Incollamenti e strappi
apparenze immediate a cui non attacarsi
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Luigi Giussani
inevitabilità dello strappo
per non incollarsi a ciò che ci impedisce di camminare verso la méta
Il seguente brano è tratto da una Tischrede, “Incollamenti e strappi”, pubblicato in Affezione e dimora.
Giussani vi sottolinea come occorra non lasciarsi “appiccicare” a ciò che ci trattiene a sé, impedendoci di camminare verso la meta desiderata, l'unica che può saziare fino in fondo il nostro desiderio.
«immaginatevi che, per vedere la Francesca o per dire: «Ciao, Francesca», io debba fare questo lungo tratto che son quattro metri! Ma immaginatevi che io sono piccolo – poco più che una formica! – e debbo fare questi quattro metri. Dopo un po’ di decimetri vedo sulla sinistra la sagoma della Ester: che gentile, che attraente fanciulla!
Tutte le evidenze, tutto ciò che è evidente – e perciò porta a galla la stoffa della realtà che è l’Essere, il mistero dell’Essere – ha sopra una colla: se tu gli passi vicino, ti attacchi, e nella misura della forza di questa colla, ti fermi. Per poter andare dalla Francesca, io devo strapparmi da questa colla che mi fermerebbe ai capelli biondi – mi spiego? – , devo strapparmi, per andare avanti! Se non m’accorgessi della Ester, della “simpaticità” della Ester o dei capelli biondi, se non m’accorgessi di questo, non sarei uomo: quanto più uomo sono, tanto più per andar dalla Francesca m’accorgo di questo e tanto più sono tentato di fermarmi, perché la colla mi ferma. Per andare dalla Francesca devo strapparmi da questo e andare là.
Dopo m’accorgo che, avendomi Dio assegnato lo scopo di arrivare fin là, arrivando fin là, strappandomi dalle cose, dalle evidenze intermedie, strappandomi dalle evidenze – da ciò che vedo, da ciò di cui m’accorgo –, strappandomi dalle evidenze intermedie e arrivando là, ho costruito. Perciò, sono come un uomo che guarda il suo terreno, che lui ha arato per tanto tempo e che dà frutto: sono un uomo soddisfatto – satis factus –, cioè più pieno, più completo, più gioioso. E, infatti, le evidenze che mi avevano attirato sono passate, passano. Le evidenze per cui il disegno di Dio non preveda che noi abbiamo a stabilire rapporto decisivo sono cose che passano. Un’evidenza che permane, è per forza di Dio che permane.
Non è che necessariamente il paragone esiga che si intenda Francesca come lo scopo della vita. Può essere – come dire? – una soglia importante nel cammino; può essere un porto importante, un punto importante nel disegno di Dio. Comunque, prima di tutto, se io voglio stabilire rapporto, vivere il rapporto con un determinato oggetto, con una determinata cosa, con una determinata persona, non posso non fare il sacrificio delle evidenze che tendono a incollarmi nel tragitto.»