Una appassionata paternità

Giussani nella testimonianza di Dima

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«Io seguo il movimento più di voi»

[un coinvolgimento totale]

«Don Giussani aveva una predilezione per “il CLU” (Comunione e Liberazione Universitari), perché, come disse nel 1978, «nel CLU» aveva visto «la fonte di una rinascita di esperienza come io la sento, come io la intendo» (A. Savorana, Vita di don Giussani, p. 565). La sua compromissione con gli universitari inizia intorno al 1975, con un gruppetto della Cattolica, e si protrae per più di vent’anni, fino a quando le condizioni di salute lo permettono (nel 1998 partecipa per l’ultima volta dal vivo a un incontro nazionale di responsabili, chiamato Equipe). In quell’arco di tempo ne guida direttamente l’esperienza e si implica con la vita di moltissimi di loro, a partire dai responsabili.

Per me le possibilità di stare con Giussani si moltiplicano dal 1982, anno in cui mi coinvolge nella guida come responsabile nazionale (all’Equipe di maggio mi disse: «Dima, sarebbe bello se ti fermassi in università a fare ricerca e potessi seguire la vita del CLU»). Da allora ho avuto la grazia di un rapporto stretto con lui, facilitato e reso sistematico anche dal ruolo. Ho potuto vederlo “in azione” in tante situazioni: pubbliche, private, con piccoli gruppi, a tavola, di impegno, di intrattenimento, di riposo, di viaggio.

Giussani aveva un senso profondo dell’amicizia, della comunione, di cui viveva e comunicava il valore: «Siamo una cosa sola, Cristo ci ha messi insieme come membra dello stesso corpo», diceva citando san Paolo. Aveva per noi una stima, un’affezione, una simpatia disarmanti, che ci includevano nella sua vita e ci sollecitavano alla responsabilità e al rischio di noi stessi.

Uno dei momenti in cui questo si esprimeva più familiarmente era il pranzo settimanale del CLU, cui rimase fedele fino al 1996: ci si trovava ogni martedì, in via Martinengo, per un paio d’ore, in una quindicina di responsabili universitari (c’era il turnover delle generazioni e chi, come me, rimaneva). «Il momento più bello della settimana», ci dicevamo. Mangiando e bevendo, si discuteva di tutto. Giussani era interessato a quello che succedeva nella vita di ciascuno («A che punto sei della tesi?»), alle scoperte e ai problemi che emergevano nelle comunità, all’approfondimento dei fattori essenziali del cammino, ed era sempre attento a quello che accadeva nel mondo. Il tutto intrecciato a battute e risate. Giussani era un uomo profondamente simpatico e dotato di grande umorismo. Il clima era familiare, ma al tempo stesso intenso, teso. Con lui, noi eravamo sempre “in punta di sedia”, perché in un istante poteva passare dalla battuta all’osservazione seria, a volte tornando su un problema lasciato in sospeso e interpellandoci: «Tu cosa pensi?». Non ci si poteva “accasciare”, non accettava di “giocare al ribasso”. Nel modo in cui stava con noi respiravamo un’unità della vita e una tensione al destino che non lasciava fuori niente. Avvertivamo la sua passione per il compimento della nostra personalità, per il nostro cammino. Teneva a noi più di noi stessi. E in noi vi era, come risposta, un’aperta e appassionata disposizione filiale, un desiderio di immedesimarci con l’esperienza che viveva, una sete profonda di rapporto, che ci faceva continuamente cercare la sua compagnia. Lui non si tirava indietro: si coinvolgeva, si spendeva, quasi struggendosi per i limiti di tempo e di spazio.

[una attenzione per tutti...]

Ma tutto questo non era riservato al gruppo dei responsabili. Giussani è entrato in contatto personalmente con migliaia di universitari. Di moltissimi sapeva il nome e di un numero stupefacente condivideva la vita con sorprendente concretezza. Non fuggiva il peso dei problemi, non scaricava l’altro dopo avergli parlato, si preoccupava, cercava i modi per andare incontro con discrezione al suo bisogno, si trattasse dello studio, della famiglia, della salute, dei soldi, e a questo scopo mobilitava mezzo mondo («C’è la tal persona che ha bisogno di questo, potresti aiutarla?»). Aveva una passione per la felicità del singolo. Quando ci parlava in pubblico, non di rado diceva: «Amico, non ti conosco, ma darei la pelle per te».

Era vero. Molti l’hanno sperimentato. Spesso raccontava del missionario che aveva incontrato in uno dei suoi viaggi in Brasile e che, nella foresta amazzonica, rischiava ogni volta la vita per portare la comunione anche a una sola persona. Lo raccontava per dire: il cristianesimo si esprime come passione per la felicità del singolo. E, ogni volta che lo sentivo, pensavo: «Ma è don Giussani, anche se non siamo nella foresta amazzonica». Da dove veniva quello sguardo? L’ho capito meglio quando, nella memorabile lezione agli Esercizi del CLU del 1994, intitolata “Riconoscere Cristo”, gli ho sentito dire questa frase: «La carità è guardare la presenza, ogni presenza, colti nell’animo dalla passione per Cristo».

[... e per tutto]

«Io seguo il movimento più di voi», diceva. Nelle Equipe si vedeva, soprattutto nei momenti di assemblea e nella sintesi (uno dei vertici della sua genialità). Ascoltava con attenzione ogni intervento, prendeva nota delle espressioni, talvolta spronandoci a fare lo stesso: «Scrivete, questa frase è capitale». S’inalberava quando notava distrazione o indolente perplessità: «Perché, se non capite, non alzate la mano e dite: “Non ho capito”? Altrimenti perdiamo tempo». Si aveva la netta percezione che quel momento fosse determinante anzitutto per lui: era il modo con cui il Mistero gli suggeriva i passi.

Giussani era guidato da un primato dell’avvenimento, non da uno schema precostituito, e all’avvenimento appartenevano anche – e in quelle occasioni soprattutto – le esperienze, le scoperte, le parole e le difficoltà messe in campo dagli universitari presenti. I frutti di quella attenzione si vedevano nella sintesi, costruita valorizzando intuizioni, formule o accenni forniti da noi (spesso lo rimarcava, un po’ esagerando: «Sono tutte frasi dette da voi»). Non si trattava di un’operazione posticcia, non era una simulazione per far sentire importante qualcuno. In molti casi le nostre osservazioni restituivano cose che avevamo sentito dire da lui, ma, proprio in quanto erano passate attraverso di noi, diventavano per lui una sorpresa e un autentico contributo. Le formule di certi interventi entravano a far parte del lessico di Giussani, che le ripeteva citandole anche a distanza di anni, quasi come le frasi di poeti e scrittori (gli esempi sono tanti e non vorrei far torto a nessuno). Il suo “pensiero sorgivo” si sviluppava attingendo suggerimenti e modulazioni (anche) dalla nostra esperienza: noi avvertivamo che i nostri interventi erano attesi da lui e che lui imparava da essi. Diceva: «Da me dovete imparare a imparare».

[ruvido, quando occorreva]

Non vorrei costruire un’immagine edulcorata. Giussani aveva una personalità forte, correggeva, e sapeva anche essere ruvido. Un giorno, accompagnandolo in auto alla sede di via Porpora, avevo scelto una strada diversa dal solito e si era creato un piccolo intoppo in un punto: «Mi stai facendo perdere tempo», mi disse stizzito. Il rallentamento ci era costato una manciata di secondi!

Era esigente, molto esigente, in particolare quando si facevano gesti insieme come le Equipe. Per l’importanza che vi attribuiva, dovevano essere preparati con cura. Quando notava superficialità e approssimazione, tuonava: «Non avete lavorato!». La cura non riguardava soltanto la parte del discorso (l’ordine del giorno, l’invio dei contributi da parte delle comunità, la lettura e la discussione degli stessi nella relazione introduttiva, l’individuazione di qualche intervento d’apertura che facilitasse il dialogo, eccetera). Per Giussani non esistevano separazioni tra momenti di parola e gesti “ricreativi”, tra un’assemblea e il mangiare e il bere: tutto doveva esprimere la stessa tensione, servire allo stesso scopo. Ricordo l’ultima sera dell’Equipe estiva del 1983 (durava cinque giorni): ci fu l’ascolto del primo movimento della quarta sinfonia di Brahms, poi dei canti insieme e infine i “frizzi e lazzi”. Era stata fino a quel momento un’Equipe fruttuosa, ma i frizzi furono un disastro. La persona cui li affidammo li fece nello stile mainstream del cabaret, con varie uscite ingiuriose nei confronti di persone presenti, e senza alcun nesso con ciò che era accaduto in quei giorni. Giussani si alterò talmente che intimò al gruppetto dei responsabili ultimi di mettersi in fila di fianco a lui e poi disse questa frase: «Ecco, loro sono quelli con cui dovete prendervela per lo spettacolo indecoroso di questa serata». Correggeva, insomma, anche duramente. La responsabilità a cui ci chiamava era a 360 gradi: dei frizzi noi – io per primo – ce ne eravamo lavati le mani, accontentandoci di assegnarli a qualcuno (da allora la cosa cambiò).

Non vi era traccia di clericalismo o di paternalismo nei suoi modi. Investiva su di noi, confidava nel nostro contributo, per questo non esitava a essere esigente e critico, invitando anche noi a esserlo: noi eravamo partecipi dell’avventura cristiana in cui ci aveva coinvolti e ne rispondevamo con lui, oltre che a lui. Emblematiche furono le parole dette agli universitari nell’ultima Equipe a cui partecipò dal vivo: «Compitela voi la dinamica, che abbiamo inoltrato per anni, della ragione principale della nostra amicizia». Fu la pubblica consegna ai suoi figli di una eredità, oggi più viva che mai in una storia che continua.»

da Tracce.