Giussani

Giussani e la teologia protestante

Pregi e difetti

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🍹 Introduzione

questa pagina riporta un passaggio di una intervista (di Giorgio Sarco) del 1979 a don Luigi Giussani, che ebbe modo di studiare la teologia protestante, e qui ne traccia una quadro di pregi e difetti

l'intervista

«Cosa ha imparato un cattolico come lei dalla teologia protestante?

Prima di tutto il senso del limite inerente ad ogni posizione umana. Questa è la pedana di lancio di ogni spirito sano verso la percezione dell'esistenza del divino. Connesso con questo è il senso della concretezza che, nei casi migliori, non è affatto un piatto pragmatismo, ma un gusto per la realtà vista nella totalità dei suoi fattori, che sfocia in un realismo nel quale il rispetto per la libertà si appaia con la valorizzazione di tutti gli aspetti delle cose. Un'altra figura che mi ha molto influenzato fu Paul Tillich. Benché sia te-desco come formazione originale, Tillich ha però incarnato lo spirito del protestantesimo americano in modo perfetto.

C'è una critica che lei, come cattolico, farebbe a questa impostazione teologica pure così affascinante?

Ecco, io credo che ci sia un aspetto, quello più profondo, del pensiero sia di Niebuhr che di Tillich, che non può essere sviluppato a fondo in un ambiente protestante, se non si vuole ripetere l'itinerario per esempio di un Newman verso la Chiesa cattolica. Si tratta proprio della percezione del limite. Dice Tillich che la realtà umana è una specie di linea di confine in cui la storia ed il mistero dell'uomo si incontrano. Una linea di confine, non un segno, e meno che mai un segno efficace, nel quale il mistero si fa presente (un sacramento). Per questo motivo la loro riflessione rimane ultimamente come sospesa in un vuoto.

All'interno dell'apriori soggettivistico, che è proprio del pensiero protestante, il limite finisce quasi inevitabilmente con il rimandare piuttosto che a Dio alla profondità stessa dell'individuo, oppure della umanità come tale, come avverrà nelle diverse teologie della morte di Dio, per esempio in Vahanian. Il messaggio biblico di salvezza si riduce ad essere un contesto d'intuizioni, all'interno del quale si svolge una semplice analisi esistenziale dell'uomo. Nella tradizione cattolica, invece, il limite assume consistenza ontologica e sacramentale; nel segno l'Essere trapela, si annuncia, sostenendo la forma stessa del segno e stabilendone la capacità di richiamo evocativa e suggestiva. È insomma l'idea tomista dell'essenza delle cose come segno dal quale l'Essere trabocca facendosi incontro a chi cerca la verità. È questo sentimento dell'oggettività del mistero che toglie al gusto per il concreto, cioè per l'esperienza e la verifica, il rischio di cadere in un pragmatismo senza anima.»