Implicazioni politiche della fede
appunti per una politica cristiana
Table of Contents
«il mio Regno non è di questo mondo»
Francesco Bertoldi
il fine di un’azione politica cristiana
cristianizzare il mondo?
A che cosa deve tendere l’azione politica di un cristiano? A far trionfare il bene, uno potrebbe dire. E potrebbe aggiungere che, siccome il bene è Cristo, un cristiano non può non operare affinché la società sia cristiana, si cristianizzi.
Questo, se inteso in un certo senso, potrebbe anche essere esatto, ma dato che si presta a molti equivoci (di tipo fondamentalistico), la formula meno inadeguata sembra essere un’altra: l’azione politica cristianamente ispirata deve mirare “affermare il più possibile la giustizia naturale”.
la corretta cornice teologica
per ben inquadrare la questione
In effetti è vero che Cristo è “il centro del cosmo e della storia” (
Ma è anche vero che il Suo Regno “non è di questo mondo” (Gv, 18,36): Gesù Cristo non ha voluto imporsi in modo coercitivo, ma punta tutto sulla libertà della creatura, da cui vuole essere amato liberamente. Dio non cerca degli schiavi, come ben ha sottolineato Charles Péguy, ma degli amici: vuole essere amato liberamente.
Dio ama la nostra libertà
A cette liberté, à cette gratuité j'ai tout sacrifié, dit Dieu,
Péguy, Le mystère des saints Innocents (
A ce goût que j'ai d'être aimé par des hommes libres,
Librement,
Gratuitement. trad)
le conseguenze politiche
la fede non ha bisogno di essere imposta
Dato che non sembra molto saggio voler essere “più cristiani di Cristo”, conviene attenersi al Suo metodo: una politica che mirasse a forzare la gente a credere non sarebbe una politica cristianamente ispirata. Carlo Magno che forza i Sassoni ad abbandonare il paganesimo e a “convertirsi” al Cristianesimo, non è un modello a cui ispirarsi.
Al soprannaturale la gente deve poter credere: quindi è fondamentale salvaguardare la libertas Ecclesiae, la libertà della Chiesa, che poi coincide esaurientemente, dal punto di vista civile, con la libertà per tutti (per tutti coloro che rispettano i principi costituzionali fondamentali ).
Ma non è che al soprannaturale la gente debba essere forzata a credere: basta che non sia impedita a farlo, basta che non ci siano ostacoli alla libertà (della Chiesa, ossia di tutti).
quello che occorre è la giustizia
Occorre cioè che si lavori affinché la società sia regolata il più possibile su quella che la Scolastica medioevale chiamava giustizia naturale: niente di più. E niente di meno.
Sapendo che alla giustizia, per il peccato originale possiamo solo avvicinarci asintoticamente, e sapendo che non sono le leggi a rendere buono, e nemmeno giusto (se lui stesso non lo vuole convintamente), l’uomo.
poi, ben venga una società cristiana, purché ...
Maritain, in Umanesimo integrale parlava di una “nuova cristianità”, questa volta non più “sacrale”, ma “profana”. Qualcosa del genere potrebbe certamente essere auspicabile. Dentro una cornice di giustizia, infatti, si può ben sperare che la società si cristianizzi: ma per una lievitazione (libera) dal basso, e non per una imposizione dall’alto.
Questo del resto è quello che la dottrina sociale ha sempre detto, affermando il primato della società (e della persona) sullo Stato. Che è poi anche un concetto legato a quello di sussidiarietà: ciò che può essere fatto dal basso, spontaneamente, non occorre che lo faccia il “vertice”, istituzionale.
uno stile inconfondibile
fratellanza universale vs inevitabilità del conflitto
Prima ancora che sui contenuti una filosofia politica che si voglia conforme alla fede deve ispirare uno “stile”, un modo di rapportarsi agli altri soggetti (individuali e collettivi) in netta antitesi con l'idea di contrasto inevitabile, uno stile che invece parta dal presupposto che tutti gli esseri umani sono fratelli, sono membra della stessa famiglia. Una famiglia che ha un unico e medesimo Padre, che vuole bene a tutti, che vuole il vero bene di tutti.
Il motivo per cui il contrasto di fatto innegabilmente esiste è che non tutti (anzi praticamente nessuno in modo perfetto), accettano il bene che il Padre ha pensato per loro, e inseguono invece falsi beni, falsi obbiettivi, e proprio questi mettono gli uni contro gli altri, sia nel micro- sia nel macro-cosmo, come individui, cioè, o come gruppi, come soggettività collettive.
Questo stile, che già la ragione (filosofica) può riconoscere come il migliore, tant'è che è quello praticato in qualche modo anche da dei non cristiani, come Socrate, o come Gandhi, è richiesto dalla fede, per la quale appunto tutti gli esseri umani sono fratelli, e il contrasto c'è ma non è originario, non è strutturale, quindi non è inevitabile. Può, e deve essere superato, perché solo così si realizza l'umano.
Quindi filosofie politiche che teorizzano la inevitabilità dello scontro e della violenza, come quelle di Hobbes, di Hegel, di Marx, o di Carl Schmitt, sono incompatibili con la fede. Così come lo è chiunque teorizzi il diritto del più forte.
un test infallibile
Se uno è preda di indignazione contro una persona o delle persone, lì c’é certamente del satanico.
Non che non ci si possa, e anzi ci si debba, indignare: ma sempre e solo contro qualcosa, non contro qualcuno.
Gesù Cristo ha avuto parole di fuoco contro il male, ad esempio contro l’ipocrisia e il fariseismo, ma ha tenuto accanto a sé Giuda fino all’ultimo e ha chiesto al Padre di perdonare quelli che Lo crocifiggevano (“non sanno quello che fanno”): fino all’ultimo respiro uno può sempre accettare la mano di Chi vuole la nostra salvezza.
non però ebete arrendevolezza
Va aggiunto che la disponibilità al dialogo è altra cosa dalla arrendevolezza all'ingiustizia: come spiego in Dia-logos, il dialogo (dia-logos) suppone il logos, quindi l'uso della ragione, che è in grado di discernere (lo si è ricordato nelle implicazioni gnoseologiche della fede) dove stia il diritto e dove il torto.
Ne segue che il pacifismo inteso come resa al male, come accondiscendenza all'ingiustizia, a una ingiustizia che può essere evitata, non è compatibile con la fede. La vera pace suppone la verità e la giustizia: se non si chiamano le cose col loro nome per paura di irritare l'aggressore, non si rende un buon servizio né alla giustizia e nemmeno alla stessa pace. Perché più corda si dà all'aggressore, più lo si incoraggia a inoltrarsi sempre più nella sua cattiva strada (come è accaduto, nel modo più clamoroso col fallimento della politica di appeasement negli anni precedenti la Seconda Guerra Mondiale).
leggi e società
“non è la legge a fare la mentalità,
ma è la mentalità a fare la legge”
Ciò che più dovrebbe interessare a un cristiano non è che aleggino in modo impersonale dei valori, in quanto imposti per via legislativa, imposti cioè dalle leggi.
Purtroppo negli ultimi decenni molti cristiani, soprattutto di area ultraconservatrice, hanno puntato tutto sulle leggi, hanno puntato tutto sul far barriera contro certe leggi.
Ma questo non appare realistico:
- sia perché il potere delle leggi è limitato: non è la legge a fare la mentalità, ma è la mentalità a fare la legge.
- Sia per il primato della dimensione personale: ciò che dovrebbe interessare a un cristiano dovrebbe coincidere con ciò che interessa a Dio, al Creatore, al Mistero che fa tutte le cose. E a Dio non interessa che ci si astenga esteriormente e forzatamente dal fare certe cose negative, ma che si aderisca convintamente al Bene.
- Senza contare che dallo stesso punto di vista sociale-collettivo una “moralità” che passasse sopra alla adesione libera delle persone, e fosse solo una maschera esteriore di conformismo sociale, non darebbe vita a una società davvero stabile e viva. Sarebbe qualcosa di simile al grigio totalitarismo sovietico, dove la gente eseguiva meccanicamente ciò che il Grande Fratello voleva, senza metterci l’anima.
i contenuti: equilibrio tra libertà e giustizia
Già la se ne può trovare il testo in eTexts Rerum novarum (1893) di Leone XIII (ripresa poi dalla successiva dottrina sociale) delinea questo equilibrio cattolico (cristiano) tra le esigenze della libertà individuale e quelle della giustizia.
Da un lato infatti occorre garantire, contro le filosofie politiche di indirizzo collettivistico e statalistico (come il marxismo), il diritto dell'individuo di intraprendere liberamente una propria attività economica. Senza quindi demonizzare l'iniziativa privata, e l'economia di mercato in quanto tale.
Negare questo sarebbe negare un punto essenziale di una antropologia cristiana, ossia, il valore della persona, e fare dell’individuo una semplice cellula di un organismo collettivo.
Dall'altro non si può lasciare il campo dell'economia alla logica del puro profitto, di un profitto inteso in modo esasperatamente egoistico e individualistico: occorre ricordare, dal punto di vista etico, che l'economia è comunque soggetta all'etica (e quindi a un senso di giustizia: papa Leone XIII parlava al riguardo, ad esempio della “giusta mercede”, nel senso che il salario di un lavoratore non dovrebbe essere stabilito solo in base alla legge della domanda e dell'offerta). E, da un punto di vista politico, è bene che lo Stato si faccia carico di garantire un livello minimo di giustizia distributiva, che eviti la deriva di un individualismo esasperato, quale si esprime nel capitalismo “puro” e a maggior ragione nell'attuale “supercapitalismo”.
Negare il valore della giustizia sociale sarebbe a sua volta negare (più di) un punto essenziale della fede: ad esempio la necessaria solidarietà tra esseri umani, che formano un’unica famiglia, figli dello stesso Padre che è nei cieli. Implicherebbe, ancora, l’idea che la grazia non possa sanare la piaga dell’egoismo, frutto del peccato originale.
Ne segue la incompatibilità della fede con teorie neoliberali, che facciano del profitto il criterio supremo della vita economica, sottraendola a una valutabilità etica. Se lo Stato non deve essere protagonista dell'economia (come nelle economie collettivistiche), esso non può abdicare a un minimo di funzione arbitrale.
democrazia o dittatura?
quale forma di Stato meglio si addice alla fede
i sospetti del passato
Il pensiero cristiano non ha abbracciato subito la forma di Stato democratica: a lungo (ancora nel Sillabo di Pio IX) essa è stata identificata con un potere creatore del “popolo”, come cioè se il popolo, la maggioranza, potesse creare il bene e il male, e non riconoscerli. Come se, per far diventare buona o cattiva una certa azione, bastasse il volere della maggioranza.
Ma tale idea non è intrinseca alla democrazia, che può ben essere concepita come la forma di Stato che permette alla maggioranza di riconoscere quale è, in un certo momento, la miglior declinazione, in quella particolare situazione storica, di valori in sé oggettivi e indipendenti dalla volontà umana.
la situazione attuale
Di fatto, soprattutto dopo la Seconda Guerra Mondiale, i cui immani disastri sono stati causati dalle ossia i totalitarismi di estrema destra, nazismo e fascismo e di estrema sinistra, il comunismo russodittature anti-democratiche, la Chiesa ha non solo riconosciuto la piena legittimità di una democrazia (nei termini sopra richiamati), ma l'ha di fatto ampiamente preferita alla forma dittatoriale di Stato.
Del resto, per molto tempo l'alternativa alla democrazia era costituita dalla monarchia (più o meno assoluta), che, oltre ad essere enormemente più moderata e meno invasiva delle più recenti dittature, garantiva oltretutto una certa benevolenza verso la Chiesa.
Ma oggi, la alternativa alla democrazia sono delle brutali e sanguinarie dittature, che violano sistematicamente i diritti umani, promuovono la guerra, e non danno spazio alla libertà della Chiesa (si veda la politica invasiva e arrogante del governo comunista cinese).
Quindi non dovrebbero esserci molti dubbi sul fatto che la democrazia è senza paragone più compatibile con la fede della dittatura, o meglio dei (neo)totalitarismi.
La democrazia è del resto la più conforme alla “politica” di Dio, che non si impone, ma si propone, e rispetta la libertà delle persone. Come fa la democrazia. E come non fanno i totalitarismi e le dittature.
Per approfondire si veda la pagina dedicata a fede e democrazia.
quale unità dei cristiani, in politica?
Anche qui, si tratta di evitare due estremi:
- da un lato pretendere che dalla fede si possa dedurre un unico tipo di azione politica, precisa fino al dettaglio
- dall’altro negare che la fede fornisca alcune categorie generali, alla luce delle quali almeno sulle scelte più importanti è possibile, e talvolta necessaria, l’unità
In generale quanto più una tesi è di carattere generale, tanto più l’unità dovrebbe essere ovvia: è ovvio ad esempio che non bisogna “fare agli altri ciò che non vorremmo fosse fatto a noi”, ed è ovvio che tutti gli esseri umani sono figli di Dio, chiamati ad essere membra del Corpo di Cristo e quindi fratelli tra loro per natura.
Viceversa, quanto più si scende nel dettaglio di ciò che da tali principi generali discende nella circostanza particolare, entrano in gioco tali e tanti fattori, che non sarebbe né realistico né giusto pretendere una unità coesa e compatta. Ad esempio tutti i cristiani non possono che pensare che l’uomo non sia padrone della vita, e rifiutare perciò, dal un punto di vista etico-personale, tanto l’aborto, quanto l’eutanasia. Ma che tipo di atteggiamento assumere in un dato Stato, nel momento in cui siano state (siano per essere) approvate leggi che riguardano tali temi non è qualcosa che possa essere imposto fino al dettaglio. Si deve infatti tener conto del contesto e delle possibili controindicazioni che certe scelte potrebbero comportare. Senza mai venir meno alla verità, però, e alla limpidezza del giudizio.
Da un lato quindi va evitato ogni diktat che pretenda di imporre a tutti un tipo di scelta particolare (della aserie “se non voti come dico io, andrai all’Inferno!”, o “Ce ne ricorderemo!”).
Dall’altro nessuno dovrebbe sottrarsi a un fraterno confronto dialogico sulle ragioni che lo spingono alla scelta A piuttosto che alla scelta B. Nessuno dovrebbe arroccarsi in una presunta completezza interiore: il confronto è indispensabile.
Per approfondire si veda la pagina dedicata all’unità politica dei cristiani.
per proseguire su Implicazioni politiche della fede
📖 Testi on-line
📚 Bibliografia essenziale
Ernst-Wolfgang Böckenförde,
Cristianesimo, libertà, democrazia (), Brescia 2007.
Luigi Giussani,
L'io, il potere, le opere (). Contributi da un'esperienza, Genova 2000.
Jacques Maritain,
Umanesimo integrale (), Paris 1936, 19462[Una analisi ancora insostituibile dei fondamenti della democrazia, da un punto di vista razionale e da un punto di vista cristiano.].
Emmanuel Mounier,
Cristianesimo e rivoluzione (), Firenze 1981.
Bartolomeo Sorge,
La «ricomposizione» dell’area cattolica in Italia (), Roma 1979.