la Santissima Trinità

Il fine ultimo della vita

ovvero il destino buono

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La forma paradossale del fine ultimo

È merito di Henri de Lubac aver riscoperto quello che i primi secoli cristiani avevano ben chiaro, ma dal tardo Medioevo in poi si era annebbiato: l'Avvenimento di Cristo e la realizzazione soprannaturale da esso resa possibile, non è qualcosa di estrinseco, di estraneo alla nostra umanità, alla nostra natura umana, ma è l'unica risposta adeguata alla domanda che la nostra umanità è. È l'unico che possa saziare il nostro desiderio di felicità, che è desiderio di felicità infinita. Ossia, in termini tecnici (medioevali) è “desiderio di vedere Dio”. La teologia patristica e medioevale parla infatti di un desiderium naturale videndi Deum, che ci costituisce, che costituisce la radice profonda del desiderio. Senza raggiungere in qualche modo questo “Oggetto” infinito, non potremmo mai essere felici. Resterebbe sempre in noi una insoddisfatta inquietudine.

Questo è un paradosso: infatti l'uomo è l'unico essere nel mondo visibile che abbia un fine ultimo non raggiungibile con le sue forze naturali. La nostra natura cioè ha un fine soprannaturale, Dio nella Sua stessa intima vita; qualcosa che l'uomo non potrebbe raggiungere con le sue forze (naturali, le forze di cui è dotata la sua natura), nemmeno se non ci fosse stato il peccato originale.

Il contenuto del fine ultimo

Ma esattamente che cos'è questo fine soprannaturale?

La concezione prevalente nella teologia occidentale vede la vita eterna come consistente essenzialmente in un atto di conoscenza, la visione “beatifica” di Dio, a cui conseguirà la felicità. Nella teologia orientale invece vi è piuttosto l'immagine del banchetto eterno. Questa seconda immagine mi sembra meno inadeguata.

In effetti, l'idea di visio beatifica, pur senza essere sbagliata, si presta talmente a interpretazioni riduttive che una sua revisione sarebbe sommamente auspicabile. Quali interpretazioni? “Vedere Dio” può facilmente essere inteso come qualcosa che ogni singola persona farà, nella sua cabina, prendendosi il piacere di vedere Dio come un Oggetto, qualcosa di posto davanti ai suoi occhi (corporeo-spirituali). Sarà un po' come per gli spettatori in una sala cinematografica: al Cinema Paradiso vedremo il film “Dio”. Un film che durerà un'eternità. Ognuno seduto al suo posto a guardare. Ognuno vedrà qualcosa che sarà fuori di lui (un Oggetto, ob-iectum, posto davanti, ob) e ne godrà separatamente da tutti gli altri beati. Io però non credo che questa sarebbe un'immagine giusta.

La vita eterna mi pare piuttosto partecipazione alla vita di Dio, e Dio è Santissima Trinità, comunione, unità. Dunque partecipare alla vita del Dio uni-trino significa vivere una comunione, una unità coi Tre e con tutti gli altri beati. Questa unità non sarà qualcosa da contemplare (soltanto), ma da vivere. C'è qualcosa di vero nella tesi di Duns Scoto che la libertà (di scelta) non sarà tolta nell'eternità. Non nel senso che qualche beato a un certo punto potrà cambiare idea e andare col diavolo, ma nel senso che non saremo passivi spettatori di un Oggetto, ma attivi co-protagonisti di una unità, che sarà l'essenziale motivo della nostra beatitudine. Perché parteciperemo alla vita di Dio, e Dio è beato proprio per la perfetta unità che vivono i Tre.

Ho detto che l'immagine del banchetto è meno inadeguata di quella della visione: tuttavia in fondo, se ben intese, le due immagini convergono. Infatti “vedere Dio” coincide col “diventare Dio”, e Dio è comunione, unità perfetta dei Tre. Senza che uno cerchi di prevaricare sugli altri, o di primeggiare pavoneggiandosi vanamente. Unità, come i Tre. Reciproca totale autodonazione che non annulla, ma costruisce ed esalta la personalità dei partecipanti all'unità.

E questo fine ultimo si può cominciare a sperimentare già da questa vita, da subito. Imperfettamente, ma realmente.

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