
Ambrogio: verita e bontà
Mai acida la polemica contro il paganesimo
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card. Giovanni Colombo
Sant'Ambrogio è molto più personale di quanto non sembri a prima vista.
È uno di quegli scrittori che non sanno copiare, e anche quando pare che si accostano al plagio, in realtà creano. Con il suo quadrato equilibrio romano rivolto all'essenziale e al concreto, con la sua vigile preoccupazione pastorale, non teme di rimaneggiare i capolavori greci, di sfrondarli dalle ridondanze verbali e dalle sottigliezze teologiche; e intanto che rifà i testi altrui, risveglia i propri sentimenti e propri pensieri, e finisce per imprimere il proprio segno, e infondere il proprio contributo in tutto ciò che imitando compone.
Specialmente quando il discorso discende dalla sfera delle astrazioni teoriche al mondo delle realtà esistenziali, allora sant'Ambrogio manifesta la misura della sua originalità. Tutti gli aspetti della condizione umana gli passano davanti ed egli li guarda con i propri occhi, ne condivide la gioia e la pena, il timore o la speranza, sa trovare il tocco unico e inconfondibile per fissarli nel ritmo della sua prosa. Se poi gli càpita di parlare di Cristo, suo unico e totalitario amore o di parlare a Cristo pregando, allora l'ala del genio solleva ad altezze liriche le sue espressioni.
Colui che nella sua giovinezza romana stimò la cultura come mediatrice tra l'uomo e la vita, e nella sua maturità milanese la stimò mediatrice tra l'uomo e la fede, e per procurarsela sopportò freddo e caldo e lunghe veglie, incontrò nella sua attività di vescovo, l'araldo e difensore del Vangelo, due culture che gli si posero di fronte come avversarie della sua fede: la cultura del morente paganesimo e la cultura aggressiva dell'arianesimo.
Alla cultura greco-romana Ambrogio accordò accoglienza e simpatia. Nelle opere letterarie e filosofiche dell'antichità egli seppe distinguere gli elementi idolatrici dai valori di bellezza e di verità: buttò da parte i primi come inquinamento di falsità e corruzione, esaltò i secondi come tracce seminali del Verbo eterno, albori di Vangelo, conferme inconsapevoli della Rivelazione.
Non erano mancati spiriti intransigenti che avevano preteso di rifiutare in blocco ogni cultura profana come incompatibile con la fede: Ambrogio, invece, si allineò con tanti padri che partendo dall'idea paolina della "pienezza dei tempi" misero in rilievo le "preparazioni evangeliche". Sensibile al "miracolo" dell'avvenimento cristiano, egli non poteva ammettere che Cristo si fosse levato sul mondo come "un astro straniero".
Se il cristianesimo è in se stesso trascendente e tutto divino, è anche nello stesso tempo, e in certo senso, tutto umano, profondamente umano, perché Cristo è venuto a trasformare l'umanità dal di dentro, a rinnovare la faccia della terra, a inserirsi nel fitto tessuto della nostra storia, senza lacerarlo.
Perciò Ambrogio ritiene che quanto c'è di vero, di bello, di buono negli antichi autori, sia derivato dalla Bibbia; quindi reputa che un cristiano che ne faccia uso, non si serva di beni stranieri, ma riprenda i tesori che sono già suoi. Perfino nella mitologia la sua apertura mentale sa scorgere un'anima recondita di verità.
La polemica contro il paganesimo, mai acida e gretta, non fu dettata dal desiderio di potere e privilegio, bensì dalla certezza indistruttibile che con il cristianesimo un fermento nuovo e rinnovatore fosse penetrato nel mondo, una realtà divina che avanza vittoriosa, mossa dalla forza inarrestabile e inesauribile, che porta in sé.
(©L'Osservatore Romano - 3 febbraio 2008)