
Il sì di Pietro
la vera etica cristiana
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Carrón e Giussani
🍹 Introduzione
Brani dagli Esercizi di Rimini 2016, predicati da Julian Carrón, sul sì di Pietro. I brani vertono su dei testi di Luigi Giussani.
introduzione di Julian Carrón
Don Giussani ci sorprende già dalla prima frase: «Il capitolo ventunesimo del Vangelo di Giovanni è la documentazione affascinante del sorgere storico dell’etica nuova. La storia particolare che vi si documenta è la chiave di volta della concezione cristiana dell’uomo, della sua moralità, nel suo rapporto con Dio, con la vita, con il mondo».
Cerchiamo di cogliere tutta la portata rivoluzionaria di questo incipit di don Giussani: la chiave di volta della concezione cristiana dell’uomo, cioè di una concezione più comprensiva e corrispondente dell’uomo, della sua moralità, del rapporto con Dio, è un fatto nella storia. Vale a dire, la chiave di volta di uno sguardo finalmente adeguato a noi stessi e agli altri non è una lezione di antropologia cristiana, ma una storia particolare, senza la quale non capirei neanche l’antropologia. Quello che noi, seguendo la mentalità di tutti, consideriamo quasi irrilevante, perché non è replicabile con i nostri sforzi – una storia particolare non può essere tradotta in un “modello” e perciò non può divenire ripetibile secondo il metodo scientifico –; quello che ci sembra troppo fragile per poter lottare contro le ideologie che riducono l’uomo e che siamo dunque tentati di scartare, per don Giussani è la chiave di volta di tutto. Come dice Gesù di se stesso: «La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo».
Se vogliamo capire queste cose fino in fondo, dobbiamo per forza ritornare a come questa intelligenza nuova e questa moralità nuova sono entrate nel mondo. Non finisce mai di stupire, in questo senso, il valore di metodo che don Giussani attribuisce ai racconti evangelici, da cui si lascia costantemente insegnare e da cui non smette mai di imparare. Noi, la seconda volta che li leggiamo, pensiamo già di saperli! Se non vogliamo ripetere il nostro errore, proviamo a seguire don Giussani nella sua immedesimazione con il racconto del Vangelo; non trattiamo quello che sentiremo come un «già saputo», ma lasciamoci colpire da ogni particolare come se lo ascoltassimo per la prima volta.
«I discepoli erano di ritorno, all’alba, da una brutta nottata sul lago, in cui non avevano pescato nulla. Vicino alla riva, vedono sulla spiaggia una figura che s’adoperava per accendere il fuoco. Avrebbero visto dopo che sul fuoco c’erano pesci raccolti per loro, per la fame di quel primo mattino. Ad un certo punto Giovanni dice a Pietro: “Ma quello è il Signore!”. Allora si aprono gli occhi di tutti e Pietro si butta in acqua, così com’è, e giunge per primo a riva. Seguono gli altri. Si dispongono in cerchio, in silenzio: nessuno parla, perché tutti sanno che è il Signore. Sdraiati per mangiare, dicono tra loro qualche parola, ma sono tutti intimiditi dall’eccezionale presenza di Gesù, Gesù risorto, che era già apparso loro in più circostanze. Simone, che i molti errori avevano reso il più umile di tutti, steso pure lui a terra davanti al cibo preparato dal Maestro, guarda chi ha vicino e con stupore e tremore vede che è Gesù. Allora volge via lo sguardo da Lui e resta così, impacciato. Ma Gesù gli parla. Pietro pensa in cuor suo: “Dio mio, Dio mio, quanto rimprovero merito! Adesso mi dirà: ‘Perché mi hai tradito?’”. Il tradimento era stato l’ultimo grosso errore fatto.» Ma, come ciascuno di noi sa, quando commettiamo un errore grosso, è come se apparissero anche tutti gli errori del passato. Fu così anche per Pietro, perché tutta la sua vita «era stata tribolata, per via del suo carattere impetuoso, della sua imponenza istintiva, del suo farsi avanti senza calcoli. Tutto di sé egli vedeva alla luce dei suoi difetti. Quel tradimento aveva fatto emergere con chiarezza in lui il resto dei suoi errori, quanto lui non valesse niente, quanto fosse debole, debole da far compassione. “Simone...” – chissà che brivido mentre quella parola si scandiva dentro il suo orecchio toccandogli il cuore –, “Simone...” – e qui avrà accennato a voltare verso Gesù la sua faccia –, “...mi ami tu?”. Chi si sarebbe mai aspettato quella domanda? Chi si sarebbe atteso quella parola? Pietro era un uomo di quaranta o cinquant’anni, con famiglia e figli, eppure così bambino di fronte al mistero di quel compagno incontrato per caso! Immaginiamoci come si sarà sentito trapassare da quello sguardo che lo conosceva in ogni sua parte. “Ti chiamerai Cefa”: il suo caratteraccio era identificato con quella parola, “pietra”, e l’ultimo pensiero era per lui immaginare che cosa il mistero di Dio e il mistero di quell’Uomo – Figlio di Dio – avrebbero fatto con quella pietra, di quella pietra. Dal primo incontro Egli ingombrò tutto il suo animo, tutto il suo cuore». Che potenza ebbe quel primo incontro di Pietro con Gesù: decise la sua vita! «Con quella presenza dentro il cuore, con la memoria continua di Lui, [Pietro] guardava la moglie e i bambini, i compagni di lavoro, gli amici e gli estranei, i singoli e le folle, e pensava e s’addormentava. Quell’Uomo era diventato per lui come una grande, immensa rivelazione non ancora chiarita.»
L. Giussani - S. Alberto - J. Prades, Generare tracce nella storia del mondo, pp. 82-83.
Don Giussani continua a rivivere la scena:
«“Simone, mi ami tu?” “Sì, Signore, io Ti amo.”». Ma come è possibile, «come faceva a dire così dopo tutto quello che aveva fatto», con tutti gli errori che gli venivano in mente? «Quel “sì” era l’affermazione del riconoscimento di una eccellenza suprema, di una eccellenza innegabile, di una simpatia che travolgeva tutte le altre. Tutto restava inscritto in quel loro sguardo, coerenza e incoerenza era come se passassero finalmente in secondo ordine, dietro alla fedeltà che sentiva carne della sua carne, dietro alla forma di vita che quell’incontro aveva plasmato.»
Ibidem, p. 83
Simpatia non è una parola che noi spereremmo di trovare quando si parla di morale, tanto più se quella parola fa passare in secondo ordine il problema, che tanto ci affligge, della coerenza o dell’incoerenza. Ma chi lo ha sperimentato lo può capire: una presenza come quella di Gesù, una simpatia come quella suscitata da Gesù prevale su tutti i misfatti che uno può avere commesso.
«Di fatto», continua don Giussani, «non ci fu nessun rimprovero». Semplicemente Gesù gli rivolse di nuovo la domanda: «“Simone, mi ami tu?”. Non incerto, ma timoroso e tremante, rispose di nuovo: “Sì, io Ti amo”. Ma la terza volta, la terza volta che Gesù gli rivolse la domanda, dovette chiedere la conferma di Gesù stesso: “Sì, Signore, Tu lo sai, io Ti amo. Per Te è tutta la mia preferenza d’uomo, tutta la preferenza dell’animo mio, tutta la preferenza del mio cuore. Tu sei l’estrema preferenza della vita, l’eccellenza suprema delle cose. Io non lo so, non so come, non so come dirlo e non so come sia, ma nonostante tutto quello che ho fatto, nonostante quello che posso fare ancora [adesso, ora], io Ti amo”».
Ibidem, pp. 83-84.
Come vediamo, in Simone domina questa simpatia, questa preferenza, di cui il primo a rimanere stupito è Pietro stesso: «Non so come», non sa spiegarsi come sia possibile, ma non può evitare di sorprenderla dentro di sé, come qualcosa di più determinante di tutti gli errori fatti.
La genialità di Giussani si riconosce nella semplicità con cui si lascia insegnare dal racconto, non riducendo il «sì» di Pietro a un contraccolpo sentimentale, a un momento emozionante, lirico e commuovente, ma cogliendone tutta la portata generativa, generatrice, fondatrice di una novità di vita: «Questo “sì” è la scaturigine della moralità, il primo fiato di moralità sul deserto arido dell’istinto e della pura reazione. La moralità affonda la sua radice nel “sì” di Simone, e questo “sì” può attecchire nella terra dell’uomo solo per una Presenza dominante, compresa, accettata, abbracciata, servita con tutto lo slancio del proprio cuore che solo così può ritornare bambino. Senza Presenza non c’è gesto morale, non c’è moralità» (Ibidem, p. 84.).
Basterebbe una frase come questa per smontare interi libri di morale e tante delle strategie che ci sembrano più intelligenti. Quello che può mettere radici in noi, che può prendere piede nell’intimo di noi stessi, non è una legge o un precetto, un discorso o una lezione, ma – dice don Giussani – solo una Presenza, «una Presenza dominante, compresa, accettata»(Ibidem). E questo è liberante. Senza questa Presenza, il «sì» – perciò la moralità – non può attecchire nella terra del nostro cuore. E sarebbe inutile lamentarci. Non è possibile, pur con tutto il nostro sforzo; il «sì» non può attecchire, se non per quella Presenza dominante. «Senza Presenza non c’è gesto morale.» Lo aveva detto Cristo stesso: «Senza di me non potete far nulla» (Gv 15,5.). È stato necessario che la misericordia di Dio diventasse carne, presenza, presenza carnale, storica, per riuscire a trascinare tutto l’uomo, per fare attecchire il «sì» nel cuore dell’uomo.
Che cosa ha di particolare questa Presenza per suscitare il «sì» e quindi la morale nuova?
«Quest’uomo, Gesù, ha una caratteristica umana molto semplice: è un uomo da cui promana una simpatia umana», che non potrà mai scaturire da una legge, da una lezione, da un elenco di cose da fare. È una simpatia umana provocata da quella carne. E «la moralità, cioè la vittoria sul nichilismo», sulla dissoluzione, sul diventare una mina vagante, «non è non sbagliare, non fare errori, ma, pur facendo gli errori, sbagliando, alla fine: “Simone, mi ami tu?”, “Sì, Signore, io Ti amo”». Posso sbagliare mille volte, ma: «Io ci sto; io ci sto alla simpatia umana che promana da Te, Gesù di Nazareth, io ci sto. E dentro questa simpatia che promana da Te io imparo, imparo a vivere, imparo ad essere uomo. È semplicissima la moralità: è starci ad una simpatia, una simpatia umana. Umana come la simpatia che la madre prova per il proprio figlio e il figlio prova per la propria madre». Il problema non è che il bambino non combini pasticci – sarebbe impossibile –: perché impari a vivere, basta che la simpatia della madre attiri e faccia emergere tutta la sua simpatia. Quella di una madre è una simpatia viscerale, come lo è la simpatia di quell’Uomo per Pietro. «Gesù ha questa simpatia umana per te, per me, e io, nonostante che sbagli, dico: “Sì, Signore, io ci sto a questa simpatia”. Quest’ultima affermazione è l’ultima possibilità per vincere il nichilismo che noi “prendiamo” per contagio dalla società in cui viviamo. Mi preme», prosegue don Giussani, «che voi rimaniate su quello che ho detto alla fine, e cioè che la moralità – il rispondere “sì” a Cristo che ti chiede: “Mi ami tu?” – ha un inizio semplicissimo, che è la semplicità dello starci a una simpatia. E lo starci a una simpatia ha un inizio semplicissimo, che è un guardare: uno sguardo a Cristo».
L. Giussani, «La virtù dell’amicizia o: dell’amicizia di Cristo», Tracce-Litterae communionis, n. 4, aprile 1996, pp. IV-V.
A questo link trovate il testo completo.