un ritratto del santo

S.Ambrogio: un'eroica resistenza

la sua resistenza agli ariani secondo De Wohl

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I brani che seguono sono tratti dal romanzo storico di Louis De Wohl Una fiamma inestinguibile.

Una prima vittoria di Ambrogio

dal cap. 34

«Vuoi spiegarti meglio, Alipio?» domandò.

L’amico sogghignò. «Devi sapere che due settimane fa l’imperatrice madre aveva scritto ad Ambrogio, ordinandogli di cedere una delle sue chiese di Milano, affinché fosse destinata al culto ariano. È un’ariana sfegatata, come sai, anche se la setta è fuorilegge da anni. A parte qualche alto funzionario, che simula per accattivarsi il suo favore, sono ben pochi a condividere ancora le convinzioni di Giustina. Motivo in più per pretendere una chiesa, da utilizzare come centro di propaganda.»

«Perché non se ne costruisce una?»

«Quando l’imperatrice madre vuole qualcosa, la esige subito» rispose Alipio, con un sorriso ironico. «E la costruzione di un nuovo edificio richiede anni. Comunque, Ambrogio si è rifiutato. Le sue chiese, ha risposto, sono la casa di Dio, e non ne avrebbe consegnata nessuna al culto di una dottrina eretica. Meglio subire il martirio che cedere, ha scritto. Stamattina Romaniano mi ha detto che Giustina è impazzita di rabbia. Ha accusato il vescovo di insolenza e ribellione, e gli ha ordinato di presentarsi davanti al consiglio.»

[...]

All’uscita della sua residenza, il vescovo aveva trovato migliaia di persone ad attenderlo. E quando si era incamminato, loro l’avevano seguito, nel silenzio più assoluto, come se facessero parte di lui. Dopo qualche passo, lui si era voltato, e li aveva implorati di tornare alle loro case. Loro avevano ascoltato senza protestare, conservando lo stesso, rispettoso silenzio. Ma quando lui aveva ripreso a camminare, avevano continuato a seguirlo.

E strada facendo, metro dopo metro, altri si era aggiunti al corteo. A metà del tragitto, la folla superava le diecimila persone, e ancora non aveva smesso di crescere. Il viale era gremito in tutta la sua larghezza, e il corteo si snodava a perdita d’occhio. Era come se tutta Milano si fosse messa in marcia.

A palazzo, la corte si era riunita al gran completo, impaziente di assistere all’umiliazione del prelato che aveva osato opporsi alla volontà di sua maestà imperiale. Ma quando i cortigiani si affacciarono alle finestre, videro l’intera città che marciava su di loro. Nella vasta sala delle udienze soffiò un vento gelido di costernazione. Qualche cortigiano ritenne più saggio tornare di filato nelle sue stanze, a mettere sotto chiave il proprio tesoro privato.

L’imperatrice madre si guardò intorno. La sua corte era una successione di volti pallidi, come una collana di perle. Da non credere. Ma era ancora giovane, e non abituata a incontrare resistenza. Rispose allo sguardo angosciato del piccolo Valentiniano con un sorriso rassicurante, poi gli appoggiò una mano sulla spalla.

Ordinò al generale Flavio Bauto di chiudere i cancelli del palazzo e di schierare le guardie agli ingressi. Il generale obbedì con la tranquilla sicurezza di un soldato.

Un minuto dopo, con un cigolio stridulo, gli enormi cancelli furono sbarrati, e svariate centinaia di guardie palatine, tutti goti ariani, marciarono in cortile e si disposero in formazione.

Persino Giustina era consapevole di quanto fosse irrisorio il loro numero rispetto all’esercito che avanzava. Tutt’intorno a lei, la corte mormorava, e quei sussurri erano destinati alle sue orecchie.

Gradatamente, cominciò a rendersi conto che rischiava una rivolta – la fine del suo regno.

Trovò forza nell’ostinazione. «Lasciate entrare solo il prete» ordinò. «Nessun altro.»

In quell’istante, dalla finestra, vide Ambrogio voltarsi e ordinare alla folla di fermarsi. Poi il vescovo si girò di nuovo ed entrò da solo nel palazzo. Aveva anticipato il suo ordine.

Lei guardò il generale, appena rientrato nella sala. «Se il popolo tenta un’irruzione, mi aspetto che i tuoi uomini lo respingano» disse, a gran voce.

«Faranno il possibile» rispose lui. «Ma sono quattrocentocinquanta contro trentamila.»

L’avvertimento era chiarissimo. Intanto il mormorio intorno a lei aumentava di volume. Incrociando il suo sguardo, il ministro Paronio scrollò appena la testa. Lei strinse le labbra.

All’ingresso di Ambrogio nella sala, calò un silenzio assoluto. La sua figura alta e segaligna raggiunse i gradini del trono, poi si inchinò.

«Il consiglio aveva convocato voi, eccellenza» disse Giustina. «A quanto sembra, invece, vi siete fatto scortare dall’intera città. Da quando un prete sente il bisogno di guardie del corpo?»

«Questa brava gente mi ha seguito di sua iniziativa» rispose lui. «Sono sudditi leali di vostra maestà imperiale, come il vostro servo, Ambrogio.»

Paronio si affrettò a intervenire. «In tal caso, certo vorrete usare la vostra autorità per…»

Fu interrotto da un rumore assordante, all’esterno. Metà dei cortigiani corse alle finestre.

«Prendono d’assalto il palazzo…»

«Cedete al prete» sussurrò il ministro all’imperatrice madre. «Subito, o tutto è perduto.»

«Ma i cancelli sono chiusi…»

«Verranno divelti, dal primo all’ultimo.»

Un tonfo all’esterno confermò le sue parole.

«Hanno abbattuto un cancello» strillò un cortigiano.

«L’imperatore… l’imperatrice… metteteli in salvo!» gridò Paronio.

In due falcate, Ambrogio raggiunse la finestra, e alzò una mano. Il tumulto si smorzò, poi cessò del tutto.

Ambrogio si girò verso Giustina. «Perché mi avete convocato, maestà?» chiese, con perfetta calma.

«Lasciate che sia io a parlare» le sussurrò Paronio. «Per l’amor di Dio, cedetemi la parola.»

Lei annuì.

«Reverendissimo vescovo,» disse il ministro «Sua maestà vi sarà grata se chiederete a questa… brava gente… di disperdersi, e tornarsene alle proprie case. Desideriamo soltanto la pace.»

Nella sala risuonò un mormorio di assenso.

Ambrogio guardò Giustina. «Ho la garanzia di sua maestà che al vostro servo non verrà più chiesto di cedere alcuna chiesa cattolica ad altro culto se non quello cui è stata dedicata e consacrata?»

«Accettate» sibilò Paronio. «Accontentatelo.»

Giustina annuì.

«Avete la parola di sua maestà» gridò subito Paronio. «Ma ora affrettatevi… la folla ha ripreso ad agitarsi.»

Con un inchino cortese, il vescovo uscì dalla sala.

una seconda, temporanea, vittoria

dal cap. 36

«Scusate se vi interrompo, amici: avete sentito l’ultima? L’imperatrice madre ha chiesto alla quindicesima legione di marciare su Milano.»

«Per tutti i santi! E perché mai?»

«Perché si ostina a dissacrare una chiesa.»

«Ma non aveva garantito al vescovo che…?»

«Questo è quanto vale la parola del palazzo.»

[...]

A mezzogiorno arrivò un’altra lettera dal palazzo. Firmata da Paronio, ordinava in toni minacciosi al vescovo di piegarsi senza indugio alla volontà dell’imperatrice madre, che parlava in nome dell’imperatore, Valentiniano II, e di cedere la nuova basilica, dove si sarebbe celebrato il rito della Pasqua ariana alla presenza delle loro maestà imperiali. La lettera attribuiva al vescovo la responsabilità del tumulto, e di conseguenza quella di sedarlo seduto stante.

«Ha infranto la sua promessa» disse Ambrogio.

«Significa che la quindicesima legione è già arrivata sul posto» osservò il suo segretario, Paolino.

Con calma, Ambrogio sedette al suo scrittoio.

La mia vita e la mia sorte sono nelle mani dell’imperatore, ma non tradirò mai la Chiesa di Cristo né umilierò la dignità episcopale. Per questa causa sono pronto a soffrire qualunque supplizio il demone voglia infliggermi. Desidero soltanto morire alla presenza del mio devoto gregge, e ai piedi dell’altare. Non fui io a provocare la rabbia del popolo, ma Dio solo ha il potere di placarla.

Depreco la violenza e i disordini cui con ogni probabilità siamo destinati, e prego con fervore di non sopravvivere per assistere alla rovina di una città fiorente e forse alla desolazione dell’Italia intera.

Consegnò la risposta a un messo, poi tornò subito nella basilica.

Due ore dopo, un più forte distaccamento di goti si presentò nella piazza, mezza coorte della quindicesima legione, composta di soli germanici. Fendettero la folla come marciassero in parata, con lance e scudi imbracciati. Erano tutti ariani.

Qualcuno tra la folla lanciò un sasso, ma non ci furono scontri diretti, e il capo del distaccamento, il centurione Liutari, rivolse agli astanti un sorriso sprezzante. Era fin troppo facile. Chissà perché a palazzo si agitavano tanto.

Dispose i suoi uomini in semicerchio davanti alla basilica; poi, accompagnato da cinquanta guardie, si avviò verso il sagrato.

Si arrestò sul quinto gradino.

Il vescovo Ambrogio era comparso sul portone. Indossava la mitra e impugnava il pastorale dorato. Era affiancato dai suoi chierici, eppure sembrava sbarrare da solo la breccia nella sua fortezza.

«Scansati, vecchio» lo apostrofò Liutari, infastidito. «Ho l’ordine di occupare l’edificio.»

Per tutta risposta, il vescovo pronunciò con forza la solenne scomunica dell’ufficiale e dei suoi soldati.

Liutari fece una smorfia. Quell’uomo non era vescovo della sua chiesa, ma una maledizione è una maledizione, e il vecchio irradiava potere. E poi, come avrebbe reagito il popolino? Si guardò alle spalle, e ciò che vide confermò i suoi peggiori timori. Negli occhi della folla si leggeva un intento omicida. Prima una dozzina, poi una ventina di persone si chinarono a raccogliere pietre dal selciato. E quasi ovunque si vedevano luccicare le armi. La scomunica aveva fatto di lui e dei suoi uomini altrettanti reietti, espulsi dal corpo sociale. Liutari era un militare esperto. Sapeva che, anche in minoranza, un contingente di soldati ben addestrati può contenere una folla, in qualsiasi circostanza tranne una: quando la folla è unita da una volontà comune. Nel giro di pochi minuti, un quarto d’ora al massimo, li avrebbe fatti a brandelli.

Si rivolse al vescovo.

«Troviamo un accordo, vecchio. I miei ordini dicono…»

«Per entrare in basilica dovrai passare sul mio cadavere» tuonò il vescovo.

Dalla folla si levarono grida di rabbia. Una voce stentorea ruggì: «Provatevi a sfiorare padre Ambrogio, e morirete tutti!».

Liutari tornò a scrutare il vescovo. Forse se lo avesse afferrato e ucciso, per dare un esempio, la folla si sarebbe piegata. Ma persino i suoi uomini tremavano. Una maledizione è una maledizione.

Alzò una mano. «Chiederò istruzioni!» urlò.

La folla scoppiò in versi di scherno. Le risate seguirono i cinquanta uomini che lasciarono la piazza guidati da un ufficiale, e salirono di volume quando, un’ora dopo, Paronio in persona si presentò a spiegare che si era trattato di un semplice malinteso, e ordinò a Liutari e ai suoi di scortarlo di nuovo a palazzo.

Ambrogio restò piantato dov’era finché anche l’ultimo goto fu scomparso alla vista. Poi la folla si inginocchiò a ricevere la sua benedizione.

l'acme della sfida ariana

dal cap. 37

Cominciava a calare il buio. Agostino e i suoi amici lasciarono la piazza e se ne tornarono a casa.

La folla restò dov’era. Le truppe rimasero impalate. Ambrogio e i suoi fedeli passarono la notte nella basilica.

La fine arrivò l’indomani mattina, quando un messo inviato al palazzo imperiale avvertì che non si poteva più contare sui soldati. Il messo era Aulo Fabrizio, un agente politico fidato ed esperto. Era stato nella piazza insieme alle truppe, e per qualche ora era riuscito a introdursi anche all’interno della basilica.

Bisognò svegliare l’imperatore e l’imperatrice madre per informarli, e a quel punto anche l’ostinata Giustina dovette rassegnarsi.

Alle quattro del mattino, l’infaticabile Ambrogio aveva compreso che, a dispetto di inni e salmi, la resistenza del suo gregge era agli sgoccioli. I suoi fedeli crollavano dalla stanchezza.

Così si era ritirato nella cripta per pregare in solitudine. Dopo qualche minuto mandò un grido. Quando due dei suoi chierici corsero a raggiungerlo, indicò un angolo della cripta: «Prendete le vanghe e scavate lì… subito!».

Temendo che le fatiche delle ultime settimane avessero scosso la lucidità del vescovo, i due esitarono, costringendolo a ripetere l’ordine e persino ad appellarsi alla propria autorità episcopale. Impiegarono del tempo a trovare gli attrezzi. Quando tornarono, lo trovarono intento a scavare a mani nude.

«Presto» li incalzò. «Prestate attenzione, però. Non feriteli.» Di nuovo i due scambiarono un’occhiata preoccupata: Ambrogio doveva aver perso la ragione. Comunque, gli obbedirono.

Dopo qualche minuto di lavoro, si trovarono davanti l’ingresso di una stanzetta minuscola, una cripta dentro la cripta.

«Tirateli fuori» disse il vescovo. «Con la massima reverenza, figlioli miei: siete al cospetto del sacro.»

I due si introdussero nel pertugio, e ne uscirono con due salme. Non era facile trasportarle, perché le teste erano spiccate dal busto.

«Sono i martiri di Nostro Signore, Gervasio e Protasio» disse il vescovo. «Portateli nella basilica, affinché tutti possano venerarne le reliquie.»

Il ministro Paronio interruppe il racconto della spia di palazzo: «Un trucco di bassa lega! Avrà usato i corpi di chissà chi per rafforzare la propria autorità agli occhi dei fedeli. Altrimenti come poteva sapere dove trovarli?».

L’agente aveva la risposta pronta: «Ha detto al popolo di avere ricevuto una visione mentre pregava nella cripta».

«Ma tu guarda il tempismo» commentò il ministro, sprezzante.

«Sei molto categorico, Paronio, quando non corri alcun rischio» osservò l’imperatrice madre.

A quel punto vari altri membri della corte si erano uniti a loro, compresi il generale Flavio Bauto, il ministro Damiano, e il braccio destro del generale in materia di cultura e letteratura, l’erudito Ponticiano.

«Detesto quel prete» aggiunse Giustina. «È insolente e ubriaco del proprio potere. Ma siamo sicuri che sia anche un bugiardo e un truffatore?»

Calò un silenzio imbarazzato, interrotto da Ponticiano: «Lo conosco da dieci anni, maestà, e mai una volta l’ho sorpreso a mentire».

«Il tuo giudizio non è obiettivo, Ponticiano» rispose l’imperatrice, con un sorriso fioco. «Sei cattolico.» Puntò lo sguardo sull’informatore, un omino rugoso e avvizzito, in abiti civili. «Sei un agente politico, Fabrizio, e abile nel tuo mestiere. Che opinione ti sei fatto di questo… evento?»

Fabrizio si schiarì la voce. «Il mio rapporto non era completo, maestà.»

«D’accordo, allora. Prosegui. Cos’è accaduto in seguito?»

«All’esposizione delle reliquie in basilica, il fervore del popolo è aumentato a dismisura. Nessuno dubitava più della parola del vescovo, soprattutto perché le spoglie dei martiri erano incorrotte.»

«Debitamente imbalsamati dai preti, ovviamente» intervenne Paronio, acido.

«In tal caso» replicò Ponticiano con freddezza «dovremmo pensare che il vescovo avesse pianificato il “ritrovamento” con settimane o mesi di anticipo. E come poteva prevedere che si sarebbe trovato alle prese con… la situazione attuale? Evochi il miracolo dell’onniscienza per confutare quello della preservazione.»

«Finitela, accidenti a voi!» sbottò Giustina. «Lasciate terminare il rapporto.»

L’informatore riprese il racconto. «Dalla basilica, hanno trasportato le reliquie all’esterno, mostrandole alla gente. Il sole era appena sorto, e c’erano migliaia di persone nella piazza, come ieri. Erano presenti anche alcuni individui ritenuti indemoniati. Il contatto con le spoglie dei martiri li ha guariti.»

Paronio fece un sorrisetto scettico. Giustina si strinse nelle spalle.

«I soldati sono rimasti molto colpiti» aggiunse Fabrizio, asciutto. «E poi c’è stata la guarigione di Plauto. Era cieco.»

«Come lo sai?» domandò Paronio, brusco.

«Perché l’ho visto accadere, signore.»

«Racconta» lo incitò l’imperatrice.

«Il vecchio Plauto era arrivato sulla piazza, accompagnato da alcuni parenti. Non sapeva dove lo stessero portando, e ha chiesto il motivo delle grida di gioia che sentiva tutt’intorno. Quando gliel’hanno spiegato, ha implorato i familiari di condurlo alle reliquie. Loro l’hanno accontentato, e lui ha domandato al prete che reggeva una delle salme il permesso di toccarla con un fazzoletto. Il prete ha acconsentito, lui ha sfiorato la reliquia con il fazzoletto, poi se l’è portato agli occhi. E all’istante ha recuperato la vista.»

«Come lo sai?» domandò di nuovo Paronio. «Ti sei fidato sulla parola?»

«No, signore. L’ho visto camminare: non si muoveva più come un cieco.»

«Forse non lo era mai stato.»

«Temo di dovervi contraddire, signore. Plauto è una persona nota in città. Io stesso lo conosco da parecchio tempo.»

Paronio si zittì. Per un momento, nessuno aprì bocca.

«La tua opinione, Fabrizio?» disse infine Giustina, con un certo sforzo.

L’uomo le rivolse un sorriso contrito. «Sono un informatore della polizia, maestà. Non ho opinioni. Il mio mestiere è riferire i fatti. E la guarigione di Plauto è un dato di fatto. E lo stesso l’effetto che ha esercitato sulle truppe. A questo punto, dubito sarebbero disposte a obbedire a un ordine di attacco.»

«Sono le parole del loro comandante?» domandò lei, bianca come un lenzuolo.

«No, maestà. Quello ci tiene alla carriera. Lo ha solo dato a intendere. Però ho visto i soldati, sentito i loro commenti e tratto le mie conclusioni. Spetta a vostra maestà accettarle o respingerle.»

«Non ci credo» mormorò Paronio. «È impossibile. Non ci crederei nemmeno se l’avessi visto con i miei occhi.»

Ponticiano alzò le spalle. «Certa gente non ne è capace. Quelli che schernivano Nostro Signore, sfidandolo a scendere dalla Croce, non gli avrebbero creduto nemmeno se li avesse accontentati. Avrebbero liquidato il miracolo come un’allucinazione o un miraggio, ostinandosi nella propria incredulità.»

«Basta così» intervenne Giustina. «Posso combattere il vescovo e l’intera città di Milano, ma non la volontà divina. Bauto, richiama i soldati. Dal primo all’ultimo. Fabrizio, grazie della tua franchezza. Non revocheremo la sentenza d’esilio per Ambrogio, ma nemmeno ne imporremo l’esecuzione. Quanto al nostro rito pasquale, verrà celebrato a palazzo. Paronio, occupati dell’organizzazione. È tutto.»