s.Giuseppe, dipinto del Beati Angelico

Il custode della casa

riflessioni su S.Giuseppe

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«Il 19 marzo ricorre la solennità di san Giuseppe, sposo di Maria. Che cosa ci dice la figura di quest’uomo, che la liturgia ci descrive sempre così silenzioso? Il suo messaggio profondo sta proprio nel suo scomparire; non nell’inattività o in un’umiltà affettata, ma nella quotidianità del suo «sì». Quella quotidianità che, ora per ora, non sembra segnare nessuna traccia, ma che, vista nell’insieme di una vita, manifesta la poderosa statura di un uomo.

È questo il messaggio di san Giuseppe: il «sì» di ogni istante, la carità di ogni istante, il suo essere «custode» e «responsabile». Egli è «custode» perché deve occuparsi di qualcosa di cui non è padrone, ma che gli è affidato. Di tutto ciò Giuseppe ha piena consapevolezza. Gesù stesso identifica propriamente con il termine custode colui il quale farà entrare nel suo regno: «Servo buono e fedele che hai custodito il poco, io ti farò custode del molto» (Mt 25, 21).

L’altro termine che descrive la vita di Giuseppe è «responsabile». Nel Vangelo di Luca c’è un episodio che spiega bene questo aspetto: Gesù si perde a Gerusalemme. Quando Maria e Giuseppe lo trovano, Gesù dice una parola pesante nei confronti di quest’ultimo: «Perché mi cercavate? Io devo occuparmi delle cose del Padre mio», e lo dice davanti a Giuseppe. Ma poi, continua il Vangelo: «Essi non compresero le sue parole e Gesù partì con loro, tornò a Nazareth ed era loro sottomesso» (Lc 2,51). Subditus illis.

Gesù era sottomesso a Giuseppe, che aveva la responsabilità di custodirlo: Giuseppe è il custode della casa. Questo è il segno grande che quest’uomo porta nella storia del mondo: Dio ha voluto abitare in una casa, con un padre ed una madre. Ha voluto abitare nel mondo, accettando di essere in una casa: un luogo umano, fatto da mani umane, dove Dio abita.

È questa casa che Giuseppe ha custodito e che noi, seguendo il suo esempio, dobbiamo avere a cuore. Imitare san Giuseppe significa domandare di poter essere custodi, cioè di adorare la grazia che si è ricevuta, difenderla, amarla, servirla.»