una foto del papa, pensosamente sorridente

La filosofia di Karol Wojtyla

gli influssi di Kant, Scheler e della fenomenologia

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«Desidero subito precisare che il mio contributo intende limitarsi alla prima parte della proposizione che fa da titolo a questo nostro incontro. Non entrerò nei problemi che riguardano gli scritti di Sua Santità Giovanni Paolo II. Mi permetto di avanzare talune notazioni sul pensiero filosofico di sua Eminenza il cardinale Wojtyla. Senza dubbio in questo pensiero che non teme le ascensioni, il tratto più notevole è l’estrema fedeltà alla norma del discorso filosofico: l’analisi resta fedele a un linguaggio che si tiene con rigore entro la luce naturale e che, oserei dire, diffida dell’illuminazione teologica. Devo confessare che pur attenendomi alla medesima norma, mi permetto, nei miei modesti scritti, di far ricorso più di quanto non faccia il cardinale Wojtyla, al testo biblico e alla sua ermeneutica.

Lo schema speculativo

È altresì degna di nota - e devo dire che questo aspetto mi trova particolarmente sensibile - la solidarietà permanente tra le strutture etiche alle quali approda la sua fenomenologia dell’umano e la Trascendenza. In nessun momento tra l’etica nella «persona-che-compie-le-azioni-d’uomo» e il luogo filosofico nel quale ha principio l’elevazione religiosa dello Spirito si scava l’abisso, anzi neppure si produce quella fessura che, per esempio, separa in Kierkegaard l’etico e il religioso.

Tentiamo, allora, di presentare e far emergere lo schema speculativo dell’analisi fondamentale compiuta dal cardinale Wojtyla. Tale analisi ricerca, nella libertà della persona che agisce, il senso dell’umano. Questa libertà non è ancora acquisita nello slancio della spontaneità che si dirige a un fine. Incontestabile è, già a questo punto, la presenza della teleologia; ma la critica kantiana è qui necessaria e preziosa per preservare la libertà da qualsiasi forma di naturalismo. E il cardinale è kantiano ancor prima d’esser scheleriano, anche se è proprio in nome della fenomenologia di Max Scheler che i valori sono riconosciuti come oggettività a partire dall’intenzionalità delle emozioni e, in questo loro statuto d’oggettività, sono accessibili all’atto intellettuale che li giudica in rapporto al Bene e scelti come veri valori. Possiamo quindi parlare di una emergenza della coscienza morale, vale a dire di un sapere, e di un ingresso, con l’etica, della verità nella struttura dell’azione. Se nella pura intenzionalità del valore si disegna, entro l’umano, una trascendenza detta orizzontale, è nella· verità della coscienza che si costituisce la trascendenza verticale, dove l’Io decide e dispone delle sue tendenze e, in un certo modo, vuole o determina e limita la sua volontà naturale. Autonomia completa, auto-teleologia dell’Io che è atto, e non semplice coscienza di sé, nella sublime ambiguità del telos, ad un tempo fine e limite. Ed è entro questa verità della coscienza che si ascolta la voce di Dio.

Ma si è così arrivati ad introdurre veramente un sapere entro il volere? È l’oggettività scheleriana dei valori, resa possibile dalla dottrina fenomenologica dell’intenzionalità, quella che giustificherebbe· il termine di verità emergente all’interno dei valori. Possiamo certo discutere la pertinenza dell’uso di questo termine. Possiamo, altresì, chiederci se il ricorso alla verità nella decisione, non sia ancora, a sua volta, scelta di un valore. Quel che ci preme qui sottolineare è questa piena risonanza del termine Dio a partire dalla coscienza morale.

In nessun momento nello studio dell’uomo che agisce, si produce, nel pensiero del cardinale Wojtyla, lo spostamento del centro di gravità dell’umano verso il sociale o il sociologico. Quali che siano le modalità dell’azione nella vita in comune, con la preoccupazione di «agire insieme con gli altri», la persona resta sempre, fino alla fine, principio e causa dell’azione. La sua partecipazione ad una vita comune riposerebbe già su di una struttura interiore della partecipazione: possibilità di non alienarsi nel compimento di un compito comune quando quest’ultimo conduce ad un Bene comune; accordo possibile tra un Bene comune oggettivo e la vocazione soggettiva di ciascuno. Questa vocazione soggettiva è, comunque, necessaria. Noi siamo tra l’individualismo e il totalitarismo. Senza dubbio, preoccupato di preservare la persona che agisce da qualsiasi subordinazione alle strutture sociali o alle rappresentazioni collettive, il cardinale si rifiuta di applicare la categoria di sostanza alla comunità o. al gruppo. Non esisterebbe, quindi, un’anima collettiva! Siamo qui ad una messa in questione coraggiosa dello strutturalismo e del sociologismo e all’apertura di un dibattito che nessuno osa, oggi, tentare. Siamo certo di fronte ad un vissuto o ad una esperienza e ad un portato degli anni hitleriani e staliniani e al tempo stesso alla preoccupazione di affermare e di preservare nell’uomo un’anima trascendente! Diffidenza nei confronti della subordinazione della persona sostanziale all’ipotetica anima collettiva; tale diffidenza impedisce al filosofo di accedere ad una qualsiasi priorità d’altri nella costituzione stessa dell’Io. Affermazione dell’io che va verso gli altri, ma costituito integralmente in sé.

La fenomenologia

Due parole, infine, sulla fenomenologia del cardinale Wojtyla. È una filosofia che si rifà, senza ridurvisi, a una «filosofia della coscienza»; senza seguire probabilmente Husserl, il suo fondatore, in quella che egli chiama Riduzione e che conduce alla «coscienza pura» e all’idealismo trascendentale. Un pensiero, quindi, a distanza da Busseri e più ancora a distanza da Heidegger citato una sola volta nel volume su La Persona e l’Azione. Senza dubbio, rifacendosi alla fenomenologia, il cardinale resta fedele a quello che viene indicato come il primo Husserl, quello delle Ricerche Logiche) alle quali si rifà anche Scheler, con tutta una serie di alunni prima del 1913 e anche il grande filosofo polacco Roman Ingarden; filosofi che sono rimasti fedeli soprattutto alla distinzione tra pensiero e pensato, sensibili all’oggettività irriducibile del correlato del pensiero intenzionale, sensibili all’intenzionalità come caratteristica di ogni coscienza, anche emotiva, e così precisamente sensibili all’oggettività dei valori. È questo che consente, come abbiamo detto, d’introdurre la verità nella decisione della volontà.

Io penso che la fenomenologia sia anche altro; ma penso che questo di più, sia un modo di pensare che si ritrova sovente nelle analisi del cardinale Wojtyla, anche se non si conforma alla metodologia della scuola fenomenologica e a tutta la disciplina della Riduzione fenomenologica alla quale fino alla fine della sua vita Edmund Husserl consacrerà tante pagine delle sue opere pubblicate e dei suoi manoscritti e che non è certo possibile sottovalutare.

Ma consentitemi di caratterizzare in modo meno schematico il senso di questo metodo nuovo, anche se ha ormai più di ottant’anni. Che cos’è la fenomenologia, al di là delle sue formulazioni metodologiche? Lo dirò secondo due forme, in apparenza distinte. Fare della fenomenologia vuoi dire riflettere su ciò che «è avvenuto» nell’intenzionalità spontanea e ingenua che porta su degli oggetti dati. E questo è vero, ma fare della fenomenologia vuoi dire soprattutto accorgersi che il pensiero che pensa quello che pensa - che è l’intenzionalità nel senso di «coscienza di qualche cosa» cioè di sapere di qualche cosa - è anche una intenzione nel senso di un «volere arrivare a qualche cosa e da qualche parte», una «donazione di senso» che comporta tutto un orizzonte; vuoi dire per conseguenza intravedere e come ricordare, riflettendo sul pensiero, tutto quello che si è dimenticato quando ci si è rivolti al reale come un obiettivo o quando ci si è lasciati assorbire nell’oggetto intenzionato. Fare della fenomenologia è avvedersi che l’intenzionalità-sapere è anche una intenzione-volere: è passare dal pensiero che pensa a tutto ciò a cui il pensiero voleva arrivare. Possiamo dirlo in un altro modo: fare della fenomenologia vuoi dire passare da ciò che appare al modo in cui ciò appare: passare dalle cose e dalle nozioni astrattamente - separatamente - considerate, al modo in cui esse «si mettono in scena», andare al di là dello sguardo ingenuo dello spettatore assorbito da ciò che è immediatamente visibile.

Fare della fenomenologia vuoi dire chiedersi, per tutto quello che è immediatamente percepito e compreso, «sotto quali speci» il senso già inteso realizza concretamente la sua significazione e nei suoi termini più veri. Il cardinale Wojtyla non ha forse, spesso, seguito questo procedimento arrivando a una formulazione antropologica delle nozioni metafisiche e al tempo stesso all’essenza metafisica dell’uomo?

Descrivendo, per esempio, la concatenazione concreta delle nozioni e delle relazioni che costituiscono l’azione umana, affermando che «l’uomo è fine di se stesso, in quanto i suoi atti, così come la volontà, la scelta e la decisione contenute nei suoi atti, trovano i loro limiti nell’uomo stesso» (“Man’s Self Teleology”, in Analecta Husserliana IX, p. 208 ), il cardinale fenomenologo non ha fatto altro che cercare l’eidos dell’uomo. E nello stesso tempo non ci ha forse detto «sotto le speci dell’umano » talune articolazioni ultime di una significazione del tipo «fine in sé», ovvero «autoteleologico», come se l’avventura della trascendenza umana svolgesse nei suoi termini propri le verità dell’essere?»

Tratto dalla rivista Vita e Pensiero.