
Discutere: quando è inevitabile
non sempre, ma spesso è inevitabile confrontare argomenti
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Francesco Bertoldi
introduzione
Ci sono delle cose nella vita umana, che non sono frutto di discussione, ma sono date, sono date e vanno accolte con semplicità (e gratitudine). Si tratta delle cose più importanti: ciò che riguarda il senso della vita. Chi è credente sa che il senso della vita ci è svelato per pura grazia, in Cristo, nell'incontro con l'Avvenimento di Cristo. Che dobbiamo essenzialmente accogliere e custodire, tornando sempre allo spirito del primo incontro: perché l'Oggetto della fede non si può possedere, capire, ma è qualcosa che ci stupisce sempre. Come diceva San Gregorio Nisseno: «i concetti creano gli idoli. Solo lo stupore conosce» n.b..
A questo livello il rapporto interpersonale più autentico non si impernia su un confronto tra argomenti, un confronto tra idee (universali), tra universali, tra universalità di concetti, ma è essenzialmente comunicazione di esperienza, comunicazione di un Singolare, la singolarità dell'Avvenimento cristiano. Che nessuno possiede, come esito di un suo ragionamento, ma che è un dono ricevuto e non possedibile, per cui «gratuitamente uno ha ricevuto, e gratuitamente dà». E tuttavia, anche a questo livello, una certa componente di discussione è praticamente inevitabile.
Tuttavia ci sono altre cose, altri livelli della realtà e della vita per i quali la discussione come confronto di argomenti è intrinsecamente necessaria, per la natura stessa dell'oggetto da conoscere.
Perché è inevitabile confrontare argomenti
la radice filosofico-teologica di una necessità
«la verità è opera di uomini che vivono insieme
e discutono con benevolenza» (Platone)
Il motivo principale per cui è inevitabile confrontare argomenti relativamente all'ambito profano è che su tantissime questioni (teoriche e pratiche) la soluzione non è immediata e facile. E ciò perché la conoscenza umana è imperfetta. E Dio, facendocisi incontro in Cristo , ha reso possibile affrontare i problemi nel modo migliore, ma non li ha risolti tutti Lui: lascia che la creatura usi delle sue capacità naturali per affrontare i comuni problemi della “natura” (in senso teologico), cioè i problemi dell'ambito “profano”. E d'altra parte la collaboratività tra gli esseri umani è sommamente utile, se non necessaria: già a livello naturale, un confronto benevolo e costruttivo tra persone non può che arricchire, e a livello soprannaturale non si vede perché chi è chiamato all'unità non possa cercare la massima unità con i fratelli nella fede, dove cercare non è pretendere, e non significa imporsi pretendedendosi infallibile e perfetto.
Né andrebbe dimenticato che la conoscenza umana è aperta alla realtà, e quindi può e vuole conoscere le cose, come stanno le cose, come è fatta la realtà e quindi quali siano le scelte più aderenti alla realtà. Se conoscere la realtà non fosse possibile, come vuole il relativismo, allora ognuno farebbe bene a restarsene con la sua verità, ognuno sarebbe, come pensava Protagora, «misura di tutte le cose» («πάντων χρημάτων μέτρον»). Ma se ha ragione il realismo, se conoscere la realtà è possibile, per quanto imperfettamente e progressivamente, allora diventa pienamente sensato arricchire il proprio punto di vista con quello di altri, diventa pienamente sensata la massima collaboratività. Non per creare la verità, non perché mettendosi d'accordo una cosa che è nera diventi bianca, ma per aiutarsi reciprocamente a riconoscere quel livello di verità che da soli conosceremmo molto peggio e con molti più dubbi ed inciampi.
vari tipi di inevitabilità
Vediamo più in dettaglio tre possibili livelli (di inevitabilità della discussione):
il “vertice” della conoscenza
In realtà è vero che la fede è essenzialmente accoglienza di un dono, ma la Chiesa ha sempre insegnato che la ragione può e deve argomentare (per quanto possibile) riguardo alla ragionevolezza della fede. Quello della fede, della fede in senso cattolico, cioè autenticamente cristiano, è un “rationabile obsequium”.
Quindi nemmeno in questo ambito (il “vertice” della piramide conoscitiva) va esclusa (l’importanza del)l’argomentazione, del confronto tra argomenti. Non per nulla la Chiesa cattolica ha sempre coltivato quella parte di teologia che si chiama apologetica, ossia una “difesa” con argomenti razionali della fede. Non perché uno creda innanzitutto o soprattutto perché spinto da argomenti logici, ma perché anche gli argomenti logici hanno una loro importanza. Una importanza secondaria, ma reale.
- Del resto un grande maestro contemporaneo come don Giussani discuteva con i suoi alunni del Liceo Berchet sulla credibilità della fede, e non solo con loro, ma era disposto a farlo, riguardo al problema della fede, anche con chi ad esempio incontrava sul treno; segno che non riteneva totalmente inutile il confronto tra argomenti.
- Ma si potrebbe ricordare che lo stesso fondatore del Cristianesimo non rifuggiva la discussione, ad esempio con i farisei. Solo all'ultimo, davanti a Caifa e al Sinedrio dopo il suo arresto, decise di non farlo più, perché era evidente che i suoi nemici avevano chiuso definitivamente il loro cuore.
Certo, resta che la comunicazione/testimonianza di esperienza ha nettamente il primato su un confronto tra argomenti, nel senso che per credere e per comunicare la fede non basta argomentare: è centrale una comunicazione di esperienza, una testimonianza della fede, la condivisione di un particolare.
la “base” della conoscenza
A maggior ragione discutere è inevitabile a quello che potremmo chiamare il livello alla base della piramide, ossia il livello dei problemi puramente tecnico-profani, come i problemi di carattere medico o di carattere edilizio. In tale ambito è inevitabile che uno confronti degli argomenti con altri argomenti e cerchi di farsi l’idea più adeguata per come affrontare un certo problema. Siccome nel caso di moltissimi problemi la soluzione non si presenta come ovvia, immediata, e condivisa da tutti, è pressoché inevitabile che uno confronti gli argomenti pro e gli argomenti contro di una determinata scelta. Dei medici ad esempio possono discutere tra loro riguardo a una certa diagnosi, o riguardo a una certa terapia. Degli ingegneri possono discutere se una certa opera debba essere fatta in modo x o in modo y. Oppure in tribunale è inevitabile la discussione tra gli argomenti dell'accusa e quelli della difesa. Su questo tipo di problemi insomma la discussione è evidentemente inevitabile.
Tra l'altro a questo livello, dove si trattano problemi che potremmo chiamare “tecnici”, la componente emotivo-affettiva è potenzialmente la più ridotta possibile, e quindi è più facile evitare la tentazione di voler prevaricare l'interlocutore (o gli interlocutori), cosa che può accompagnare altri tipi di discussione. Ovviamente, poi, possono esistere anche discussioni “stupide” dovute al fatto che uno o più dialoganti “si impuntano” per partito preso su qualcosa, che loro stessi non faticherebbero molto a capire come sbagliato.
il livello intermedio (le grandi questioni ideali)
E c'è poi un livello intermedio tra “la base” e “il vertice” della piramide, ossia il livello di quei problemi che riguardano l’ambito profano in quanto rapportato ai problemi ultimi, come ad esempio la politica o la cultura. Anche qui l’esperienza della fede getta una sua luce, ed è quindi di grande importanza una (per quanto implicita) comunicazione di tale esperienza. Tuttavia, dato che si tratta di problemi la cui soluzione non può essere dedotta immediatamente dalla fede, è inevitabile che uno cerchi anche di argomentare dialogicamente, confrontandosi con altri.
Certo, chi è credente dovrebbe argomentare guidato dalla fede, dentro un clima mentale, per così dire, dettato da umiltà e silenzio interiore, e nella massima memoria possibile dell'Avvenimento di Cristo. Quindi evitando sfoghi di umiliante aggressività (che non significa artificiosa impassibilità, perché anche Cristo si arrabbiava).
Questa per esempio è la ragione per cui il Magistero della Chiesa ha pubblicato dei documenti di carattere autorevole su questo tipo di questioni, le grandi questioni ideali. Per esempio i Papi hanno scritto delle encicliche sul problema sociale: dalla Rerum novarum alla Pacem in terris alla Centesimus annus, per far vedere come la fede cristiana illumina e imposta quel problema - che di per sé è profano, di per sé è comune a tutti gli esseri umani - come la fede permette così di affrontarlo in modo più adeguato e più umano. Ma i sommi pontefici che hanno elaborato delle encicliche sociali, hanno dato degli argomenti per giustificare quello che sostenevano e un argomento in quanto tale è confrontabile con altri argomenti. Scende dalla indiscutibilità della pura esperienza di fede, nell’arena della discutibile probabilità, su cui occorre argomentare con disponibilità ad arricchire il proprio (originario/precedente) punto di vista.
La fede infatti aiuta la ragione ma non la sostituisce, non assicura, con totale infallibilità, che dalle vette della fede scaturisca una certa dettagliata soluzione. E noi proprio di dettagliate soluzioni abbiamo bisogno per vivere. Sia come singoli, sia come realtà aggregate. L’esperienza della fede aiuta la ragione a procedere nel modo migliore. Ma è chiaro che in questo livello intermedio è necessario argomentare e quindi è necessario confrontarsi, ossia è necessario discutere. O almeno è necessario essere disponibili a confrontare i propri argomenti con gli argomenti altrui. Disposti a riconoscere chi è più competente di noi e chi (eventualmente, di volta in volta) argomenta meglio di noi.
Quindi in sostanza non è possibile una vita in cui ci si limiti a comunicare esperienze, è necessario anche confrontare argomenti.
Questo perché nella vita non ci sono soltanto cose certe, non c’è soltanto l’ambito del certo, dove è fondamentale l’esperienza e dove è fondamentale che ci sia un atteggiamento di stupore, di silenzio, di accettazione di un Dato; ma c’è anche l’ambito del probabile dove è necessario esercitare quella razionalità che un credente ha in comune con tutti gli esseri umani e a questo livello è inevitabile confrontare (auspicabilmente in modo benevolo) gli argomenti che uno ha con gli argomenti che altri hanno.
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