S.Cabrini, patrona dei migranti
Tradizionale e moderna, viaggiatrice e mistica
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Lucetta Scaraffia
Il 22 dicembre di novanta anni fa moriva a Chicago, in una stanza dell'ospedale da lei fondato, Francesca Cabrini. Come suo solito, aveva lavorato fino all'ultimo, preparando sacchetti di confetti per i cinquecento bambini della scuola italiana: anche se la guerra imponeva delle privazioni, non voleva dovessero soffrirne i bambini. Moriva lontano dall'Italia, dove non era più potuta tornare da qualche anno per lo scoppio della guerra, in quel paese - gli Stati Uniti - che era diventato la sua seconda patria, tanto che ne aveva ottenuta la cittadinanza dieci anni prima. Pochi giorni prima, aveva accolto nel suo ospedale la visita di Francesco Saverio Nitti, capo della missione economica italiana negli Stati Uniti e futuro primo ministro. Il gruppo, pur non composto da simpatizzanti cattolici, tornò ammirato del lavoro compiuto da madre Cabrini, tanto che Nitti arrivò a dire che la suora sarebbe stata un ottimo ministro degli Esteri.
Francesca Saverio Cabrini aveva 67 anni, e aveva combattuto tutta la vita con una salute debole - probabilmente era affetta da tubercolosi - ma era riuscita comunque, grazie alla sua straordinaria energia e forza spirituale, a compiere grandi cose. La piccola suora nata nella campagna lombarda, a Sant'Angelo Lodigiano, era infatti la fondatrice della prima congregazione femminile missionaria - le Missionarie del Sacro Cuore - e aveva realizzato quello che era stato il suo sogno di bambina: portare Gesù nel mondo, a chi non lo conosceva o, nel caso dei migranti, lo aveva dimenticato. Alla sua morte, lasciava 67 istituti da lei fondati in tre continenti. La sua tensione missionaria - oltre che nel nome scelto al momento di iniziare la sua vita religiosa in onore di Francesco Saverio - traspare da una sua celebre frase: "il mondo è troppo piccolo" per il Sacro Cuore di Gesù, che voleva portare in ogni luogo.
Francesca Cabrini, pur animata da una fede tradizionalissima, è stata uno dei santi che hanno saputo meglio comprendere e vivere la modernità, a cominciare dai mezzi di trasporto: amava i grandi transatlantici che la portavano in America: traversò 28 volte l'Atlantico, e a questo si devono aggiungere i viaggi da New York all'America centrale e meridionale; così i treni che collegavano i paesi europei - fondò istituti in Francia, Gran Bretagna e Spagna - e con i quali attraversava l'America, dalla costa atlantica fino a Los Angeles. Fu senza dubbio una delle più grandi viaggiatrici dell'epoca, e seppe raccontare con acutezza e umorismo le sue avventure nelle relazioni che inviava alle suore, poi pubblicate. Sempre attenta a capire e conoscere, capace di apprezzare la bellezza dei luoghi nuovi in cui arrivava, come a Los Angeles - "non vi è casa, per quanto piccola, che non abbia il suo giardinetto di fiori: le palme poi danno a tutta la città un aspetto elegante" - ma anche nei momenti più difficili, per esempio durante una tempesta: "Vedeste come è bello il mare nel suo gran movimento, come gonfia, come spuma! È un vero spettacolo!".
Si può anche considerare una pioniera dell'emancipazione femminile: non solo divenne lei stessa un esempio di donna capace di decidere da sola e di prendersi pesanti responsabilità economiche e sociali, ma propose lo stesso coraggioso modello alle suore, alle quali aveva insegnato l'autonomia e la responsabilità, di cui aveva valorizzato le doti umane senza mai perdere di vista l'obiettivo di crescita spirituale che era la ragione della loro scelta di vita.
Anche i suoi rapporti con il clero sono sempre improntati a lucidità e autonomia, pur senza venir meno alla sua profonda fedeltà alla Chiesa, dimostrata a Leone XIII, il papa con cui ebbe un rapporto diretto e intenso, al momento della crisi "americanista". Le suore devono essere pronte e capaci di affrontare tutto, anche lavori considerati poco femminili come quelli nel settore delle costruzioni: "Cominciate subito a far cavare le vostre pietre, poi M. Agostina comprerà calce e cemento e vedrete che con poco vi allargherete" scrive alla suore alle prese con un ampliamento di istituto. A differenza di molti fondatori dell'epoca, considera sempre le suore esseri umani adulti e responsabili, riconosce la loro dignità e le incita a difenderla, atteggiamento non usuale in una Chiesa avvezza a un tono paternalistico verso le donne. Soprattutto se religiose.
Inviata in America da Leone XIII, madre Cabrini capisce subito le necessità materiali, gravissime, degli emigranti, e cerca di aiutarli per far restituire loro il senso di dignità umana. Ma coglie anche molto di più: vede nel migrante l'uomo nuovo, senza radici, senza appartenenze di religione o di patria, che si deve costruire la propria identità e la propria vita. Che ha acquistato la libertà di determinarsi, ma la paga con la solitudine, con la perdita dei legami e di appartenenze. Questo disorientamento coinvolge soprattutto la sfera religiosa: gli italiani che arrivano in America non sono più cattolici automaticamente, cioè in quanto lo sono la famiglia e il paese. In un clima di libertà ma anche di incertezza ognuno deve scegliere nuovamente la sua appartenenza religiosa, negandola o ribadendo quella ricevuta.
La missione verso i migranti intrapresa con tanto successo da Francesca Cabrini non solo è moderna ma, in un certo senso, profetica. L'emigrazione, infatti, è diventata il problema del nostro tempo, sia perché di massa e coinvolgente un numero sempre crescente di persone, sia perché le trasformazioni imposte dalla modernizzazione spezzano radici e appartenenze e riguardano quindi anche chi non si sposta dal luogo di origine. Questa crisi di identità generalizzata tende, pertanto, a sviluppare due tendenze opposte: da una parte la secolarizzazione, cioè l'abbandono della fede originaria, dall'altra il fondamentalismo, cioè l'aggrapparsi esasperato all'appartenenza religiosa.
Proprio per questo madre Cabrini, proclamata nel 1950 protettrice dei migranti, è oggi più attuale e più importante che mai, e il suo modello d'inserimento degli immigrati nel nuovo mondo mantenendo il legame con le radici religiose costituisce una via moderna e al tempo stesso non troppo lacerante per la soluzione del problema, dal punto di vista sia sociale sia religioso. Per lei, infatti, è possibile conciliare la libertà, l'iniziativa personale, il coraggio, tipici dell'individuo moderno, con le radici religiose fondanti la nostra identità.
Il Sacro Cuore, posto al centro della sua vita spirituale e mistica, viene proposto da lei come luogo di accoglienza simbolico per tutti, come simbolo del "centro" che si contrappone alla dispersione dell'esperienza moderna, che restituisce un senso di appartenenza a chi ha perso tutte le appartenenze originarie, a chi non sa più riconoscersi e si deve costruire, da solo, una propria identità.
Ma la straordinaria capacità di concreto rapporto con la realtà, dimostrata dai bellissimi istituti da lei fondati nel mondo, non è mai andata disgiunta, nella sua vita, da una fede intensa e da una forza spirituale che l'ha portata talvolta a esperienze di tipo mistico, che però ha sempre cercato di mantenere segrete. Proprio per questo, sa proporre una via interiore di cui conosce le tappe e gli ostacoli. Per lei, la Rivelazione non è stata una acquisizione improvvisa di certezze, ma la consapevolezza di sapere come cercare, la certezza di conoscere una strada da percorrere che può insegnare agli altri. Questa via alla santità, che essa propone a tutte le suore, da lei sintetizzata nella breve e densa frase "Scioglietevi e mettete le ali", consiste nel liberarsi dai legami che ci tengono ancorati al mondo per imparare a volare più in alto, in sintonia con la volontà di Dio.
Questo invito alle missionarie di volare più alto significa anche un ampliamento del loro orizzonte mentale, la capacità di guardare le cose in modo più oggettivo, più generale, in modo da discernere con lucidità gli avvenimenti, da resistere alle manipolazioni della verità. E proprio "mettendo le ali" Francesca Cabrini è riuscita a fare grandi cose, nella totale fedeltà al motto da lei scelto: Omnia possum in eo qui me confortat.