
Discutere: quando è utile
lo è se si cerca insieme la verità
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Francesco Bertoldi
Discutere è utile se “con benevolenza”
e questo è possibile
La questione è se discutere cercando insieme la verità sia possibile. Che discutere sia più meno esposto al rischio della prevaricazione, al punto che in certi casi discutere diventa come minimo perdita di tempo, e causa di turbamento, è ... in-discutibile. Ma è sempre e necessariamente così? Discutere è intrinsecamente e necessariamente negativo?
La questione rimanda più in generale all’importanza della ragione come pure rimanda agli effetti del peccato originale e alla potenza del Male.
Uno sguardo cattolico dice che il peccato originale non ha distrutto la ragione e, anche con l'aiuto della grazia di Dio, non ha comportato la totale devastazione dell'umano.
Come per molte altre cose la ragione può essere usata bene o usata male. Il fatto che sia possibile usarla male non deve spingere a rinunciare alla ragione.
- Anche la scienza può essere usata male; ma può anche essere usata bene. Quindi non è che, siccome la scienza può essere usata male, si debba rinunciare alla scienza.
- Anche un coltello può essere usato male, ma non è che per questo noi dobbiamo rinunciare ad usare i coltelli.
Come avviene anche in altri campi cioè il rischio che una cosa in sé stessa buona possa essere usata male, non deve spingerci a non usare di quella cosa.
Prendiamo il campo affettivo: lì abbiamo qualcosa di analogo. Per esempio non è che per il fatto che proviamo dei sentimenti benevoli verso una persona, col rischio che questo diventi una pretesa di possesso, si debbano tagliare completamente i ponti con quella persona (o addirittura tagliare completamente i ponti con l’altro sesso). Quest’ultima non è un’ipotesi immaginaria perché per molto tempo, soprattutto nella Chiesa tridentina, l’unico modo che veniva consigliato a sacerdoti o consacrati di rapportarsi all’altro sesso era quello di evitarlo come la peste. Questo è un modo riduttivo di affrontare il problema; è un modo che butta via, a motivo di un possibile rischio, anche qualcosa di positivo che invece potrebbe arricchire la vita.
Per quanto riguarda la ragione che utilizziamo per confrontare argomenti in una discussione benevola è chiaro che anche lì c’è continuamente il rischio di usare la ragione in modo astratto, ideologico, poco o tanto violento. Ma questo non è l’unico modo in cui si possa usare la ragione confrontando argomenti con altri.
Discutere sempre e con tutti?
Non sempre ne vale la pena
Ovviamente il fatto che sia possibile discutere con benevolenza, non significa che non ci siano casi in cui discutere è effettivamente perdere tempo (o avvelenarsi inutilmente l'animo).
C'è però una importante distinzione da fare: quella tra ambito privato e ambito pubblico.
1) a livello privato
non sempre può valerne la pena
A livello privato, interpersonale, dove cioè si è in poche persone e “in presenza”, discutere può avere senso, ma non sempre lo ha.
Per quanto riguarda problemi in cui l'apporto della conoscenza concettuale sia essenziale, non si vede perché non ci si dovrebbe confrontare, purché il tutto sia fatto “con benevolenza” e senza spirito di prevaricazione.
Per quanto invece riguarda il “vertice” della conoscenza sarebbe poco realistico pensare di convincere uno della verità della fede, soprattutto o solo in base ad argomenti; su questo occorre avere una attenzione a che una pura logica, tanto più se astratta, non prevalga sulla testimonianza di una esperienza. In ogni caso la fede non è frutto di argomentazione, ma occorre che uno faccia esperienza che Cristo lo salva. E questo non può accadere senza un coinvolgimento della libertà. Il Mistero non ha voluto costringere le sue creature intelligenti a credere. E neppure costringe gli esseri umani a scegliere chi meglio di altri Lo testimonia: non si impone, me si propone. Se il Mistero avesse come “politica” quella di imporsi, allora potrebbe aver senso puntare tutto su un ragionamento che “inchiodi” l'interlocutore a una ferrea consequenzialità logica. Ma se il Mistero desidera essere amato, e perciò non vuole forzare nessuno, allora l'importanza della logica, che pure c'è e non va disprezzata, è subordinata, come già si diceva, alla testimonianza e al rapporto personale.
Legittimi motivi che possono trattenere dal discutere, in ambito privato, possono essere i seguenti.
problemi con l'interlocutore
È del tutto ragionevole valutare se l'interlocutore abbia o meno un minimo di disponibilità a cercare insieme la verità. Sono fondamentalmente due gli ostacoli che possono compromettere la sensatezza di una discussione “privata”:
- una constatata pervicacia di pregiudizi e/o
- la presenza disturbante di fattori inconsci, che possono arrivare a vanificare la comunicazione di argomenti logici.
Quando ciò accada, si può ben, a ragione veduta, passare oltre quell'interlocutore (o quegli interlocutori), almeno su quel tema, in quel momento. Senza chiudere definitivamente la partita però, nemmeno con lui(/loro). Ma guardando sempre la realtà dell'altro, nel suo darsi non deducibile, non deducibile da suoi precedenti comportamenti.
Senza dimenticare però che noi stessi non possiamo affatto dare per scontata l'assenza in noi di una qualche forma di persistente pregiudizio e di una più o meno residuale volontà prevaricatrice.
problemi con la materia del discutere
Però ciò che ci può trattenere dal discutere non sono soltanto caratteristiche del soggetto con cui potremmo discutere, ma possono essere anche caratteristiche della materia del discutere, dell'oggetto del discutere.
Ci sono infatti problemi che non meritano, per la loro intrinseca natura, di essere fatti oggetto di discussione. Ammoniva in questo senso San Paolo a evitare “questioni stolte”:
«stultas autem quaestiones (...) et contentiones et pugnas circa legem devita,
lettera a Tito, cap. 3, v. 9
sunt enim inutiles et vanae». trad.
2) a livello pubblico
Diverso è il caso del livello pubblico: dove il confronto è “al cospetto” di molti, sia che si tratti di incontri “in diretta” (come in una sala, o alla radio, o in TV) sia che si tratti di confronti “scritti” (su cartaceo e su internet, ad esempio), la necessità di argomentare, di norma, si impone. Mentre cioè a livello privato può essere ragionevole schivare la discussione, a livello pubblico è molto più difficile che ciò sia giustificato da valide ragioni.
In ambito pubblico non esiste tesi, per quanto strampalata e per quanto sostenuta da soggettività della cui buona fede si possa più che legittimamente dubitare, non esiste tesi, dicevamo, che non meriti di essere presa sul serio ed eventualmente confutata. Nel modo più chiaro e convincente possibile.
Non è che confrontandosi argomentativamente con una tesi bislacca la si nobiliti, le si dia una dignità. Purtroppo questo è quello che pensa ad esempio, un certo establishment scientifico, soprattutto di orientamento (ideologicamente) progressista, che guarda con spocchiosa distanza certe tesi. Il fatto è che più una tesi è bislacca, migliori argomenti si hanno contro di essa. E non si capisce perché questi argomenti non debbano esser detti. Dal punto di vista della comunicazione, ciò è un disastro, come fa notare Marc Thompson, che fu a lungo direttore della BBC (in La fine del dibattito pubblico. Come la retorica sta distruggendo la lingua della democrazia): molto meglio dare la parola anche a un ciarlatano, e dibattere con lui sbugiardandolo pubblicamente, piuttosto che farne un martire o un vittima dando l'impressione di volergli tappare la bocca.
Non si tratta di essere inutilmente aggressivi, occorre infatti conservare il più possibile un ultimo sguardo di benevolenza sull'altro, ma di tener conto di tutti quanti “assistono” in qualche modo alla discussione, facendo il possibile perché possano farsi l'idea più esatta possibile di come stiano le cose. In ambito pubblico cadono e perdono senso molte delle possibili obiezioni alla discussione che potrebbero invece valere nell'ambito privato.
che cosa aspettarsi
L'affermazione che “argomentando non si convince nessuno” contiene un ambiguità. Da una parte infatti è vero che l’argomentazione da sola, e soprattutto un argomentazione fatta in modo non benevolo e non all’interno di un orizzonte di stupore per un dato, può essere non solo inutile, ma addirittura controproducente. Tuttavia questo non significa che qualsiasi confronto di argomenti sia intrinsecamente negativo. E per quanto riguarda la sua utilità occorre valutare se questa obiezione non nasconda una pretesa. La pretesa cioè di misurare quanto è utile quello che diciamo. Al riguardo credo che fosse molto giusto quello che un mio amico rispose al suo suocero quando quest’ultimo gli chiese se avrebbe potuto dirgli qualcosa che secondo lui non andava riguardo alla vita coniugale. La sua risposta fu che il suocero poteva dire tutto quello che voleva, senza porsi dei limiti, Ma poi decideva lui (ossia il genero). Questa sembra la formula corretta: dire tutto quello che uno pensa, senza pretendere dall’altro, ma accettando che poi l’altro si comporti da persona umana, cioè giustamente pretenda di essere convinto di quello che fa.
Il motivo per cui uno deve prendere sul serio anche dal punto di vista razionale le critiche che gli vengono rivolte non è che, rispondendo a tali critiche in modo razionale, argomentato, uno pretenda di convincere l’altro. L’importante è che uno, spiegando le proprie ragioni nel miglior modo possibile, metta l’altro nelle migliori condizioni per poter capire. Poi è chiaro che in ultima analisi l’altro rimane comunque libero. E la libertà, lo sappiamo, davanti non solo alle stesse ragioni, ma addirittura davanti agli stessi fatti, può reagire in modo non solo diverso, ma anche diametralmente opposto: davanti alla risurrezione di Lazzaro alcuni credettero in Cristo, altri decisero, all’opposto, che andava fatto fuori. Perciò: uno ha il dovere di spiegarsi nel miglior modo possibile, attivando tutta la propria umanità, razionalità inclusa; poi se l’altro se ne lasci provocare o meno, a un certo punto è un suo problema.
Ma c'è dell'altro. L'ambito pubblico è un ambito potenzialmente illimitato. Io posso anche avere buone ragioni per pensare che tra coloro che vi assisteranno vi siano moltissimi con pregiudizi talmente coriacei da non lasciarsi scalfire nemmeno dagli argomenti più stringenti. Ma chi sono io per escludere, data appunto la natura potenzialmente illimitata di una discussione pubblica, che ci sia qualcuno in buona fede, qualcuno che potrebbe essere colpito da ciò che dico, e da come lo dico?
C'è però un'altra possibile obiezione: discutere in ambito pubblico può al massimo creare “un clima” nella società, ”diffondere”, ”irradiare” - in modo anonimo - dei ”valori” nella collettività, ma a un cristiano deve interessare la persona, la singola persona. Non che nella società “aleggino” i valori giusti.
A questo si potrebbe rispondere che è vero che la persona è il fattore fondamentale e decisivo, ma non è la stessa cosa che nella società siano o meno riconosciuti dei valori giusti. Tanto più se mostrandone la positività uno testimonia anche, testimonia una umanità cambiata. Senza dei valori diffusi, ad esempio, la democrazia, e quindi la libertas Ecclesiae, è a rischio. Ed è meglio che ci sia democrazia e libertà che non una tirannide.
Se poi alla Provvidenza piacerà lasciare che si instauri un tipo di società illiberale e ingiusto, si dovrà accettare quella circostanza. Ma che male ci sarebbe nel fare il possibile, anche a livello, per così dire, collettivo, senza isteria e senza farne un progetto affannoso da perseguire a qualsiasi costo, perché ciò non accada?
in conclusione
Riassumendo
Nel seguente specchietto riassumiamo l'essenziale di quanto detto:
|
ha senso discutere? |
in ambito privato | in ambito pubblico |
|---|---|---|
| sul senso ultimo / la fede | dipende | sempre opportuno |
| sulle grandi questioni ideali | dipende | sempre opportuno |
| sui problemi tecnici | (quasi) sempre opportuno | sempre opportuno |
Sarebbe forse bello un mondo in cui si potesse avere a che fare solo con l'oro del certo (di ciò che è certo, essendo esperienza), e in cui gli esseri umani potessero semplicemente comunicarsi delle esperienze (dei fatti particolari). Ma il nostro mondo non è fatto così: abbiamo quotidianamente e inevitabilmente a che fare, oltre che col certo, con l'oro del certo, anche col probabile, con il bronzo, il ferro e magari il fango, del probabile: e sul probabile non può bastare condividere esperienze, ma occorre confrontare argomenti (in base anche a concetti universali).
L'importante è farlo nel modo più dialogico e benevolo possibile. Ricordando che siamo tutti membri di una stessa grande famiglia. Anzi di un unico Corpo.