La sensatezza della fede
intervista a Ratzinger
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Joseph Ratzinger
Quella che segue è una conversazione del 1980 tra Joseph Ratzinger, allora arcivescovo di Monaco di Baviera, e Ulrich Hommes, dell’emittente tedesca Bayerischer Rundfunk, apparsa allora col titolo “L’incontro con persone che vivono nella fede è una delle dimostrazioni più belle della forza del cristianesimo”, e contenuta ora nel libro In dialogo con il proprio tempo, volume tredicesimo dell’Opera omnia di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI in corso di edizione presso la Libreria Editrice VaticanaLEV
[la convenienza umana della fede]
Tutti, almeno una volta, arrivano a interrogarsi anche espressamente sul senso della vita. Generalmente accade non nei momenti in cui si sta bene e tutt’intorno le cose sembrano a posto, ma in situazioni di dolore e di bisogno, o anche a seguito di grandi delusioni o semplicemente in momenti strazianti di noia. Se in questi momenti ci si guarda intorno si fa una scoperta singolare: la questione del senso sembra essere più facile per i credenti – i credenti in senso stretto, ad esempio di religione cristiana. Anche i credenti sono assillati da problemi e tormentati da paure, ma su questo punto in qualche modo sembrano essere un bel po’ in vantaggio su tutti gli altri. Perché?
Anche il credente, in effetti, non è un uomo a cui sono risparmiati problemi, crisi, sofferenze e travagli interiori. Ma egli ha questo di particolare: sa che è voluto, che è necessario, che ha un compito, che c’è un’idea di lui. L’inizio del Vangelo di Giovanni, «In principio era il Verbo», lo si può tradurre anche con: «In principio era il senso!». Ed è un sostegno enorme anche per me personalmente sapere che mi precede una volontà che mi ha pensato prima che io stesso mi pensassi e mi conoscessi; che c’è un amore che mi vuole e che continua a sostenermi anche quando io stesso non riesco più a realizzare nulla di particolare, quando io stesso non riesco più a vedere o a dare alcun senso. Questo stare in una volontà di cui sono assolutamente certo e che so essere senso e amore, e che mi ha dato un senso, è quello che fa superare anche i momenti di apparente assenza di senso nella propria vita.
[le difficoltà odierne nel credere]
Ampliando un po’ quello che lei afferma di questa esperienza, significa che il senso nella vita umana proviene appunto soprattutto dal di fuori dell’uomo. In sostanza, però, questo contraddice grandemente la percezione di sé dell’uomo moderno. L’uomo moderno vuole fare tutto da sé e soprattutto fare affidamento su se stesso. Non si spiegano, forse, a partire da qui anche le difficoltà che tanti fra noi hanno a trovare sensata la vita? Non si dovrebbe dire, allora, che un uomo che non sa guardare aldilà di se stesso in fondo si contraddice e perciò non potrà neanche trovare la propria vita particolarmente sensata?
Sì, in effetti fa parte della percezione della vita dell’uomo di oggi voler creare da se stesso la propria vita e non attendere qualcosa che forse non avviene. Di conseguenza punta su quello che egli stesso può fare e ottenere, e per questo gli risulta difficile una fede che gli dice: la cosa decisiva non puoi farla tu, deve esserti donata in anticipo. Al riguardo, proprio questo dono anticipato di senso – che è l’elemento portante, quello che appunto rende la fede grande – è certamente anche ciò che allo stesso tempo la rende difficile per l’uomo di oggi, perché l’uomo, in questo caso, si deve affidare a qualcosa che lo precede. D’altro canto, è anche assolutamente certo che se il senso dipende da quello che sono in grado di fare io stesso o un gruppo, allora esso non è sufficiente. Perché nel momento in cui io stesso non sono più in grado di fare nulla – e questo momento arriva per ognuno, e non solo nell’istante della morte, ma già in tante situazioni durante la vita –, il senso finirebbe. Il senso deve essere più forte di quello che possiamo creare, deve essere qualcosa che già mi attende. Esso, comunque, mi dà anche dei compiti. In questo senso la fede cristiana non è qualcosa di passivo, non dice semplicemente “c’è già tutto”; in essa si tratta invece di qualcosa che mi precede, che non posso fare da me, ma che davvero mi vuole, e mi vuole come uno che agisce, qualcosa che al mio agire pone degli obbiettivi.
[la ragionevole persuasività della fede]
Signor cardinale, lei dice «che mi porta», «che mi vuole», «che mi dà un senso». Ora, se si lascia che questo agisca su se stessi, la prospettiva delle questioni effettivamente cambia. Spesso, infatti, gli uomini hanno più timore che la fede li costringa nel senso della Chiesa e della religione, che si debba rinunciare a possibilità molto promettenti. Sulla base delle esperienze di cui ci ha appena parlato, in realtà non ci sarebbe alcun motivo per respingere il rinvio a ciò che è al di fuori dell’uomo e a ciò che è trascendente. Al contrario – per dirla schiettamente – bisognerebbe guardare al Cielo per vivere con pienezza in terra. Ora, questo probabilmente suonerà assai duro per molti dei nostri telespettatori, perché tra di essi ce ne sono molti che non riescono veramente a fare i conti con questa questione del senso, i quali volentieri si farebbero anche dire come fare, ma che tuttavia sono molto distanti dalla fede. In genere preferiscono vivere come se non ci fosse alcun Dio. Aiuterebbe al riguardo suggerire che almeno una volta bisognerebbe provare l’inverso – non vivere, dunque, come se non ci fosse alcun Dio, ma vivere come se Dio ci fosse?
In primo luogo, è vero naturalmente che l’uomo, decidendosi per la fede, punta su una precisa possibilità. D’altronde, bisogna anche essere consapevoli che nessun uomo può, per così dire, realizzare tutto quello che umanamente si può fare. Se provasse a fare questo, non metterebbe radici in nessun luogo e alla fine in realtà non gli resterebbe nulla in mano. Proprio perché possa riuscire in tutto quello che gli è possibile, egli deve compiere un determinato assestamento e operare dei tagli; solo così può spalancarsi quel vasto orizzonte che è nascosto nella vita. Perciò direi che certamente la fede in un primo momento rappresenta una rinuncia a qualcosa. Ma, nel percorrere la via, mi si dischiude l’intera possibilità di essa, e per questo posso andare avanti. Rispetto alla seconda cosa che ha detto, penso che, in effetti, non si arriva ad alcun traguardo se si cerca di approcciare la fede con la pura teoria. Noi riconosciamo tutte le cose essenziali della nostra vita nell’interazione fra il pensare e l’agire, fra un’esperienza viva e quello che da essa impariamo. Cioè, se ci si chiude all’esperienza e nemmeno s’inizia, non può sbocciare neanche la conoscenza. La mia proposta, perciò, su come giungere alla fede e a questa possibilità di senso è proprio che s’inizi a fare come se questo senso ci fosse. Questo propose Pascal e questa è stata anche la strada attraverso la quale Charles de Foucauld incontrò il cristianesimo: che semplicemente a un certo punto si faccia in quel modo. Se nella propria vita semplicemente a un certo punto si parte da qui e dunque si agisce come se si fosse voluti, come se gli altri uomini fossero voluti, come se dietro ci fosse un senso eterno che ci porta, se si prova per così dire con questo modello, allora si farà un’esperienza molto particolare: si vedrà come si aprono più grandi possibilità, come la vita diventa più preziosa, più ricca, e come viene comprovato ciò che si è cercato con questa modalità. Attraverso l’esperimento dell’esperienza, cioè, si mostrerà che dietro c’è la verità e che davvero l’uomo è tanto grande quanto quest’accettazione della fede suppone. E per me, molto concretamente, una delle dimostrazioni più belle dello Spirito e della forza insiti nel cristianesimo è, ad esempio, proprio l’incontro con persone che vivono nella fede e che in essa sono diventate mature. Ricevo molte lettere da missionari, da suore, ad esempio dalla Rodesia, che si trovano nelle situazioni più difficili. E quando poi vedo come queste persone – che semplicemente vivono in forza di questa posizione e di questo presupposto –, anche nelle situazioni più difficili nelle quali umanamente non c’è più niente da fare, continuino a essere addirittura appagate, serene, libere, mature e buone, allora questa è, per così dire, una prova sperimentale. E allora di nuovo mi fa vedere anche che, sì, se s’inizia con questa tesi, se perciò si vive e si cerca questa esperienza, allora si vede anche la verità che in ciò è insita, allora si vede che è questo il modello di vita più grande e solido. La teoria e la riflessione sono certo necessarie, ma se al contempo non si fa un salto e, a partire da questo modello di vita, con semplicità non si osa fare le sue esperienze, non ci si avvicinerà a esso. Ma se si fa il salto, si sperimenterà veramente la sua realtà.