la copertina dell'inserto di Tracce col ritratto del santo

Sant'Ambrogio

un gigante alla base della Chiesa milanese

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N.B. il grassetto è una aggiunta nostra.

Premessa

«Hai avuto l’onore di essere sacerdote, e sedendo a poppa della Chiesa, reggi la nave contro i flutti, governi il timone della fede, affinché le gravi tempeste di questo tempo non la ’possano turbare. Il mare è in verità grande e vasto, ma non temere, perché: “Egli la fondò al di sopra dei mari e al di sopra dei fiumi”. Pertanto, giustamente, alle tante tempeste del mare, la Chiesa di Dio, costruita sulla pietra apostolica, rimane salda e incrollabile, persevera contro il furore del mare che impazza». Scrivendo questo brano sant’Ambrogio non sapeva di richiamare un lontano vescovo proprio a ciò che, passati tanti secoli, resta il fenomeno storico ed esistenziale più straordinario ed appassionante che si presenti a ciascuno di noi in tutta la vita: il mistero della Chiesa. Se il nostro stupore, oggi, davanti alla proposta di un tale mistero, è grande, ai tempi di sant’Ambrogio lo era altrettanto. Ne dà un’idea la seguente conversazione tramandataci da sant’Agostino: il collaboratore futuro successore di sant’Ambrogio a vescovo di Milano, san Simpliciano, rispondeva a Mario Vittorino, uno degli ingegni più brillanti del IV secolo, che diceva di essere ormai convinto dei principi del cristianesimo: «Tu non sei cristiano, io non t’ho mai visto nella nostra chiesa». Alla replica scherzosa di Vittorino: «Allora son le mura che fanno i cristiani», san Simpliciano assentiva gravemente.

Il comportamento di san Simpliciano resta il paradigma di questo mistero della Chiesa, che differenzia così nettamente chi vi partecipa da chi vi è estraneo, pur con tutte le buone intenzioni, ancora oggi come ieri. Per fare qualche vera scoperta, sarà, dunque, più che opportuno iniziare a rileggere la vita e l’opera di coloro che la tradizione pervenutaci indica tra i più grandi iniziati a un tale mistero: i santi, al di là di ogni notizia puramente leggendaria. Vale la pena di incominciare da chi tra essi è più famoso nella tradizione della Chiesa che più ci è vicina; di qui, il dovere per noi di parlare di sant’Ambrogio. E possiamo solo augurarci che il sentiero della nostra ricerca prenda la direzione di una simile strada maestra.

1. La figura di sant’Ambrogio

Per comprendere l’importanza dell’opera di sant’Ambrogio è necessario, ci pare, individuare preliminarmente tre aspetti della sua personalità che costituiscono il fondamento di tutta la sua vita ed azione: il primo, Ambrogio “enfant d’obéissance”, emerge nell’itinerario dalla giovinezza a Vescovo; il secondo, l’ideale della Chiesa in Ambrogio, risalta nella morte del fratello Satiro e nell’Exameron; il terzo, il “realismo ambrosiano”, è chiaro nella carità, nel desiderio di unità, nei richiami alla Scrittura, nello sforzo vivissimo di “incarnare la Chiesa”.

L’itinerario

Prima del suo arrivo a Milano, la vita di Ambrogio apparentemente non sembra distinguersi da quella degli altri grandi funzionari dell’Impero Romano del IV secolo, da quella élite di latifondisti cui spettano tutte le maggiori cariche e che, da secoli, detiene il potere: i Pretestato e i Simmaco, gli Albino e i Flaviano, i Probo e i Rufino. Classe ristretta ma ben esercitata attraverso un sapiente cursus honorum alle decisioni politiche, economiche, giudiziarie e militari.

Quando Ambrogio nel 370 arriva consularis a Milano, pare giunto quasi all’apice di ciò che può pretendere da una tale carriera: nella città più importante dell’Impero, con un’influenza di governo assai estesa. Ma Ambrogio, che ha appena varcato la trentina, non è un funzionario come tanti altri: in lui c’è una nota di umanità sconosciuta. Per spiegare la sua superiore coscienza di uomo prima, di Vescovo poi, è necessario ricostruire, per somme linee, l’influsso dell’educazione sociale e domestica sulla sua personalità.

Privo del padre fin dalla fanciullezza, cresciuto a Roma nella grande speranza del cristianesimo (un’ava era stata martire e il culto ne era in famiglia assai vivo) ha un fratello, Satiro, e una sorella, Marcellina, uniti a lui da una devozione e da una solidarietà senza pari, ma tacita, profonda, come conviene a chi partecipa con altri ad un comune mistero; si tratta, infatti, di un duplice mistero in questo momento della giovinezza: del mistero della vita e del mistero della Croce che sfumano l’uno nell’altro e riempiono il cuore, la fantasia, la volontà: tutto nel severo dovere quotidiano degli studi, negli impegni, nelle responsabilità di un’antica e nobile famiglia romana.

Ci sono doveri verso la legge “eterna” di Roma e doveri verso la legge “eterna” della Chiesa; ma le due dignità costituiscono nel giudizio sempre più sicuro di Ambrogio non un’antitesi bensì un unicum inseparabile. Quando, poi, Marcellina accetta la sua vocazione di vergine dedita a Cristo e ai poveri, i fratelli, avviati alla carriera imperiale, possiedono in questo atto la prova decisiva che ogni ordine di realtà verifica l’unità dell’esperienza religiosa. La giustizia non è ormai per Ambrogio la sola giustizia di Cesare, all’interno il seme evangelico ha lavorato in una giustizia dai significati ben più ampi. Ed il popolo milanese che comprende la qualità delle intenzioni nelle azioni di Ambrogio ha, come solo un popolo può avere, l’intuizione di aver trovato finalmente il suo tribuno, sacro davanti agli uomini, santo davanti a Dio. La notizia dell’elezione di Ambrogio a Vescovo per il grido di un fanciullo nell’assemblea tumultuosa dei cattolici e degli ariani dell’autunno del 373, lo mostra definitivamente. Il tentativo di Ambrogio, semplice catecumeno, di ricusare (arriva a far torturare ingiustamente un uomo, cerca di lasciare Milano, pur di screditarsi) ci introduce all’altissimo senso ecclesiale antico, dove il vescovo è l’apostolo e la responsabilità di guidare la comunità come di parteciparvi è a un altissimo livello di coscienza.

Così, Ambrogio, che infine acconsente e viene consacrato Vescovo, comprende che solo il coraggio di chi è chiamato da Dio può permettere di riempire la pagina bianca di ogni giorno con qualche merito, nella misura in cui «non è mai solo colui nel quale vive il Padre». Ma se è vero che «non varrebbe la pena nascere se non esistesse la realtà di essere redento», «chi non è così beato che nel suo cuore si compiano sempre e soltanto ascensioni? Chi, fra tante passioni di questa carne, fra tanti allettamenti di questa età, riesce a conservare sicuro e diritto il proprio passo?».

Già fin dai primi tempi Ambrogio scrive: «Posso resistere se però il mio debito verrà assolto al più presto» e così sempre si sentirà «ultimo fra tutti i vescovi e, per merito, infimo». C’è un ritratto di sant’Ambrogio nel sacello di San Vittore in Ciel d’Oro nella famosa basilica a Milano: è una piccola figura scarna, affilata che solo i paramenti sacerdotali riempiono di dignità e di splendore, ma nello sguardo c’è l’uomo disposto sia ad affrontare il compito più grave, l’uomo che veramente sa che «neanche il nostro cuore è in nostro potere». Questo uomo reggerà per ventiquattro anni la circoscrizione metropolitana del vescovado milanese comprendente Liguria (Piemonte, Lombardia, Liguria) ed Emilia e ne estenderà la preminenza e il prestigio nelle Venezie e nell’Istria, in Pannonia, Dacia, Macedonia, Gallia, Spagna; quest’uomo sarà arbitro della Chiesa nel momento in cui sotto la pressione dei barbari, degli ariani e degli ultimi pagani, l’avvenire, il presente stesso della Chiesa appaiono veramente problematici: un uomo incerto della sua stessa salute, che terminava tutte le sue prediche al popolo dicendo: «Domani, se il Signore mi concederà forza ed opportunità di parlare, ne discorrerò più a fondo».

L’ideale

Alla base dell’attività e del pensiero di sant’Ambrogio sta l’incrollabile convinzione di essere stato inserito dal cristianesimo, in modo misterioso, ma sensibile, in un luogo, la comunità della Chiesa, dove si realizza la salvezza e la grandezza dell’uomo, il rapporto personale con Dio: questa è per lui l’evidenza più certa: «Siamo tutte membra diverse in un solo corpo, ma tutte necessarie ad esso. Questa è una legge naturale, che avvicina tutta l’umanità, in modo che gli uni servano agli altri come parti del medesimo corpo. È non pensiamo che ci sia lecito togliere qualche cosa a qualcuno, dal momento che è contro natura anche non aiutare. Siamo strutturati in modo che le membra armonizzino con le membra, e l’una aderisca all’altra e si obbediscano con reciproca funzione: che, se una viene meno al suo compito, tutte le altre vengono bloccate. Quindi in un solo uomo si interrompe la comunione di tutta l’umanità, si profana la natura umana e la comunità della Santa Chiesa la quale diventa un unico corpo per l’unità di fede e di amore». Altrove scrive: «Facendosi seguace di questo perpetuo fiorire della Grazia in Cristo, la Chiesa può dire: “All’ombra sua desiderosa io mi sedetti; e questa Grazia ricevettero per primi in dono gli Apostoli, da cui non poté mai crollare foglia, sicché la loro ombra bastava a risanare i malati, perché essi adombravano le infermità del corpo con la fede e coi fiorenti meriti della virtù”. Tu, pure, dunque, rimani piantato nella casa del Signore, per rifiorire come palma nei suoi atri e affinché, essendo in te la Grazia della Chiesa, l’odore delle tue narici sia come i pomi e la tua bocca sia come ottimo vino, per inebriarti nel Cristo» (Hexameron).

Così continua, commosso da un’esperienza che lo investe totalmente e sempre più si approfondisce: «Meritatamente la Chiesa si dice simile alla luna, perché essa è brillata al mondo tutto, e illuminando le tenebre del mondo, dice: “È passata la notte, il giorno si è avvicinato - e bene si dice - affacciandosi a guardare” perché quasi dall’alto ella osserva i suoi, secondo quella frase: “Il Signore dal cielo guardò innanzi a sé i figli degli uomini” e la Chiesa, così, guardando avanti, ancora essa ha i suoi smarrimenti e le sue rinascite frequenti, ma in virtù dei primi ella crebbe e meritò di ampliarsi; mentre viene falcidiata dalla persecuzione, ma coronata nei martiri. Questa è la vera luna, che dalla perpetua luce del suo fratello si prende a prestito un lume di immortalità e di grazia. Ché la Chiesa non rifulge di proprio lume, ma di quello di Cristo, ritrae splendore dal sole di giustizia, così da poter dire: “Vivo, ma non già di vita mia, bensì vive in me Cristo”» (Hexameron). E finisce con un giudizio fermo e incrollabile: «In verità, O Chiesa, anche in ciò simile alla luna, di te pure si creda che tu possa parlare, spostata dal tuo posto e dal tuo soggiorno. Molti infatti tentano la Chiesa, ma le formule magiche della stregoneria non possono muoverle. A nulla valgono gli Incantatori dove ogni giorno si canta il cantico di Cristo» (Hexameron).

Questa visione comunitaria, cattolica, sola spiega i gesti più risoluti e instancabili di sant’Ambrogio: quell’impegno di vita nella sicurezza ammirevole del giudizio, dell’equilibrio e della concretezza che ne renderanno il nome e l’autorità sempre più riveriti e temuti. La partecipazione più grande al mistero della Chiesa rafforza anche i legami già saldi che lo uniscono alla sorella ed al fratello Satiro. Questi abbandona addirittura la sua alta dignità di governatore romano per aiutare Ambrogio nel gravoso compito pastorale: diviene attivo organizzatore ed amministratore dei beni della famiglia interamente donati alla comunità della Chiesa. Non sono più fratelli solo nella carne, ma procedono insieme in una nuova amicizia, considerandosi una cosa: sola, un mezzo della volontà di Dio per aiutare gli uomini. Sant’Ambrogio stesso ci parla del vincolo di solidarietà che li incatena: «Perché io non fui mai tutto in me, e nell’uno e nell’altro di noi era la parte maggiore d’entrambi: l’uno e l’altro poi eravamo in Cristo nel quale è la somma di tutti e la parte di ciascuno» (De Excessu Fratris).

Quando nel 375 il fratello viene meno, stroncato dalle fatiche, la considerazione della comunità toglie ogni velo di disperazione allora della morte: «Fratelli miei, abbiamo condotto a sepoltura la mia vittima incontaminata, gradita a Dio, il mio signore e fratello Satiro. Ricordavo di essere mortale e non sbagliai, ma la Grazia fu più abbondante di quel che speravo. Infatti non ho nulla di cui lamentarmi e devo ringraziare Dio, perché ho sempre preferito che, se si fosse presentata l’alternativa fra un perturbamento della Chiesa e mio, questo cadesse su me e sulla mia famiglia. Sia dunque ringraziato Iddio, perché in questo generale terrore, quando tutto è motivo di sospetto per i moti dei barbari, ho evitato un lutto comune con un dolore privato ed è stato riversato su di una persona quello che io temevo per tutti. Tra i beni umani non ho avuto nulla di più caro, amato, prezioso di un fratello, ma il bene della Chiesa supera quello del singolo» (De Excessu Fratris).

«Seguiva Cristo da soldato sempre pronto ed agile» scrive di Ambrogio commosso il biografo Paolino.

L’educazione all’ideale

«Cominciai prima ad insegnare che ad imparare. Io mi sentivo in dovere di imparare e ammaestrare contemporaneamente, dato che non c’era tempo di imparare prima» (De Officiis).

La figura di sant’Ambrogio è soprattutto quella dell’educatore. La validità del suo insegnamento sta nel fatto che consisteva innanzitutto in un modo di vita, nell’esempio. E l’esempio più clamoroso è la sua carità verso i poveri, tanto discussa e criticata al suo tempo, perché infrangeva ogni limite di aequitas romana.

«Vedono di malocchio il fatto che venga distribuito il denaro. Mi si accusasse sempre di dare l’oro ai poveri! Se mi rinfacciano di cercare in loro una difesa, è vero, non dico di no, anzi, lo desidero. Ho una difesa, ma nella preghiera dei poveri».

(Ep. XX)

Scriverà nel De Tobia:

«Dispensa il denaro al tuo prossimo, se ne hai. Giovi agli altri quello che per te è inutile. Prestalo come se non dovessi più riceverlo, affinché tu abbia a considerarlo come un guadagno, nel caso che ti venga reso. Chi non rende il denaro, ti renda la gratitudine».

De Tobia

E nel De Nabuthae accentuerà la dose:

«Non è propriamente tuo quello che elargisci ai poveri, ma piuttosto loro, e il bene che pretendi di possedere tu solo è stato dato per l’uso comune di tutti gli uomini».

De Nabuthae

Perché questa è la scala dei valori: «La giustizia si deve prima di tutto a Dio, in secondo luogo alla patria, in terzo alla famiglia, poi all’umanità intera. Difendere la patria contro i barbari nella guerra, difendere i deboli nella pace, proteggere contro la violenza i propri fratelli oppressi, ecco l’opera della. giustizia» (Hexameron).

Per questo colpirà duramente l’egoismo:

«Voi ricchi siete non tanto cupidi dell’utile vostro, quanto del vostro privilegio. Questo volete, escludere gli altri; e le spoglie dei poveri vi allettano di più che i vostri stessi guadagni».

(De Nabuthae)

Bisogna comprendere finalmente che: «È Dio quegli che parla, Dio venerabile per natura, inestimabile per grandezza, incommensurabile nei premi, incomprensibile nelle opere, Dio, la cui profonda sapienza, chi mai potrebbe così facilmente investigare?» (De Excessu Fratris).

Sant’Ambrogio è consapevole della realtà diversa e superiore del cristianesimo, per questo è instancabile nell’invitare ad apprezzare il momento unico della tradizione di Dio, la Bibbia, perché:

«La scrittura divina è come un mare, ma in questo mare entrano molti fiumi, ve ne sono di acqua dolce e chiara e di quelle zampillanti che salgono fino alla vita eterna: vi sono parole sostanziose come favi di miele e belle sentenze che rinfrescano come una bevanda spirituale l’animo di chi le sente. La preghiera dei fedeli è ricca di frutti se nutrita del succo delle parole apostoliche».

(Ep. ad Constantium)

E Ambrogio partecipa al fondo della parola biblica, dagli straordinari poteri, se capita nella sua autentica e divina essenzialità. Dice sant’Agostino: «Io udivo con gioia Ambrogio affermare spesso nelle sue prediche rivolte al popolo: “La parola muore se non è vivificata dallo Spirito”» (Sant’Agostino, Confessioni, Il).

Ma, soprattutto, sant’Ambrogio comprende ed introduce al mistero nuovo dell’unità, il cattolicesimo; scrive allo stesso Pontefice: «Capo di tutto il mondo romano, non permettere che la Chiesa romana sia sconvolta; da lei, infatti, provengono i privilegi di partecipare alla Santa Comunione di vita» (Ep. Il).

È a perpetuare questo mistero che tende ogni suo sforzo umano; per questo mistero d’unità combatterà gli ariani, la corte, gli imperatori stessi: «Tutti gli uomini viventi sotto un unico potere terreno, impararono a riconoscere con fedeltà la potestà di un solo Dio Onnipotente» (Enarr. in Ps. XIV).

Per questo supremo valore sa che: «Non desiderarono la sepoltura coloro ai quali era riservata una dimora in cielo. Errarono per il mondo come quelli che tutto hanno e nulla posseggono; non temevano la morte quelli che Cristo faceva liberi» (Ep. ad Vercellenses).

Unicamente per la fedeltà a questi valori autentici della comunità cristiana sant’Ambrogio può vedere ancora Dio incarnarsi sotto i suoi occhi stupiti in una comunità nuova: la comunità stessa di Milano, completamente trasformata in pochi anni:

«Siano rese grazie a Voi, o Gesù, nostro Signore, la nuova alleanza ci ha dato nuovi costumi! Oggi noi benediciamo quelli che avevamo maledetto, amiamo i nostri nemici, non ci vantiamo più dei nostri delitti, ma confessiamo le nostre colpe.

Un uomo nuovo, liberato dalle vanità terrestri ha preso il posto del vecchio uomo. Addio alle follie ingannatrici, alle guerre sanguinarie fatte per delle miserabili conquiste. Addio alle tumultuose eccitazioni dei teatri, a quelle violente del circo, al veleno mortale dell’eresia, alla menzogna degli dei; vanità delle vanità dice il saggio Salomone, tutto non è che vanità»

Hexameron

Così, quando è al centro della comunità e tutta gli risponde ad una sola voce, può totalmente verificare che: «Dove è Pietro, qui è la Chiesa; e dove è la Chiesa, qui non c’è morte, ma vita senza fine» (In Ps. XL); anche se tutto è incerto, anche se i barbari sembrano poter distruggere la stessa speranza di un avvenire.

2.La lotta per la Chiesa

Una volta che i Cristianesimo uscì dalla persecuzione, non ogni incertezza politica venne fugata, al contrario, il rapporto tra i cristiani e l’Impero continuò in una permanente tensione, di cui resta esempio clamoroso l’esilio di san Dionigi, l’ultimo vescovo cattolico di Milano, prima di Ambrogio. Difficilmente possiamo avere idea delle lotte tra ariani, pagani e cattolici, che si svolsero nel IV secolo per la supremazia nell’Impero, e della loro asprezza. Quello che emerge in ogni caso da queste lotte è l'“approfondimento” ambrosiano della libertà della Chiesa: libertà e difesa di una realtà nuova, di rapporti più umani di vita, che la concezione cattolica, comunitaria con maggior coscienza sa difendere per la stessa più ampia libertà del singolo.

Tre episodi di questa lotta ci possono apparire ancora oggi oltremodo significativi: quello relativo all’altare della vittoria contro i pagani, quello relativo alla basilica nuova di Milano contro gli ariani e, infine, la sottomissione di Teodosio dopo i gli eccidi di Tessalonica.

La lotta contro i pagani

Nel 382 nella questione dell’altare della vittoria vi è il primo grande momento della lotta per l’affermazione politico-giuridica del cristianesimo. Mentre Ambrogio era a Treviri, ambasciatore presso Massimo, l’imperatore Graziano aveva ricevuto nu una delegazione di senatori romani, guidata da Simmaco, il cui scopo era di ottenere il ricollocamento in Senato del simulacro della dea Vittoria. Il fatto rivestiva una notevole importanza culturale e politica forse più che religiosa; ma per Ambrogio questa era l’occasione di misurarsi con le forze restanti del paganesimo per poter loro inferire il colpo decisivo.

L’orazione, breve ma efficace nella sua perfezione stilistica, palesa però una debolezza di motivi, una impossibilità di affermare, in sostanza, un relativismo che rende vano e vacuo i l’accorato appello alla tradizione. La difesa di Simmaco del pluralismo religioso è un espediente tattico perché negli ambienti pagani si conserva in realtà l’idea di una restaurazione più o meno intollerante (alcuni tentativi di ribellione all’Impero lo denunciano, in questi anni) e non si tiene conto inoltre che i cristiani sono la grandissima maggioranza dell’Impero:

«Ciascuno infatti ha le proprie usanze ed il proprio culto. La divina Provvidenza diede alle città protettori diversi; e come ogni uomo, nascendo riceve un’anima, così ogni popolo vanta i suoi geni tutelari. Si aggiunge poi l’utilità pubblica che, più di ogni altra cosa, lega gli uomini agli dei. Poiché la causa prima è sempre avvolta fra le tenebre, da che altro si può dedurre la conoscenza della divinità, se non dalla tradizione che attesta un passato di grandezza e di gloria? […] Concedete, ve ne scongiuro, che noi, vecchi, passiamo ai nostri figli l’eredità che, fanciulli, ricevemmo dai nostri padri […] Non c’è cosa che alle nostre deliberazioni conferisca maggiore autorità del fatto che esse sono tutte prese con la garanzia del giuramento. Divenuta profana, d’ora innanzi la Curia sarà dunque aperta ad ogni genere di spergiuri […] È giusto riconoscere che quell’Essere, a cui si rivolgono le preghiere di tutti gli uomini, è lo stesso per tutti. Noi contempliamo gli stessi astri, abbiamo in comune lo stesso cielo; uno stesso mondo ci contiene. Che importa per qual via ciascuno vada in cerca della verità? Una strada sola non basta per giungere alla conoscenza di questo grande mistero…».

(Oratio Symmachi)

Ambrogio appena informato dell’ambasceria e della propensione dell’Imperatore ad accontentare i pagani, tra cui erano tanti cittadini ragguardevoli, minaccia di scomunicarlo se favorirà gli idolatri.

«Non c’è infatti nessuna sicurezza per chi non adora con sincerità di sentimento il vero Dio, cioè il Dio dei cristiani, da cui l’universo è governato. Lui solo è il vero Dio; Lui solo dobbiamo venerare nell’intimo della nostra anima… Stai sicuro che, se tu decidi contro di noi, nessun vescovo potrà sopportare di buon animo questa ingiustizia. Tu potrai recarti in Chiesa; ma non ci troverai neppure un sacerdote a riceverti, oppure, sì, ce lo troverai, ma per impedirti l’ingresso. Che cosa gli risponderai tu, quando egli ti dirà: “L’altare di Dio rifiuta i tuoi doni, perché con quegli stessi doni, tu adornasti l’altare degli idoli”?» .

(Ep. XVII)

Quando il Vescovo è a conoscenza del testo della relatio Symmachi la confuta punto per punto in modo appassionato ed efficace. Dal confronto appare evidente che il paganesimo è già sconfitto e agonizzante. si o

«La città è stata rappresentata in atto di declamare con flebili parole il culto delle sue antiche cerimonie. Sono queste cerimonie, secondo lei, che respinsero Annibale dalle sue mura, e i Galli dal Campidoglio. Ma così nell’atto stesso in cui si pretende di celebrare la potenza di quelle cerimonie sacre, se ne pone allo scoperto la debolezza. Dunque Annibale potè lungamente avere in ludibrio gli dei di Roma e, sebbene questi gli stessero schierati contro, poté avvicinarsi vittorioso fin sotto le mura della città! […] Anche Annibale venerava le medesime divinità. Dunque, una delle due: se da una parte gli dei vinsero con i romani, furono dall’altra debellati dai cartaginesi; se vinsero con i cartaginesi, non giovarono ai romani. Cessi dunque la pretesa querela del popolo romano! Le parole di Simmaco non sono affatto quelle stesse che Roma gli aveva raccomandato di riferire ai sovrani. No, Roma parla un linguaggio molto diverso: “Perché mai - essa dice - m’insanguinate ogni giorno con lo sterile sacrificio di animali innocenti? o nelle fibre palpitanti delle vittime, ma sull’eroismo dei combattenti riposano i trofei della vittoria… Che mi venite dicendo delle credenze degli antichi? Ho in orrore il culto praticato dai vari Neroni. Debbo forse rimpiangere quegli imperatori il cui regno finì sul nascere? È accaduto solamente oggi per la prima volta che i barbari siano usciti dalle loro frontiere? O forse furono cristiani quegli imperatori, dei quali uno finì prigioniero, e sotto l’altro fu prigioniero il mondo? O forse non si lavava anche allora l’ara della vittoria?

Io mi pento dei miei passati errori; questa canizie è diventata color del sangue per la vergogna. Non arrossisco, nella mia vecchia età di convertirmi con tutto il mondo […] Non c’è mai da vergognarsi di passare a miglior partito. Io finora avevo in comune coi barbari l’ignoranza del vero Dio”.

Tutti i vostri sacrifici consistono nell’aspergervi del sangue delle bestie. Perché vi ostinate a chiedere la voce di Dio ad animali sacrificati? Venite piuttosto a conoscere sulla terra la milizia celeste: qui viviamo, colà militiamo. Lasciate che il Mistero del cielo venga a noi rivelato dal medesimo Dio che lo creò, non dall’uomo che non conosce neppure se stesso. Sulle cose di Dio, a chi posso credere più sicuramente che a Dio? Quale fiducia posso avere in voi, che confessate ormai di ignorare quel che venerate? Voi dite che una strada sola non basta a giungere alla conoscenza del grande mistero della natura. Ma la voce di Dio ha già rivelato a noi quello che per voi costituisce ancora un mistero. Quel che voi tentate di indovinare per via di congetture, è stato già manifestato alla nostra mente dalla sapienza divina. Le vostre idee r in comune con le nostre…» .

(Ep. XVII)

I pagani si lamentano perché i loro sacerdoti non ricevono più emolumenti dallo Stato; ma, rileva Ambrogio, di questi benefici che ai pagani ora sono tolti, i cristiani non hanno mai usufruito. Perché, dunque, lo Stato avrebbe dovuto compiere una ingiusta discriminazione? Ben poco del resto interessano ai cristiani i benefici economici:

«… io preferisco che siamo poveri di denaro e ricchi di Grazia […] La Chiesa non possiede nient’altro che la fede: ecco le sue rendite, ecco i suoi guadagni. Il mantenimento dei poveri è l’unico suo patrimonio. Ci dicano i nostri avversari quanti prigionieri riscattarono con le rendite dei loro templi, quanto cibo distribuirono agli affamati, quanti soccorsi mandarono ai proscritti… Sogliono rimproverarci l’abbandono delle antiche cerimonie. Forse che ogni cosa non viene resa migliore dal progresso? Il mondo stesso, in principio, fu costituito mediante un agglomeramento dei semi degli elementi che erravano nel vuoto; e le tenebre diffondevano su quell’ammasso caotico di “materia l’orrore e la confusione. Solo più tardi il cielo, la terra, il mare si separarono, e la materia acquistò quelle forme concrete, che agli occhi nostri si rivelano piene di meravigliosa bellezza. Infine la terra, scuotendo da sé le tenebre che la avvolgevano, stupì di vedersi illuminata dal sole. Il giorno, quando nasce, non risplende mai in tutta la sua pienezza, ma se col volgere del tempo, la sua luce si fa più intensa, e il suo calore più ardente […] chi oserà affermare che l’universa natura avrebbe dovuto arrestarsi all’inizio della sua creazione? Chi oserà dolersi del fatto che lo splendore del sole dissipò le tenebre, di cui era i coperto il mondo?… Quelli che ci accusano di novità dovrebbero biasimare la vendemmia, perché matura sul declinar dell’anno; dovrebbero biasimare l’ulivo, perché è l’ultimo a dar frutto. Quanto a noi, le anime dei fedeli sono la nostra messe; i frutti della Grazia sono la vendemmia della Chiesa: anticamente, essa fioriva nei suoi Santi; ma oggi s’è diffusa tra tutti i popoli, in modo da far intendere a chiunque che la fede di Cristo non penetrerà ingannevolmente nelle anime degli ignoranti, ma che gli uomini con giusto discernimento preferirono la verità ad una falsa opinione, che prima regnava incontrastata nelle loro coscienze» .

(Ep. XVII)

In questo momento sant’Ambrogio non richiede altro che la parità dei diritti tra i culti:

«Il pagano ha un’opinione sua propria; e tu non lo costringi a venerare quel ch’egli non vuole. Ebbene, anch’egli lasci a te, o Imperatore, la stessa libertà, e non cerchi di usare con un imperatore quella violenza, a cui egli si ribellerebbe, se l’imperatore volesse usarla con lui» .

(Ep. XVII)

In seguito egli farà assumere all’Impero il ruolo di braccio secolare della Chiesa, anche se questa funzione, diretta contro le istituzioni e non le persone, non porterà danni materiali a nessuno: quel che importa ad Ambrogio è impedire il culto pubblico ad eretici e pagani che rispetto alla grandissima maggioranza di popolo cattolico rappresentano una ristretta aristocrazia ancora molto potente e intrigante. Avviene così che i sinodi siano convocati da un decreto dell’Imperatore, a cui dopo la condanna degli eretici ci si rivolge perché li si scacci dalle chiese.

Si chiede, ad esempio, che i vescovi possano servirsi, per recarsi ai concili, delle poste imperiali, unici mezzi sicuri e rapidi.

È necessario, in questo problema, uno sforzo di immedesimazione con la mentalità di allora: per essa era naturale pensare che se l’imperatore era cristiano, anche l’Impero dovesse essere tale; ed è comprensibile che sant’Ambrogio possa î richiedere i servigi della potenza imperiale per la Chiesa, non ancora del tutto organizzata nella sua compagine gerarchica e nelle sue forme materiali, quasi in cambio del beneficio che egli più volte rende all’Impero, rinforzando il prestigio degli imperatori con la sua autorità (così avviene, ad esempio, quando Giustina e Valentiniano chiedono la sua protezione davanti alle minacce di Massimo, o quando è posta sotto la sua tutela la successione dei figli di Teodosio).

La lotta contro gli ariani

Il rifiuto di consegnare all’Imperatore le basiliche da destinare agli ariani nella famosa contesa del 386, dà modo ad Ambrogio però di ribadire la sostanziale indipendenza della Chiesa di fronte allo Stato:

«All’Imperatore spettano i palazzi, ai sacerdoti le chiese».

Si compie così un passo avanti rispetto alla concezione giuridica romana, che non distingueva tra lo Stato e la persona dell’imperatore, originando un assolutismo. Gli ariani, protesta sant’Ambrogio, «vogliono dare all’Imperatore ciò che di diritto appartiene alla Chiesa»; ma l’Imperatore non ha potere su ciò che riguarda la Chiesa, perché essa non è stata edificata da autorità umana, ma dal volere di Dio: «non lex Ecclesiam congregavit, sed fides Christi».

Sul piano giuridico e politico sant’Ambrogio tiene una posizione di difesa, con audacia e cautela insieme. Egli sfida Valentiniano a mandarlo in esilio, se è realmente colpevole di sobillare il popolo; ma afferma anche: «Consegnare la basilica non posso, ma combattere non devo» mostrando di volersi mantenere nei limiti di quella legalità che l’Imperatore stesso intende violare.

Inoltre, sul piano religioso Ambrogio rivendica la sua autorità nei confronti del Principe: «L’Imperatore non è sopra la Chiesa, è nella Chiesa». Anzi, in quanto laico, l’Imperatore ha minore dignità del Vescovo; questi, dunque, ha diritto ad essere giudicato solo da altri Vescovi, a lui pari: «Si è mai visto dei laici giudicare un Vescovo?». Ambrogio, dunque, per primo, avvertì il problema in seguito al quale fu istituito il foro ecclesiastico.

Già si manifesta, apportata dalla morale, una limitazione al concetto della onnipotenza imperiale: «Benché superiori alle leggi umane, i re sono tuttavia sottomessi a Dio per i loro peccati».

Giustamente può dire lo storico Palanque che sant’Ambrogio riesce, già nei suoi tempi, a «concepire un Impero spogliato, a causa di Dio, della sua onnipotenza illimitata e arbitraria».

Il seguente brano di sant’Ambrogio ci mostra tutta la drammaticità dell’ora della lotta:

«Non mi veniva richiesta solo la basilica Porzia che è extraurbana, ma quella nuova, che è in città ed è la più importante. Mi fecero chiamare anzitutto i funzionari di palazzo, ordinandomi di consegnare la basilica e di fare in modo che il popolo non si sollevasse. Ho risposto, come era mio dovere, che un sacerdote non può consegnare una chiesa. Il giorno dopo, in chiesa, si cominciò ad alzare grida, mentre anche il prefetto era presente; io cominciai a consigliare di consegnare almeno la basilica Porzia, ma il popolo protestò. Così la riunione si sciolse con l’intesa che il prefetto avrebbe chiesto l’ordine di consegna all’Imperatore. Il giorno successivo era domenica ed io dopo le preghiere, avendo allontanato i catecumeni, spiegavo il simbolo ad alcuni più esperti. In quel momento mi fu annunziato che dal palazzo imperiale erano stati mandati alla basilica Porzia funzionari imperiali e che una parte del popolo si dirigeva colà. Io tuttavia rimasi al mio posto e cominciai a celebrare la Messa.

Mentre celebravo vengo a sapere che il popolo aveva rapito un certo Castulo, prete ariano; i passanti lo avevano insultato «nel mezzo della piazza. Cominciai a piangere e a pregare Dio «che facesse in modo che non fosse sparso sangue, non solo per non fare danno al popolo, ma anche per la salvezza degli stessi infedeli. Inviando colà alcuni preti e diaconi riuscii a liberare quell’uomo. Per rappresaglia vengono imposte forti multe e compiuti vari arresti. Vengono compiute alcune persecuzioni sempre in vista di ottenere la consegna della basilica. Vengo richiamato dai funzionari per la consegna della basilica, dichiarandomi essi che l’Imperatore usava di un suo diritto richiedendola, dato che ogni cosa è in suo possesso. Ho risposto che se mi chiedevano quel che era mio non avrei ceduto, perché quel che è mio è dei poveri, quel che appartiene a Dio non è soggetto al potere imperiale. Se lo volevano, la occupassero con la forza, ma non avrei ceduto e volentieri mi sarei immolato per la salvezza delle cose sacre. Si chiedeva che io frenassi il popolo, risposi che io potevo solo non eccitarlo, ma che era nelle mani di Dio il tenerlo calmo. Aggiunsi che se mi ritenevano un sobillatore dovevano punirmi e mandarmi in esilio. Ciò detto essi se ne andarono, io rimasi tutto il giorno nella basilica vecchia, poi mi recai a casa a dormire, affinché, se qualcuno fosse venuto ad arrestarmi, mi trovasse pronto. Al mattino seguente la basilica venne occupata dai soldati che mandarono a dire all'Imperatore che se voleva fare qualcosa, erano pronti ad ubbidirgli solo se egli fosse stato d’accordo con i cattolici, altrimenti sarebbero passati dalla parte di Ambrogio. Nessuno osava dichiararsi ariano, perché non erano di quella città, pochi appartenevano alla corte ed i più erano goti, e come un tempo, vivevano nomadi, così ora non avevano una chiesa stabile. Ovunque l’Imperatrice andava si portava dietro costoro. Seppi che la basilica era piena di pianti di popolo, ma mentre si pregava mi si annunzia che. anche la basilica nuova era piena di folla e si sarebbe potuto vedere colà più gente che quando non c’erano ostacoli; e veniva richiesto insistentemente l’invio di un prete. Gli stessi soldati che avevano occupato la chiesa, avendo saputo che avevo ordinato di scomunicarli, cominciarono a mescolarsi in mezzo a noi. Ciò vedendo, le donne si spaventarono ed una svenne, ma i soldati avvertirono che erano venuti per pregare, non per combattere. Il popolo frattanto, insisteva perché ci recassimo tutti nell’altra basilica e mi si riferì che colà era richiesta la mia presenza.

“Consegna la basilica” mi dicono infine; rispondo che non è lecito a me di darla, né all’Imperatore di chiederla. Nessuno osa a buon diritto violare il domicilio privato e si pensa possibile portar via le cose a Dio? Si dichiara che all’Imperatore tutto è permesso e che ogni cosa è sua; rispondo: “Non creda l’Imperatore di poter avanzare qualche diritto politico in questioni religiose; non insuperbirti del tuo potere, ma se vuoi governare a lungo sii soggetto a Dio. All’Imperatore spettano i palazzi, ai sacerdoti le chiese; a te è stato affidato il diritto sulle mura pubbliche e non sulle sacre

Io dicevo tali cose non sperando che l’animo dell’Imperatore si piegasse alle insistenze dei soldati, dei funzionari del popolo. Frattanto mi viene comunicato l’arrivo di un notaio che portava gli ordini; lo ricevo ed egli mi dice: “Come mai sei andato contro un ordine imperiale?”. Rispondo: “Ignoro l’ordine e non so che cosa ho fatto di male”. Ribatte: “Perché hai mandato dei preti in quella chiesa? Se sei un ribelle dimmelo, perché io mi regoli in proposito”. Rispondo che io non avevo preso posizione, ma non appena avevo saputo che la basilica era stata occupata dai soldati, avevo protestato, ed a quelli che mi invitavano ad andare colà avevo detto: “Consegnare la basilica non posso, ma combattere non devo”. Quando poi avevo saputo che erano stati portati via di là alcuni veli, avevo spedito colà alcuni preti, perché il popolo mi invocava, ma io non mi ero recato ed invece andavo dicendo: “Ritengo che Cristo sia il nostro Imperatore”. Se il mio modo di fare pareva quello di un tiranno, perché aspettavano a colpirmi? Fin dall’antichità erano stati i sacerdoti a conferire i pubblici poteri, non ad usurparli, ed è fama comune che sono stati sempre gli imperatori ad ambire al sacerdozio, piuttosto che i sacerdoti all’Impero. Cristo era fuggito per non essere fatto re. Abbiamo anche noi la nostra tirannide, ma la tirannia del sacerdote è la debolezza: “Quando sono infermo, allora sono potente” (Cor 12, 10). Badasse lui piuttosto a non fare il tiranno per non vedersi suscitato contro un avversario da Dio. Tutto il giorno passò così tra i pianti, ma le tende vennero rotte da alcuni ragazzi. Io non potei tornare a casa perché la chiesa era circondata da soldati che facevano la guardia. Recitammo i salmi con i confratelli nella basilica minore, ma improvvisamente fu annunciato che l’Imperatore aveva annunciato ai soldati di ritirarsi ed anche coloro che erano stati arrestati per rappresaglia furono liberati. Qual gioia di tutto il popolo, quali feste, che ringraziamenti! Era il giorno in cui il Signore morì per noi, e il giorno in cui la Chiesa termina la penitenza.

I soldati, avvicinandosi agli altari, li baciavano in segno di pace»

(Ep. XX)

La lotta contro l’Imperatore

La prova della fermezza nel difendere la libertà e la giustizia del Vescovo milanese si manifesta anche nella sua condotta verso Teodosio - che pure si avvicina maggiormente all’ideale cristiano di imperatore da lui auspicato - alla notizia dell’eccidio di Tessalonica, ordinato da T’eodosio nel 390 in seguito all’uccisione di un governatore imperiale in quella città.

Allontanatosi Ambrogio da Milano, quando vi ritorna si tiene lontano dall’Imperatore, e quando questo gli scrive per giustificarsi, risponde con parole rispettose, ma severe, invitandolo alla penitenza:

«Non posso certo negare il tuo fervido zelo per la fede cristiana; non posso disconoscere il tuo timor di Dio. Ma hai un carattere oltremodo impetuoso. Ti pieghi a misericordia se ti dicono dolci parole; ti abbandoni invece ad una violenza irrefrenabile, se qualcuno ti irrita… Ti scrivo questo non per umiliarti, ma per indurti, con gli esempi dei re, a cancellare questo peccato dal ricordo del tuo regno… Direttamente dal cielo io ebbi il divieto di celebrare il sacrificio alla tua presenza… Non ti potrei dunque più assistere finché la tua oblazione non sarà tale, da poter essere nuovamente accettata da Dio».

(Ep. LI)

E le sue parole non sono senza effetto: l’Imperatore si pente ubbidendo al Vescovo e umilmente davanti a tutti, come sant’Ambrogio ricorda nella sua orazione funebre pronunciata per la morte di Teodosio:

«Egli gettò a terra le insegne reali; pianse pubblicamente, in chiesa, il peccato, nel quale l’altrui malvagità l’aveva fatto cadere; comandò perdono con gemiti e lacrime. L’Imperatore, non si vergognò, come si vergogna un privato, di fare pubblica penitenza».

(De obitu Theodosi)

E Sant’Ambrogio era tanto indispensabile alla società del suo tempo che, quando è ormai prossimo alla morte, Stilicone gli chiede di pregare per se stesso, affinché possa vivere ancora lungamente. Sant’Ambrogio dava all’Impero, che in quei tempi così drammatici volgeva al tramonto tra l’angoscia universale, senso di forza e di pace: per capire cosa questo significasse, dobbiamo forse paragonarlo, nella nostra epoca, a Giovanni XXIII.

3. La convivenza sociale

«Impara o uomo, quanto tu sia grande e prezioso».

Lo ripete instancabilmente Ambrogio al popolo milanese. Solo l’esperienza diretta del mistero cristiano può elevare la dignità umana di ognuno, libero o schiavo che sia. Per chi ha veramente appreso che cosa significhi Dio, il volto di ogni uomo è un volto diverso ed infinitamente più umano e rispettabile di quello che qualsiasi buona legge tenti anonimamente di considerare.

In tutto il pensiero politico e sociale ambrosiano la considerazione della priorità assoluta del rapporto religioso dà un vigore ed una concretezza alle norme tradizionali di azione anche oggi sconcertanti: «Alla morte dei santi martiri non è inferiore la carità che si adegua alla loro passione».

La morale

Le idee di sant’Ambrogio concernenti la morale e il diritto risalgono certamente alla letteratura sociale latina (a Cicerone, a Seneca), ma sono ormai compenetrate da uno spirito nuovo: l’intuizione dell’unità cosmica è privata di ogni senso di vaghezza ed astrattezza, e viene concepita come vita in comune delle cose. L’etica si adegua a questa struttura unitaria del reale; e l’azione morale nella misura in cui è vera e cosciente dell’unità ultima delle cose, si traduce in atto esplicito, in una testimonianza di vita nella società che ci circonda.

Il concetto romano di giustizia non è più soddisfacente, perché nulla è realmente giusto, se non rappresenta un bene per gli altri, se non è amore. A chiarire la nuova impostazione del diritto apportata dal cristianesimo ecco due passi, uno di Cicerone e l’altro di sant’Ambrogio, che confuta l’antico maestro: «La prima esigenza della giustizia è che nessuno rechi danno all’altro, se non è provocato da una ingiuria. Si adoperino i beni della comunità come beni. comuni, e quelli privati come privati» (Cicerone, De Officiis).

«Ma quello che i filosofi giudicarono essere il primo dovere della giustizia, è rigettato da noi. Infatti, essi dicono che la. prima forma di giustizia è di non fare male a nessuno, se non si è stati provocati con ingiuria. L’autorità del Vangelo rende nullo invece questo principio, perché la Scrittura vuole che noi abbiamo lo spirito del Figlio dell’Uomo, il quale venne a portare la Grazia e non l’ingiuria. Si deve giovare, se si può, a tutti e non nuocere a nessuno» (De Officiis Ministrorum).

La morale di sant’Ambrogio ha una grande comprensione degli uomini e delle loro debolezze, ma anche una ragionevole fiducia nelle loro possibilità: vive per una forte spinta verso idea- li ben alti e sembrerebbe irraggiungibile perché è in un’assoluta “confidenza nell’aiuto di Dio. Larga è la simpatia per tutto quello i che è nel mondo della natura, e della scienza, e della politica, e se della fede, e dell’arte, purché il regno di Dio venga, purché Iddio sia tutto in tutto.

Confrontando questo tipo di morale con quella dei pagani, balza subito agli occhi la differenza di fondo: i pagani ignorano il dovere sotto il suo aspetto religioso, come espressione della volontà di Dio. Per essi la morale è autonoma: accostare quindi il trattato ambrosiano alle opere di Cicerone, per constatare le grandi somiglianze, non deve spingere a dedurne che il cristianesimo non ha fatto che terminare una evoluzione già compiuta nelle scuole filosofiche pagane.

In realtà ogni contrasto si appiana nella ricchezza imprevedibile della Grazia di Cristo. «La Chiesa non dice: “Io sono sana, non ho bisogno del : medico”, ma prega il Signore Gesù: “Sanami tu, o Signore, ed io sarò sana, salvami ed io sarò salva”». «Riconosce anche la Chiesa le sue Piaghe, e vuole e si adopera perché siano guarite». Le realtà umane, per quanto guaste dal male, rimangono sempre buone, sono «creazione» di Dio, che sa trarre anche il bene dal male: «Guarda, o Signore, la gracilità degli uomini, e vedi quella gente, che tu sei venuto per curare; per quanta compassione ne senta, troverai di che averne ancora di più. Stendi le tue mani di medico…» (Hexameron).

La schiavitù

La posizione di sant'Ambrogio sul problema della schiavitù è testimonianza della sua grande sensibilità storica. Di solito i cristiani vengono accusati di non avere divelto fin dalle sue radici più profonde la schiavitù, e di non avere proclamato la libertà e la uguaglianza di tutti gli uomini. Questa obiezione pecca, in sostanza, dell’astrattismo illuminista che imposta questi problemi prescindendo dal concreto contesto storico. Nel mondo antico la schiavitù era fenomeno talmente comune ed indiscusso che sarebbe stata assurda una posizione tesa ad abolirla legalmente. Ma alla Chiesa non importa tanto un riconoscimento formale della dignità umana di una classe, quanto il suo riconoscimento sostanziale. Sant’Ambrogio muta e nobilita il rapporto di dipendenza fra padrone e schiavo, che «diventa un legame di fedeltà e di paternità, come se l’uno avesse la responsabilità del bene del secondo, troppo debole ed indifeso per essere autonomo:

«Il possessore degli schiavi è chiamato pater familias affinché li guidi come bimbi, perché anche lui è servo di Dio e chiama “Padre” il Signore del cielo, l’elargitore di ogni potestà» (Ep. ID.)

«Colui che non si può guidare né governare deve seguire ed essere soggetto al più saggio, per essere sorretto dal suo consiglio, per non cadere a causa della propria debolezza e temerarietà; in questo modo la servitù si trasforma in benedizione e viene enumerata tra le cose buone» (Ep. LXKXVII).

E in Cristo servitù e libertà hanno il medesimo valore e non c’è nessuna differenza tra i meriti di un servo onesto e di un libero onesto, perché nessuna libertà è maggiore del servizio a Cristo. Dice la tradizione giudeo-cristiana: «La parola del Signore è verità e libertà la sua legge». «Libero è l’uomo che vive secondo la legge».

Agli inizi di un nuovo ideale di società

È interessante raffrontare alcuni brani di Cicerone e di sant’Ambrogio intorno alla giustizia ed alla proprietà, per vedere come il fermento del cristianesimo imponesse almeno un inizio di revisione anche ai concetti ormai più tradizionalmente accettati.

Cicerone afferma al riguardo: «In natura non esiste proprietà privata, ma essa si è formata per occupazione di vecchia data .. (ad es. uno è giunto un giorno in territori spopolati), o per una vittoria militare (uno se ne è impadronito con una guerra) o per legge, per accordo, per patto, per caso; quindi perché diventa proprietà privata ciò che per natura era della comunità, se a uno tocca qualche cosa, se la tenga, e se qualcuno desidera più dite, violerà la legge della società umana» (De Officiis).

Ma sant’Ambrogio sostiene: «Essi stimarono che la forma di giustizia fosse il ritenere le cose pubbliche come pubbliche e le private come proprie. Ma neppure questo è secondo natura, perché essa profuse a tutti egualmente i suoi doni. Dio aveva dato ordine che tutte le cose si producessero in modo che i mezzi di sostentamento fossero a tutti comuni e che la terra fosse per tutti comune possesso. La natura dunque, ha generato il diritto comune, l’usurpazione il diritto privato» (De Officiis Ministrorum).

Cicerone aveva detto: «La giustizia distribuisce a ciascuno il suo, non usurpando quello degli altri; dispregia l’utilità propria per mantenere la comune equità» (De Officiis).

Sant’Ambrogio per contro afferma radicalmente: «Nulla è nostro. Tu non dai al povero del tuo, ma gli restituisci una cosa sua, riscatti una colpa». «Tenete ciò che avete per poterlo donare» (De Nabuthe).

E il Vescovo di Milano sembra quasi voler accennare a una nuova interpretazione del lavoro e della dignità umana:

«Il lavoro era comune, comuni gli onori, i singoli imparavano ad assumersi alternativamente ogni responsabilità; dividevano i doveri di obbedienza e di comando; nessuno era escluso dagli onori, né esentato dal lavoro. Nessuno andava fiero di un posto d’autorità duraturo e nessuno veniva spossato da un continuo servizio, perché la trasmissione del posto di comando non veniva considerata con sguardo invidioso, a causa del suo succedersi ordinato e limitato nel tempo, e la preferenza data all’altro sembrava tollerabile perché costituiva un impegno di attenta preoccupazione per tutti, che sarebbe toccato a tutti. Nessuno avrebbe osato piegare l’altro sotto il giogo della schiavitù, perché più tardi egli sarebbe diventato suddito dell’oppresso e per nessuno la fatica era pesante, perché la alleviava il pensiero del futuro posto d’onore.

Ma quando il desiderio sfrenato di dominio cominciò a pretendere le cariche non ottenute e a non restituire quelle avute, quando il servizio pubblico cessò di essere diritto comune, e prese il carattere di schiavitù, quando non si fece ordine per difendere l’autorità, ma per rivendicarla, anche la funzione lavorativa fu sopportata più a stento, perché ciò che non è spontaneo lascia il posto alla negligenza».

(Hexameron)

sant’Ambrogio: la presenza nella letteratura

Col sacrificio del Golgota è segnato il principio di un nuovo «mondo, ed insieme di una nuova letteratura, la quale, una e se universale a tutti i tempi e a tutte le nazioni, libera e sciolta dal dispotismo delle forme, doveva usare le sue cento lingue, sa per esprimere lo stesso sentimento di fede e di amore.

Poesia cristiana vuol dire poesia di fede e di spirito, poesia si che esplora quanto ha di più sublime la creazione, che canta perché ama ed esperisce in modo nuovo Dio e umanità, immortalità e vita sensibile, cielo e terra, insieme collegando ogni vicenda cosmica alla speranza concretissima che la infiamma e vivifica continuamente. Si credeva in Dio, e appunto perché si credeva si voleva confessarlo e lodarlo degnamente. Il credente diventava allora poeta. La fede era il punto intermedio fra il poeta e la sua idea. Di qui una poesia eco, traccia di impensati e impensabili rapporti tra le cose visibili ed invisibili. Di qui la naturalezza con cui, sotto il velo delle forme e dei tipi di discorso, tutto l’essere spirituale di un popolo, la religione e la morale, la legislazione e la politica, convergeva nell’unità di una nuova esperienza. Una poesia diversa, fatta della vita e dalla vita, che vive come segno, oltre il suo modo stesso di comunicarsi.

Solo così si può intendere perché sant’Ambrogio, per la fantasia creatrice che vede nel mondo ovunque consensi alla sua fede, per il disinteresse assoluto della carità, per l’entusiasmo più ardente nelle promesse del Vangelo e della comunità che lo incarna, per la meditazione accesa e la contemplazione stupita della realtà della parola di Dio, imponga ancora la forza trascinatrice dei suoi scritti e la loro suggestione.

Si è parlato di san’Ambrogio come del Cicerone cristiano; ma se Cicerone era mosso dal desiderio di vedere il popolo romano parificato per civiltà al greco, l’impulso che spinge il Vescovo di Milano è ben lontano da un puro fine culturale: si tratta di qualcosa di più intrinseco e vitale. Una comunione di fondo con il reale che libera in canto (anche la politica di sant’Ambrogio assurge a tale dignità) il reale stesso; e ciò nelle omelie come nelle epistole, negli inni come nei trattati.

È difficile per noi oggi comprendere appieno la grandezza di un tale finis operis tanto più interessante per l’assoluta noncuranza di fini letterari: un radicale superamento cristiano di ogni misura esclusivamente umanistica. La gioia della riscoperta del mistero delle cose nel mistero di Dio, della Trinità e del mondo costituiscono la sostanza poetica: lirica e meditazione vengono indissolubilmente congiunte in uno sguardo definitivamente cosmico, ontologico, ultimo: «Dio creatore di tutte le cose, e re del cielo, che vesti il giorno di splendida luce». «Splendore della gloria del Padre…».

E la meraviglia avviene, perché il canto nasce all’interno del coro, come dice sant’Agostino: «Vegliava nella Chiesa il popolo fedele preparato a morire col suo Vescovo, col tuo servo. Qui la madre, là la sua ancella trattenendo le più grandi angosce e veglie, viveva di preghiera. Noi, non ancor tocchi dal calore del tuo spirito, eravamo tuttavia emozionati dal popolo attonito e turbato. Si cominciarono allora a cantare inni e salmi, secondo l’uso orientale, affinché il popolo non fosse contagiato dalla paura della sofferenza; e da allora, si continuò fino ad oggi, dal momento che molti, anzi quasi tutti i greggi, anche nel resto del mondo fanno così» (Conf.). Oppure il canto nasce dalla visione della comunità dei fratelli:

«Che cosa è il fremito delle onde se non il fremito del popolo? A ragione si è paragonata la Chiesa al mare. Essa è inondata da flutti di popolo che entra e che essa riversa nei suoi atrii. Pregando, da tutta la folla, simile alla marea, sale un grido, quando le risposte dei salmi, i canti degli uomini, delle donne, dei bambini, riecheggiano come le onde che si frangono».

(Hexameron)

O dallo stupore della forza e della voce di Dio nella natura, soprattutto umana: «Dio riposò dopo tutta la creazione. Ed il riposo lo prese nel tranquillo ritiro dell’uomo, nella mente e nel cuore di lui».

Il Signore fece l’uomo ragionevole, imitatore suo, emulatore di virtù, desideroso della grazia celeste. Qui riposa il Signore, Il quale dice:

«Su di chi mi riposerò, se non su chi è umile, pacifico, fedele alle mie parole? Grazie, dunque, al Signore Dio nostro, che fece un’opera ove egli potesse trovare riposo.

Fece il cielo, ma non leggo che ivi abbia riposato… Leggo invece che fece l’uomo, e che allora si riposò, avendo in lui uno, al quale poteva perdonare i peccati…» .

(Hexameron)

Così definisce Ambrogio stesso le proprie intenzioni:

«Per divina disposizione, la natura tende al diletto. Suo agente è il canto… E Davide, con profonda intuizione, volle istruire e riformare l’uomo col celeste dono dei salmi… Il primo scopo dell’inno è istruire, non in modo qualunque, ma accompagnando l’insegnamento col diletto, perché sia gradito ed efficace. Tale insegnamento ha il vantaggio di adattarsi a tutti, e di rendersi a tutti gradito».

(Expl. ps. XI)

E all’ascolto delle voci inneggianti nelle chiese lo si coglie e ispirato carico di dolcezza: «Grande canto magico, questo; e niente vi è di più possente. Che cosa infatti, potrebbe essere. più forte della confessione della Trinità, che ogni giorno il popolo canta a una sola voce?» (Ep. XX).

È proprio Ambrogio, che rende più fluido e facile il canto, adottando, nella composizione dei suoi Inni, un nuovo metro: il “metrum ambrosiano".

Pertanto l’intento didascalico cristiano, invece di costituire una perdita, resta l’unica struttura fondante la poetica ambrosiana: accusare di oratoria vuol dire non comprendere più i sensi di una vibrazione che è l’humus stesso di una autentica arte poetica. Ed alla lettura diretta dei testi di san Ambrogio la risposta è “tutta una conferma che la santità è strada sicura anche nella poesia.”