una immagine di temporale

Situazione temporalesca

una possibile connivente continuità

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la tentazione come insidiosa continuità

Il seguente brano è tratto da una Tischrede, “Situazione temporalesca”, pubblicato in Affezione e dimora.

In esso don Giussani evidenzia, in coerenza con il suo complessivo anti-moralismo, come ciò da cui più dobbiamo soprattutto guardarci non sono “tentazioni” improvvise e momentanee, con “cadute” su questo o quel particolare, ma il persistere sotterraneo, di riserve contro la fede nella sua globalità.

Come in Dante, insomma, la colpa più grave non è quella passionale, ma quella “razionale” (non nel senso che lo sia davvero, ma nel senso di radicate nelle profondità dello spirito, lungamente e perfidamente “ruminata”).

«[...] la tentazione non è né un fulmine a ciel sereno né una turbolenza momentanea. Ci vincessero situazioni così contingenti, sarebbero a stento, a mio avviso, rilevabili come responsabilità consapevole (come dice il catechismo: offesa di Dio in materia grave con piena avvertenza e deliberato consenso); quando le tentazioni sono turbolenze brevi oppure un colpo di fulmine, anche se uno è rotto in due (si spezza) è come se non fosse una cosa grave. La cosa grave è là dove, comunque inizi, tende a essere un seme nella vita, una direzione della vita, una costante. La tentazione, infatti, tende sempre a essere una costante, sempre! La tentazione — come dice l’iterativo latino — è qualcosa che colpisce e poi insiste: come il pugilatore che ha aperto la ferita sulla “croda” dell’occhio e tende a dar pugni là dove il sangue sprizza; tende a essere continuità.

[...]

Il procedimento della tentazione è [...] una [...] alternativa al valore, attraverso una continuità connivente, con cui tu sei stata connivente. Non si può andare avanti con l’aratro tirando diritto, se si guarda indietro: si fa la riga storta!

Così, è vero quel che ho detto a casa del nostro Mario, quando – rispondendo di schianto a uno che aveva fatto una certa domanda – ho fatto osservare che il no a Gesù [...] nasce e si incista in noi – proprio come una cisti, brutta e dura – come una riserva. La riserva alla proposta che di sé fa un presente assoluto, la riserva è un no, sempre un no: può essere titubante o — come dire? — burbanzoso. La riserva è un no.

Ho detto che si incista: per lungo tempo (per un anno, due, tre, quattro...) sta lì nel suo buco lentissimamente scavando, allargandosi, senza che, neanche dal punto di vista scientifico (con la TAC), si possa capire quanto avanzi o quanto indietreggi. Ma se è acconsentito, nella misura in cui ci trova conniventi, a un certo punto scoppia e diventa il no che copre tutta la persona: quella cisti investe tutta la persona; diventa “cistosa” tutta la persona, diventa brutta tutta la persona. E allora uno rinnega, dice di no, tradisce. Ma la radice del tradimento sta nella connivenza, nel fatto che uno sopporti questa cisti, sopporti questa riserva; e badate che, sopportando questa riserva, è come se si sentisse più ragionevole. Qui sta la riserva: che questo no, più o meno incistito, è come se salvasse il fatto di essere ragionevoli.»