Giussani con Carrón

Carrón pro e contro

riflessioni sui motivi di uno scontro

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i fatti, in sintesi

Non è mistero per nessuno che la “gestione” carroniana del Movimento fondato da Giussani abbia suscitato da un lato grandi apprezzamenti e dall'altro aspre critiche.

Vediamo in sintesi di che cosa egli è stato accusato.

  • Anzitutto c'è una questione che potremmo chiamare metodologica, che verte sul concetto di successione del carisma.
  • poi c'è la questione contenutistica più appariscente, ossia la supposta arrendevolezza davanti a una modernità sempre più anticristiana
  • e infine c'è quello che a me pare la vera questione, la natura del carisma, ma più a fondo la natura del Cristianesimo.

Del primo punto parliamo in una pagina a parte.

il motivo più epidermico: una supposta arrendevolezza

«Che giova all'uomo guadagnare il mondo intero,
se poi si perde o rovina se stesso?» (Lc 9, 25)

A livello di contenuti, Carrón è stato accusato di non aver non dato giudizi di fede sull'ambito profano, ma di aver fatto una sorta di “scelta religiosa”, impostazione che che era stata espressamente stigmatizzata da Giussani. Vediamo qualcosa su quanto vi possa essere di sbagliato e quanto di giusto in tale accusa.

Si tratta di un'accusa a Carrón partita dai settori, diciamo, politicamente ultraconsevatori del Movimento, che implicherebbe di aver tradito in qualche modo il carisma di Giussani. Per il fatto che mentre don Giussani dava anche delle indicazioni politiche (o meglio per lo più lasciava che fossero altri, comunque autorevolmente, a darne, da lui non smentiti), ma soprattutto spingeva (anche) a fare delle “battaglie” politiche, tipo contro il divorzio o l’aborto, Carrón ha scelto di non dare più indicazioni di voto, e soprattutto di non impegnare più il Movimento in quanto tale in battaglie politiche a difesa di quelli che gli ultraconservatori identificano (a mio parere fraintendendo Benedetto XVI) come “principi non-negoziabili”, sui quali pertanto un cristiano dovrebbe fare una battaglia all’ultimo sangue, rifuggendo da ogni mediazione e compromesso.

il contesto

Per capire bene il motivo della asprezza dello scontro occorre tener presente il contesto in cui si colloca: quello di una percepita, gravissima, mortale, minaccia alla stessa esistenza del Cristianesimo.

L'aggettivo “mortale” non è casuale: gli “anticarroniani” infatti hanno una percezione non solo altamente drammatica del momento in cui viviamo, ma, più o meno inconfessatamente, pensano che da come si affronta, soprattutto politicamente, la minaccia incombente, dipende la stessa sopravvivenza del Cristianesimo.

Qual è questa minaccia? Essa ha almeno due grandi tentacoli: l'immigrazione (soprattutto islamica) e il “gender”. Da tale multiforme piovra non potrebbe che venire la fine di tutto ciò in cui abbiamo creduto.

La prima minaccia, quella islamica, ha preso potentemente corpo con gli attentati dell'11 settembre (e poi con gli altri atti di terrorismo seguitesi per diversi anni anche sul suolo europeo): molti, in Europa e nel mondo hanno scoperto le potenzialità aggressive e prevaricatrici presenti, se non nell'Islam, almeno in certo Islam. La cui forza è anche nella massiccia presenza di immigrati mussulmani all'interno dei paesi europei.

E questa minaccia è percepita come esponenzialmente accresciuta dalla debolezza demografica degli autoctoni, che “fanno pochi figli” o non ne fanno proprio, mentre gli immigrati hanno un ben più elevato tasso di prolificità. E questo alimenta atteggiamenti allarmatissimi contro tutto ciò che può limitare la potenza demografica degli autoctoni: e a tal riguardo il “gender” è il primo ad essere sotto accusa.

Ora, il fatto che Carrón non abbia preso di petto tali minacce, ma abbia preferito puntare sulla proposta della bellezza dell'esperienza cristiana, scommettendo sulla (imprevedibile) libertà delle persone, piuttosto che su una propaganda ideologica che si irraggi in modo anonimo sulle moltitudini, tamponando a qualsiasi costo le minacce, è apparso come una imperdonabile debolezza. Come una scelta incomprensibilmente rinunciataria.

Di qui, appunto, l'astio nei suoi confronti.

Ma in realtà il punto è altrove. Se infatti la minaccia dell'islam e del gender sono (state) percepite come mortali (insistiamo su questa parole), è perché si parte da una certa concezione del Cristianesimo. E qui veniamo alla questione decisiva.

il motivo profondo: avvenimento o ideologia?

Si può chiamare fede quella che presume che la verità del Cristianesimo dipenda da condizioni esterne, politiche? Si può chiamare fede quella di chi, per credere, ha bisogno che lo Stato sia cristiano?

Per alcuni, sì. Molti tra i critici di Carrón, magari senza rendersene conto, o senza rendersene conto fino in fondo, devono aver pensato proprio questo.

Non si tratta solo del fatto che essi (pur con diverse sfumature: tota capita, tot sententiae) hanno ingigantito in modo talora delirante la portata della minaccia. Si tratta del fatto che hanno fatto come se la cosa più importante, anzi quella decisiva, sia che “nella società” dominino i “valori cristiani”. E dominino essenzialmente in forza di un certo assetto legislativo, percepito come decisivo.

Ma un Dio che esistesse solo se noi riusciamo a farlo esistere, in forza di certe leggi, sarebbe ancora Dio? Sarebbe il Creatore del cielo e della terra?

È Dio che ha bisogno di noi (per esistere)?

O siamo noi che abbiamo bisogno di Lui (per avere la vita vera)?

Qui si gioca la vera partita. Perché se Carrón ha probabilmente esagerato su un punto secondario, scoraggiando una elaborazione collaborativa di un “giudizio comune” sull'ambito profano, i suoi critici hanno sbagliato in modo enormemente più grave su un punto di primaria importanza, finendo con proporre una versione ideologica di Cristianesimo, tutta poggiante su uno sforzo e un progetto umano.

Per approfondire.