A occhi aperti

la testimonianza di Savorana

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«Per lui la vita era qualcosa che Dio suscita ad ogni istante». Savorana, autore della più importante, documentatissima, biografia su don Luigi Giussani, e per tanti anni suo stretto collaboratore, racconta come lui guardava ogni fatto. Anche quelli che a tutti sembravano banali.

I titoletti sono nostri.

[la non-banalità dell'istante]

«“L’istante da allora non fu più banalità per me”. Con queste parole don Giussani fissa una scoperta fatta all’età di 15 anni. «Ero un giovane seminarista, un ragazzo obbediente, esemplare, finché un giorno accadde qualcosa che cambiò radicalmente la mia vita». Era all’inizio della prima liceo quando un suo professore – si chiamava don Gaetano Corti – lesse e commentò il Prologo del Vangelo di Giovanni: «Il Verbo di Dio, ovvero ciò di cui tutto consiste, si è fatto carne», perciò «la bellezza s’è fatta carne, la bontà s’è fatta carne, la giustizia s’è fatta carne, l’amore, la vita, la verità s’è fatta carne». Per Giussani questo è tutto: «La mia vita da giovanissimo è stata letteralmente investita da questo: sia come memoria che persistentemente percuoteva il mio pensiero, sia come stimolo a una rivalutazione della banalità quotidiana. L’istante, da allora, non fu più banalità per me». È una scoperta che spiega molto dell’umanità di Giussani, così vibrante davanti a tutto e a tutti: «La grandezza della fede cristiana, senza nessun paragone con qualsiasi altra posizione, è questa: Cristo ha risposto alla domanda umana. Perciò hanno un destino comune chi accetta la fede e la vive e chi, non avendo la fede, si annega dentro la domanda, si dispera nella domanda, soffre nella domanda». Per lui la vita era qualcosa che Dio suscita ad ogni istante, bisogna solo avere occhi aperti per intercettarne i segni. Tanti episodi della sua vita lo documentano. Qui mi limiterò a qualche esempio, legato alla mia professione. Oltre ad essere stato colui che mi ha fatto innamorare di Cristo, don Giussani è stato per me anche una vera e propria scuola di giornalismo: penso al suo senso della “notizia”, alla sua attenzione ai titoli degli articoli, all’uso delle immagini e delle parole, fino agli aggettivi.

[esempi dal lavoro gionalistico]

Per lavoro mi sono trovato immerso in un flusso vitale, da cui giungevano input di continuo. Erano incontri e circostanze che si fissavano nel suo sguardo, che segnavano la sua sensibilità e la coscienza che aveva delle persone e delle cose. Fossero eventi clamorosi o fatti apparentemente insignificanti, tutti davanti ai suoi occhi si caricavano di significato.

Penso a una tra le tante copertine di Tracce che documentano come Giussani sorprendeva nell’istante effimero il riverbero di qualcosa di grande. Nell’estate del 1995 viene a sapere che in Florida è appena nata una comunità di CL fatta di pochi giovani. Un niente, ma non per lui; per questo suggerisce di dedicare la copertina di luglio-agosto a quella notizia. Indica anche l’immagine – una spiaggia – e un titolo: DAL NIENTE. Eppure nasce qualcosa. Sommario: Nella Florida violenta e vacanziera un gruppo di giovani ha trovato “l’America”: esiste una risposta alla promessa di felicità che c’è nel cuore di ogni uomo. Ed esiste la “via”.

Facendo Tracce mi è capitato di immedesimarmi con l’umanità di don Giussani, che aveva un temperamento preciso e un particolare tono della voce, che si entusiasmava alla notizia che una ragazzina di Novosibirsk aveva imparato a memoria e recitato le poesie di Leopardi dopo aver incontrato alcuni Memores Domini che vivevano a Mosca e in Siberia. «Mi raccomando! Deve essere su due pagine». E così nel numero di Tracce del marzo 1997 uscì quella storia, con un titolo: GIACOMO LEOPARDI IN SIBERIA, e un sottotitolo: Per una civiltà nuova.

Forse una delle cose più imprevedibili di cui sono stato testimone nel mio lavoro è accaduta nel 2000. Nel mese di gennaio la comunità moscovita di CL aveva stampato il primo numero di Sled, l’edizione in lingua russa di Tracce. Incontrandolo per altri motivi, prima di andarmene gli consegnai quelle dieci pagine senza foto, a cui io non avevo dato troppo peso. Giussani le sfogliò, tradusse qualche titolo ricordandomi compiaciuto che in seminario aveva studiato un po’ di russo, quindi mi disse: «Scrivi! “Santità, ci permettiamo inviarLe questo primo numero della nostra rivista Tracce-Litterae communionis in lingua russa, realizzato dai nostri amici di Mosca. È la fragilità di un seme, che nasce dall’Eterno e si conficca nei cuori dei giovani credenti”». Inutile dire che la lettera, con le nostre due firme, una volta recapitata a Giovanni Paolo II, finì su Tracce. Titolo: Un seme per tutte le Russie.

Dalla metà degli anni Novanta i quotidiani cominciano a ospitare interventi di Giussani. Gli argomenti sono i più vari, tanti prendono spunto da fatti di cronaca. In essi si documenta uno dei cardini del metodo educativo di Giussani, sintetizzato ne Il senso religioso e che lui per primo incarnava, dandone a tutti l’esempio perché diventasse nostro: «La formula dell’itinerario al significato ultimo della realtà qual è? […] vivere sempre intensamente il reale […] senza preclusioni, cioè senza rinnegare e dimenticare nulla».

Il 1° febbraio 2003, mentre sta cenando con le persone che si prendono cura di lui, vede le immagini dello Shuttle Columbia che esplode al rientro da una missione nello spazio, causando la morte dei sette membri dell’equipaggio. Uno dei presenti commenta: «Comunque agli americani sta bene, si pensano i padroni del mondo…». Don Giussani lo interrompe bruscamente: «No!». Forse proprio quel commento scomposto lo spinge a intervenire pubblicamente sul Corriere della Sera, il 9 febbraio, con un articolo dal titolo Mosé e lo Shuttle. Perfino i primi cenni della primavera diventano per Giussani l’occasione di un articolo pasquale su la Repubblica del 30 marzo 1997, Il nuovo inizio dei figli di Dio. Seduto in poltrona davanti alla grande vetrata del suo studio, a Gudo Gambaredo, nella Bassa milanese, c’è un grosso albero; detta queste parole, indirizzate a Ezio Mauro: «Caro direttore, davanti alla mia finestra ho piante che sono ancora tutte distrutte dal gelo e dal freddo dell’inverno. Osservandole, pensavo che tutte le cose, tutte le nostre cose andrebbero a finire così se non ci fosse quella forza, quella potenza creatrice che ridesta altre piante davanti a me con foglie verdi e nuove». Quella immagine gli ricorda la Pasqua di Cristo, «la linfa che dal di dentro – misteriosamente ma certamente – rinverdisce la nostra aridità e rende possibile l’impossibile […]. Appena accennata umanità, nuova, come il rinverdirsi della natura amara e arida».

[la testimonianza di altri gionalisti]

Anche nei rapporti con i giornalisti emergono dei tratti inconfondibili della sua personalità, che vengono registrati dagli interlocutori. Come capitò a Pierluigi Battista o Ezio Mauro.

Pierluigi Battista, inviato del quotidiano La Stampa, ebbe l’incarico di intervistare don Giussani. I tempi erano molto stretti, il giornalista infatti sarebbe dovuto rientrare subito a Roma. E rimase colpito dalla decisione di Giussani, informato della cosa, di recarsi a Linate per risparmiargli l’andata e ritorno in taxi dalla sua abitazione. L’intervista avvenne in un bar dell’aeroporto, tra folle di passeggeri vocianti ed esce il 4 gennaio 1996. Ricordando quel giorno, Battista dirà: «In quella grande confusione, senza appunti, senza tutti i riti che di solito si usano tra l’intervistatore e l’intervistato (“Vuole un caffe? Ci sediamo?”, chiacchiere, e così via)», Giussani mostra una «straordinaria capacità di andare all’essenziale delle cose. Cioè la radicalità, non in modo frettoloso, di cogliere il centro della questione. Al centro di quella diversità irriducibile, però, coglieva e metteva quell’avvenimento: la manifestazione umana della divinità, se così posso dire. La mia impressione fu quella di un modo umanissimo, per nulla predicatorio, ieratico, di creare quella centralità».

Il direttore de La Stampa, Ezio Mauro, conobbe Giussani nella primavera del 1997, presso il convento delle Suorine di via Martinengo a Milano. Ecco come ricorda l’umanità di quel pranzo, lui che fino ad allora si era occupato di CL solo per via della politica: “Abbiamo parlato di tutto, ma non di questo. Lui mi ha chiesto dei miei figli, del mio lavoro e dei miei amici. Sapeva come la pensavo, conosceva le mie idee laiche, ma era interessato a parlare. Ricordo come guardava”.»

da Tracce.