo e fino all'Ottocento)“moderna”: pur essendo desueti e potenzialmente equivocabili (in particolare “perfetto”, che ovviamente non significa, in questo contesto, “senza difetti”), hanno comunque una opportuna efficacia sintetica.

San Giovanni della Croce

San Giovanni della Croce insegnava che per “resistere alle tentazioni” ci sono essenzialmente due modi:

  • uno meno perfetto, combatterle “al loro livello”, mediatamente (“analiticamente”): contrapponendo agli argomenti del Nemico dei contro-argomenti più validi;
  • oppure uno più perfetto: immediatamente (“sinteticamente”) portarsi a un livello così alto, dove il Nemico non può avere niente da offrirci, dato che siamo uniti a Dio.

Per lui

Ci sono due modi di resistere, 1) argomentando o 2) intuitivamente(/affettivamente):
1) «por medio de los actos de la virtud que contrasta y destruye el tal vicio, pecado o tentación» oppure
2) «levantando nuestro afecto a la unión de Dios»

Juan de la Cruz, Dictámenes de espíritu
testo esteso ## San Juan de la Cruz Decía que hay dos maneras de resistir vicios y adquirir virtudes. ### lo sforzo umano: faticoso e progressivo/lento \[argomentazione] La una es común y menos perfecta, y es cuando vos queréis resistir a algún vicio o pecado o tentación por medio de los actos de la virtud que contrasta y destruye el tal vicio, pecado o tentación. Como si al vicio o tentación de la impaciencia o del espíritu de venganza que siento en mi alma por algún daño recibido, o palabras injuriosas, entonces resisto con algunas buenas consideraciones, como de la pasión del Señor (qui cum male tractaretur non aperuit os suum), o considerando los bienes que se adquieren del sufrimiento y de vencerse el hombre a si mismo, o pensando que Dios mandó que sufriésemos, por ser estas nuestras mejoras, etc. Por las cuales consideraciones me muevo a sufrir y querer y aceptar la dicha injuria, afrenta o daño, y esto a honra y gloria de Dios. Esta manera de resistir y contrastar la tal tentación, vicio o pecado, engendra la virtud de la paciencia, y es buen modo de resistir, aunque dificultoso y menos perfecto. ### l'immediata unione con Dio \[intuizione/affettività] Hay otra manera de vencer vicios y tentaciones y adquirir y ganar virtudes, más fácil y más provechosa y perfecta, que es cuando el alma, por solos los actos y movimientos anagógicos y amorosos, sin otros ejercicios extraños, resiste y destruye todas las tentaciones de nuestro adversario y alcanza las virtudes en grado perfectísimo. Lo cual decía ser posible en esta manera: cuando sintiéremos el primer movimiento o acometimiento de algún vicio, como de lujuria, ira, impaciencia o espíritu de venganza por agravio recibido, etc., no le hemos de resistir con acto de la virtud contraria, como se ha referido, sino que luego en sintiéndole acudamos con un acto o movimiento de amor angélico contra el tal vicio, levantando nuestro afecto a la unión de Dios, porque con el tal levantamiento, como el alma se ausenta de allí y se presenta a su Dios y se junta con él, queda el vicio o tentación y el enemigo defraudado de Su intento, y no halla a quien herir; porque el alma, como está más donde ama que donde anima, divinamente hurtó el cuerpo a la tentación, y no halla el enemigo donde hacer golpe ni presa, porque el alma ya no está allí donde la tentación o enemigo la quería herir y lastimar. Y entonces, cosa maravillosa!, el alma, como olvidada del movimiento vicioso y junta y unida con su amado, ningún movimiento siente del tal vicio con que el demonio quería tentarla, y lo procuro; lo uno, porque hurto el cuerpo, como está dicho, y no está alli, y, si asi puede decirse, es casi como tentar un cuerpo muerto, pelear con lo que no es, con lo que no está, con lo que no siente, ni es capaz, por entonces, de ser tentado. _Prosigue aun el dictamen 5_. Y de esta manera se engendra en el alma una virtud heroica y admirable, que el Angelico Doctor Santo Tomás llama virtud de alma perfectamente purgada. La cual virtud, dice el Santo, viene a tener el alma cuando la trae Dios a tal estado, que no siente los movimientos de los vicios, ni sus asaltos, ni acometimiento o tentaciones, por la alteza de la virtud que en la tal alma mora. Y de aquí le nace y viene una perfección altísima, que no se le da nada que la injurien, o que la alaben o ensalcen, o que la humillen, o que digan mal de ella ni bien. Porque, como los tales movimientos anagógicos y amorosos lleven al alma a tan alto y sublime estado, el mas propio efecto de ellos en la dicha alma es que la hacen olvidar todas las cosas que son fuera de su Amado, que es Jesucristo, Y de aqui le viene, como queda dicho, que, estando el alma junta con su Dios y entretenida con el, no hallan las tentaciones a quien herir, porque no pueden subir a donde el alma se subió o la subió Dios: Non accedet ad te malum (Ps. 90,10). _Continua lo mismo y ahora la cautela sobre la precedente doctrina_.-Aqui dijo el venerable padre fray Juan de la Cruz que se le advierta a los nuevos, cuyos actos amorosos o anagógicos no son tan prestos ni ligeros, ni tan fervorosos que puedan con su \[s]alto ausentarse de alli del todo y unirse con el Esposo, y que si por el tal acto y movimiento anagógico vieren que no se olvida del todo el movimiento vicioso de la tentación, no dejen de aprovecharse para su resistencia de todas las armas y consideraciones que pudieren, hasta que del todo venzan la tentación. Y su manera de resistir y vencer ha de ser ésta: Que primero resistan con los más fervorosos movimientos anagógicos que pudieren, y los obren y ejerciten muchas veces. y cuando con ellos no bastaré, porque la tentación es fuerte y ellos flacos, aprovéchense entonces de todas las armas de buenas meditaciones y ejercicios que para la tal resistencia y victoria vieren ser necesarios. Y que crean que este modo de resistir es excelente y cierto, porque incluye en si todos los ardides de guerra necesarios e importantes. dai “Dictámenes de espíritu” (_Insegnamenti spirituali_)

La scelta del modo più perfetto, però, la possono fare i più perfetti, perché lui stesso aggiunge che i proficienti sono costretti a ricorrere al primo modo, più discorsivo e faticoso.

Questo modo di impostare le cose è probabilmente un classico della spiritualità cristiana, e non qualcosa di specifico dell'insegnamento di Juan de la Cruz.

Padri del deserto

E tuttavia sembra contrastare diametralmente con un insegnamento di certi Padri del Deserto, secondo cui il “proficiente”, chi è ancora alle prime armi nel cammino di fede, deve, per usare un lessico successivo, evitare accuratamente le “occasioni prossime” di peccato, mentre il “perfetto” può permettersi il lusso di sbeffeggiare il Nemico, dimostrandogli che ciò che lui offre, anche guardandolo in faccia senza fuggirne, non è nulla in confronto a ciò che il cuore umano desidera davvero e che solo il Mistero dà.

Ci sono due modi di affrontarle: 1) fuggendole subito, 2) confrontandosi con loro, per sconfiggerle sul campo.

Padri del deserto, Detti e fatti dei Padri del Deserto, abate Giuseppe, § 3
testo esteso L’abate Pastor interrogò un giorno l’abate Giuseppe: «Che devo fare all’avvicinarsi delle tentazioni: fermarle, o lasciarle entrare in me?». L’anziano gli rispose: «Lasciale entrare e lotta poi contro di esse». Pastor ritornò a Scete dove abitava. Accadde ora che un monaco della Tebaide venne a Scete; e raccontò ai fratelli come anch’egli avesse interrogato l’abate Giuseppe: «All’avvicinarsi della tentazione», gli aveva domandato, «devo resistere o lasciarla entrare?», e l’abate Giuseppe gli aveva detto: «Non lasciare assolutamente entrare la tentazione, ma scacciala da te senza esitare». Quando Pastor venne a sapere questa risposta data al tebano, ritornò a Panefo a trovare l’abate Giuseppe: «Padre», gli disse, «quando mi apersi con te, tu non mi hai dato la stessa risposta che hai dato al fratello tebano». L’anziano rispose: «Tu sai che ti amo?». «Sì, lo so». «Non mi hai detto di dirti la mia opinione come se fosse per me? Eccola dunque: Se delle tentazioni entrano in te, e tu dai e ricevi colpi nella lotta, sarai allora maggiormente provato. Tuttavia, io ti ho parlato come a me stesso; per altri è pericoloso lasciare avvicinare le passioni: devono respingerle subito». abate Giuseppe, §3

soluzione

In realtà però non c'è contraddizione: se il “proficiente” deve fuggire da un bene parziale che il Nemico tenta fargli credere sia il tutto, è proprio perché il vero tutto non gli è familiare. Di qui la necessità di faticare discorsivamente per convincersi che quel bene non merita di essere considerato qualcosa per cui valga la pena vivere.

Mentre il “perfetto”, cioè chi ha una consolidata esperienza di fede, proprio perché familiare al vero tutto, non ha paura di guardare in faccia i falsi “tutti”, gli idoli che il Nemico gli prospetta come se fossero dio, come se fossero il Tutto, come se fossero cioè per cui vale la pena vivere, e di cui lui fa benissimo a meno perché fa esperienza di Dio, in Cristo.

conclusione

In sintesi quindi il modo migliore per “affrontare le tentazioni”, ossia per smascherare gli inganni della Menzogna, non è tanto contrastare, moralisticamente e “analiticamente”, questo o quel punto particolare, questo o quel punto nella sua “analiticità” (come “estirpare «Si omni anno unum vitium extirparemus, cito viri perfecti efficeremur» («Se ci strappassimo via un solo vizio all’anno diventeremmo presto perfetti»).Imitazione di Cristo, libro I, cap. XI, § 5)un vizio all'anno”); questo infatti implicherebbe che sono io che organizzo la mia vita e mi prefiggo di raggiungere una certa meta da me determinata, di “mettere ordine nelle mie terre” (Eliot, The Waste Land).

Come invece insegna la parabola della zizzania, il negativo si vince col Positivo: quanto più insomma si fa esperienza (“sinteticamente”) del vero Bene, del Bene totale, tanto meno avranno forza i beni parziali, tanto più impallidirà la forza dei beni parziali, che ci fossero ingannevolmente presentati come il Bene totale.

📚 Bibliografia essenziale

  • copertina del libro, Affezione e dimora, Milano 2001(compra su amazon o compra su IBS).
  • copertina del libro, The Screwtape Letters, London 1942, tr.it. Le lettere di Berlicche, Mondadori, Milano (compra su amazon o compra su IBS).
  • copertina del libro, Il diavolo, Milano 1985(compra su amazon o compra su IBS).

In Affezione e dimora di Luigi Giussani si trovano due “tischreden” che affrontano direttamente e ampiamente il tema della tentazione: ossia “Incollamenti e strappi” (nella I parte) e “Situazione temporalesca” (nella III parte).