Giussani e la successione del carisma

come pensava alla successione a sé

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I testi più importanti in cui Giussani ha parlato di ciò che si aspettava sarebbe stato del Movimento dopo la sua morte sono i seguenti.

«Dio si serve dell’effimero. Ritorna l’importanza dell’effimero: per ora, il paragone ultimamente con la persona determinata con cui tutto è cominciato. Io posso essere dissolto, ma i testi lasciati e il seguito ininterrotto - se Dio vorrà - delle persone indicate come punto di riferimento, come interpretazione vera di quello che in me è successo, diventano lo strumento per la correzione e per la risuscitazione; diventano lo strumento per la moralità. La linea dei riferimenti indicati è la cosa più viva del presente, perché un testo può essere interpretato anch’esso; è difficile interpretarlo male, ma può essere interpretato così.

Dare la vita per l’opera di un Altro implica sempre un nesso tra la parola «Altro» e qualcosa di storico, concreto, tangibile, sensibile, descrivibile, fotografabile, con nome e cognome. Senza questo si impone il nostro orgoglio, questo sì effimero, ma effimero nel senso peggiore del termine. Parlare di carisma senza storicità, non è dire un carisma cattolico.»

(Luigi Giussani, Il sacrificio più grande è dare la propria vita per l'opera di un Altro, §4)

«Lo Spirito che dà un carisma ad una persona è lo Spirito di Cristo. Proprio perché il carisma è dato per incrementare la storia del Corpo di Cristo, credo che lo Spirito possa donare lo stesso carisma ad un altro se vuole che i suoi effetti permangano.» (da “Il "potere" del laico, cioè del cristiano”. Intervista con don Angelo Scola, Trenta giorni, agosto-settembre 1987, p. 46.

Giussani pensava molto probabilmente (ad esempio quando parla di successione ininterrotta di coloro che avrebbero guidato il movimento dopo la sua morte, e che egli definisce «riferimenti indicati») a un mandato (non formalmente masostanzialmente: perché l'assenza, nello Statuto della Fraternità voluto da Giussani, di limiti alla rieleggibilità rende possibile un prolungamento indefinito del mandato: si veda qui) sostanzialmente vitalizio, del suo successore, e ciò non pare sia solo questione quantitativa (di quantità temporale illimitata) ma anche qualitativa. E questo sembra perfettamente compatibile proprio con ciò che il card. Farrell ritiene sia “contrario alla dottrina della Chiesa”, ossia “la successione del carisma”. Il successore cioè avrebbe potuto essere investito di una grazia particolare, una grazia gratis data, che lo avrebbe posto qualitativamente al di sopra degli altri membri del movimento e gli avrebbe conferito Giussani era assolutamente convinto che la grazia “carismatica” lo assistesse anche nei giudizi sulla realtà quotidiana e sull'attualità. Ad esempio stigmatizzava chi, con la prima guerra del Golfo e Tangentopoli, pretendeva di distinguere un buon Giussani, maestro spirituale, da un discutibile Giussani che dava giudizi sull'attualità: il carisma gli garantiva un giudizio anche sul profano qualitativamente superiore, per cui dubitare di tale giudizio era dubitare del carisma e della fede. Perciò se la prendeva con la presunzione di certi “intellettuali”, come chi nella prima guerra del Golfo aveva preso una posizione pubblica diversa da quella voluta da Giussani. E della carismaticità del suo giudizio erano convinti i suoi più fedeli seguaci; un piccolo aneddoto: per alcuni autorevoli memores Domini solo lui poteva usare la parola “comunque”; oppure, accadde una volta che parlando de L'attimo fuggente, risultò una indisponibilità a integrare il giudizio su tale film, che era già stato giudicato (=una volta per tutte) da Giussani. (paragonabile, nel suo piccolo, all'infallibilità pontificia: il parallelismo tra Chiesa e movimento venne tematizzato da Giussani nella appendice alla prima edizione cartacea di Alla ricerca del volto umano). Ma diciamolo meglio: lo avrebbe reso qualcuno da seguire, un maestro. In qualche modo paragonabile al fondatore del Movimento.

un'obiezione (e relativa risposta)

Questo sembrerebbe contraddetto da quanto Giussani afferma nella Tischreden “Questo sì e basta” (in Affezione e dimora, p. 204) in cui egli dice di non aver niente di più di quello che hanno le memores Domini che sembrano lamentare di avere qualcosa in meno. Sulla stessa linea sembra essere stato anche Carrón, quando egli negava di avere qualche “manuale segreto” speciale, in cui imparare come si conduce il movimento: non ha a disposizione altro che gli stessi testi di Giussani che tutti possono leggere.

Tuttavia queste espressioni sembrano riguardare solo uno dei due tipi di grazia distinti da Tommaso d'Aquino, ossia la grazia gratum faciens, non la grazia “carismatica”, gratis data. Per quest'ultima può rimanere vero che essa sia data ad alcuni, in particolare a chi guida, più che ad altri.

Ma nel momento in cui Giussani affida a Carrón la guida di Cl, la Chiesa non ha ancora definito (mi viene fatto notare che non è mai stato citato un testo ufficiale della Chiesa, in cui sia formalmente definito il concetto di successione del carisma, con relativa, formale e precisa, condannasemmai lo abbia fatto, successivamente) come erronea la “successione del carisma”. E Carrón, prendendo sul serio tale convinzione di Giussani non ha perciò commesso alcuna colpa sostanziale. Perché finché una certa convinzione non è stata come qualcuno dice non sia del resto nemmeno finora accaduto, in modo formale ed esplicito, col concetto di “successione del carisma”, sostenerla non è una colpa.