Il valore del futuro
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Luigi Giussani
introduzione
Il brano che segue, tratto dal § 2 del cap. 4 di , che è una riedizione di discorsi tenuti da Luigi Giussani Giussani mette in guardia da due atteggiamenti sbagliati verso il futuro: essere schiacciati sul presente immediato, dimenticando il futuro, ed essere, al contrario talmente proiettati sul futuro da non vivere il presente.
La sottolineaturaI titoletti [tra parentesi quadre] sono nostri.
testo di Giussani
«Il futuro è ciò che rende viva la vita nel presente, ciò che la aizza, ciò che la tende, ciò che la rende intensa, quindi ciò che racchiude il “vale la pena di”, ciò che assicura “l’utilità di”, e per questo ciò che fa da scala per misurare la costruttività della vita. È la categoria del futuro, è il futuro.
[né schiacciati sull'immediato]
Di fronte al futuro, noi possiamo sbagliare gravemente in due modi: il primo modo è quello di non lasciare che il futuro sia il fattore più energicamente presente nel presente. Vale a dire, il primo male che commettiamo di fronte al futuro, nel quale è recondito il significato del nostro presente, il primo errore che possiamo commettere col nostro futuro è quello di insabbiarci nel presente. È in fondo l’atteggiamento del comodo o l’attività dove l’interesse, nel senso banale della parola – anche se il problema è complesso –, urge le sue pretese; un comodo o un calcolo di interesse. L’interesse, il calcolo di interesse, anche quando sembra rivolto al futuro, insabbia l’individuo nel presente, lo condiziona integralmente alle circostanze presenti, lo affoga nel presente. «Chi sta bene non si muove»: è uno dei proverbi che giustamente venivano citati tante volte, quando eravamo più piccoli, come indicativi di un mondo borghese che non poteva o non doveva essere il nostro, di un mondo borghese nel senso cattivo della parola.
[né totalmente proiettati sul futuro]
Il secondo modo in cui noi possiamo peccare contro il futuro (non so se riesco a dirlo bene, vorrei però almeno dare uno spunto esatto, affinché possiate capire), il secondo errore – non dico che sia più diffuso del primo, perché il primo è diffusissimo, però non è meno diffuso – è quello di porsi di fronte al futuro con una falsa disponibilità. È, in fondo, quel porsi di fronte al futuro che nasce da una irrequietezza, da una insoddisfazione senza luce, per cui uno attende dal diverso quello che non ha oggi, vende tutto quello che ha oggi per questo «diverso» del futuro e, siccome è costretto a vivere nell’oggi, vive stufo, arrabbiato, malinconico, pieno di risentimento e annoiato. Da quanto abbiamo detto sul futuro, capite che il primo effetto del futuro autentico è quello di far vivere e di rendere interessante il presente. Invece, un atteggiamento di fronte al futuro che sia pieno di vanità, cioè di vuoto – nel senso etimologico della parola – rende il presente vuoto, e allora uno aspetta che domani capiti chissà che cosa.
Il primo difetto è facilmente condannabile anche da chi l’ha addosso (quando l’ho addosso, facilmente trovo l’energia per condannarlo, perché è troppo contro l’energia della vita l’affogarsi nel presente, questa esasperazione di moto d’una realtà che gira su se stessa, o questa acquiescenza ripugnante a una sonnolenza che non ha seguito). Il secondo errore, quello di porsi di fronte al futuro con una attesa di diversità per una irrequietezza, per una insensatezza, per una vanità presente, per una vuotaggine del presente, consiste o si dimostra nel fatto di stabilire – dico una parola che può sembrare difficile, in principio – una discontinuità tra il presente e il futuro. Il presente è uguale a zero, per non dire la parola che voi spesso usate, invece il futuro, quel che deve venire, la diversità, è tutto. Si trasposita su di esso quello che non si vive ora. È una discontinuità. Capite cosa vuol dire «discontinuità»? È una rottura, insomma, perché questo tipo di futuro rompe le energie del presente. Se si fosse ancora a quattordici o sedici anni, si potrebbe parlare di sogno: il futuro come sogno.
[il giusto atteggiamento verso il futuro]
Al contrario, ed è qui il punto radicale, il futuro deve realizzare la salvezza o il compimento di me che vivo ora, è il mio futuro, non il futuro in genere, è la salvezza del mio presente. Perciò non c’è una discontinuità, ma una continuità profonda, un amore profondo al futuro come continuità di me che vivo nel presente. La salvezza, la speranza che il futuro realizzerà sono salvezza e speranza che il futuro di me che vivo ora realizzerà. Questo significa che la salvezza non è quel che sono adesso – presunzione stolida –, ma è dentro quel che sono adesso. La salvezza non è quel che sono, ma è dentro quel che sono.
Vorrei che comprendeste come con questa affermazione è definito l’uomo semplice, il povero di spirito, cui solo si rivolge Gesù Cristo e cui è rivolto l’annuncio cristiano. È una frase che definisce l’atteggiamento del pover’uomo, come la natura nudo e crudo lo fa, senza le alterazioni della cosiddetta saggezza umana, e definisce il cristiano pieno di consapevolezza dello scarto, ma con la coscienza che questa salvezza – e questa speranza – è dentro quello che lui è, è dentro il suo presente: non è come è il suo presente, ma è dentro il suo presente. Dobbiamo dire questa grande parola: «già», è «già dentro». Questo «già» è nel cuore dell’umile gente, non alterata dagli interventi altrui. C’è un senso di continuità enorme, tanto è vero che l’umile gente ha un senso della presenza dei loro poveri morti come nessuno di noi ha il senso della presenza dei nostri poveri vivi. L’umile e povera gente ha questo senso confuso, embrionale, di speranza e di salvezza, che è nella sanità della propria percezione naturale, come una attesa naturale, e vive perfettamente la continuità cui ho accennato. Non è scaltra come noi, che possiamo dire: «Adesso sto benone e perciò me ne infischio del resto», oppure non è gente irrequieta e alterata come noi, che ci aspettiamo dal domani la soluzione di quello che ci fa schifo oggi, ma ha un profondo senso della continuità e dell’unità della vita, e capisce benissimo che la salvezza è in qualche modo dentro quello che vive. Questo senso di continuità l’ha talmente forte che i loro poveri morti sono lì – sono lì –, sono ovvi, e senza rotture con loro, molto di più di quanto noi siamo insieme da vivi. La salvezza è nel cuore di quello che sono adesso.
C’è un nota-bene a quanto detto: affermare che la speranza e la salvezza sono nel futuro di me che vivo ora, affermare questa continuità profonda fra il presente e il futuro significa affermare il valore della definitività nel presente. Se il compimento della vita, se la salvezza e la speranza sono il realizzarsi, il compiersi di qualcosa che è dentro il cuore del mio presente, allora questo vuol dire che io sono già in uno stato definitivo, che io ho già dentro una definitività. E, infatti, è soltanto la caratteristica della definitività – psicologicamente percepita e cordialmente vissuta, lealmente vissuta e fedelmente portata avanti –, è soltanto questa definitività, dentro il presente, che fa diventare il presente costruttivo; senza la coscienza di una definitività, uno non costruisce niente. Allora la genialità, l’intensità e l’utilità del presente si danno nella misura in cui esso è pieno di senso della definitività. Esattamente il contrario della mentalità mondana, nel senso evangelico della parola e perciò radicalmente negativo, che aspetta tutto quanto dal diverso, per cui l’uomo, nel suo presente, scarica tutta la responsabilità delle cose su strutture diverse da quelle del presente.
È da qualcosa che ho dentro nel presente che nascerà il diverso del domani. Allora sì, nascerà, ma come continuità, tanto è vero che si chiama «storia». È da qualcosa che ho dentro che nasce domani il diverso più vero o che si paleserà dopodomani la salvezza. È la definitività dell’orizzonte dei nostri progetti che rende veramente intenso il valore del tempo presente. Senza definitività tutto si sbriciola e tutto diventa una ostilità, innanzitutto a se stessi e quindi agli altri, a tutto il resto. E la guerra e la violenza non possono non diventare l’unico sistema per immaginarsi un cammino. Io non sto che ridicendo in altre parole quello che molto semplicemente Gesù Cristo diceva: che il regno di Dio, cioè la verità, la salvezza, è come un piccolo seme che buttato sotto terra poi diventa una pianta grande. [...] Ma la diversità viene fuori tutta dal cuore di quel seme.
Ecco, allora, l’ultima osservazione di questa premessa. Quel che ho detto da ultimo potrebbe suggerirci una frase terribile, che esprime la sostanza di ciò che ho già detto: è la verità di quel che sono che produce il diverso della salvezza che si espliciterà; è la verità di quel che sono che produce quel diverso nel futuro che farà vedere clamorosamente la mia salvezza.»