un bassorilievo babilonese che raffigura gli ebrei forzatamente condotti a Babilonia

Esilio e ritorno

la inesauribile, pedagogica fedeltà di Dio

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L’esilio

La Palestina fu sottomessa a dominio babilonese e avvennero due principali deportazioni (di ebrei a Babilonia):

  • la prima, parziale, avvenuta nel 597 a.C. (con il regno di Giuda che rimane formalmente in vita ma come vassallo dei babilonesi),
  • e la seconda invece totale avvenuta nel 587 a.C, che comporta la distruzione completa di Gerusalemme e del Tempio. Infatti, dopo due anni di assedio, dal 589 al 587 a. C., Gerusalemme, stretta d’assedio dai babilonesi, cade e il re Sedicia viene catturato e condotto alla corte di Nabucodonosor, mentre i nobili e i responsabili della rivolta vengono passati per le armi e funzionari sacerdoti e scribi vengono incatenati e condotti in un campo a Rama, per essere poi deportati a Babilonia.

Sarebbero stati dai 60.000 agli 80.000 gli ebrei deportati a Babilonia; mentre vennero lasciati in Palestina gli ebrei meno ricchi, sostanzialmente i contadini, sottomessi al dominio babilonese. Ma, sotto il governo del luogotenente dei babilonesi Godolia, avviene una rivolta non voluta da lui (che tra l’altro viene ucciso dai rivoltosi). In qualche modo c’era il sospetto da parte babilonese che tutti gli ebrei collaboratori di Godolia fossero colpevoli e quindi questi decidono di fuggire in massa verso l’Egitto, portando con sé anche l’ormai anziano Geremia, che invano si opponeva a quella fuga in nome di Dio. A quel punto avviene una terza deportazione in Babilonia nel 582 avanti Cristo.

Il viaggio verso Babilonia fu molto lungo, circa 1300 km e gli ebrei all’inizio vennero sottoposti a un controllo molto rigido, con gli uomini legati a due a due. Ma poi venne chiesto loro di collaborare per evitare che morissero in troppi, dato che quelli che non ce la facevano a viaggiare erano facile preda poi degli sciacalli e degli animali feroci.

Arrivati a Babilonia vennero adibiti a lavori forzati, e fatti abitare in campi di concentramento dove, a differenza di quanto avevano fatto gli Assiri, non erano sparpagliati in mezzo ad altri popolazioni ma concentrati tra di loro (ebrei). Inoltre i babilonesi, a differenza degli Assiri non ripopolarono la Palestina con popoli diversi dagli ebrei e quindi quei luoghi rimasero liberi per il loro ritorno. Infine col tempo la condizione degli ebrei migliorò e venne loro concesso di intraprendere attività economiche e addirittura anche di accedere a cariche pubbliche. Quello che tenne uniti gli ebrei nell’esilio babilonese fu la fedeltà all’alleanza con Dio.

Ad essere deportata fu essenzialmente la classe dirigente ebraica, ossia funzionari, sacerdoti, artigiani: persone insomma che a Babilonia potevano essere utili, mentre in patria potevano fomentare delle rivolte. In Palestina vennero lasciati soltanto a contadini ignoranti e incapaci di auto-organizzarsi e di organizzare eventuali rivolte.

La stragrande maggioranza degli ebrei quindi rimase in patria. Questa non venne completamente devastata perché i campi e le vigne più di tanto non potevano essere devastati a differenza del tempio di Gerusalemme. E la stessa Gerusalemme secondo mons. Galbiati non venne rasa al suolo, ma restò una città punto di riferimento della religione ebraica.

Ezechiele.

Tra i deportati del 597 c’era un sacerdote di nome Ezechiele. Egli si trovava a Babilonia già da cinque anni, e assieme ad altri ebrei lavorava alla manutenzione di un canale di irrigazione, quando ebbe una visione straordinaria. Proveniente dal nord, un vento tempestoso si avvicinava al profeta trascinando con sé una nube di fuoco, al centro della quale Ezechiele poté discernere quattro esseri viventi dall’aspetto molto strano. Avevano facce d’uomo, ali d’aquila, corpo di leone e di toro. Erano cioè simili a dei Cherubini assiro-babilonesi, esseri alati che fungevano da custodi all’ingresso degli edifici più importanti. In mezzo a questi quattro esseri il profeta vide dei carboni ardenti che bruciavano come una fiaccola: era il fuoco di Dio a cui prestavano servizio le quattro creature in rappresentanza di tutte le altre. Accanto ad ogni creatura c’era una ruota, costellata di occhi, che si muoveva in ogni direzione seguendo i movimenti delle quattro creature. Le quattro ruote, poi, formavano una specie di carro che si muoveva da nord verso sud.

A un certo punto Ezechiele ha la visione di Dio al cui cospetto egli si inginocchia e sente una voce che lo investe di una missione di andare presso gli israeliti, popolo di ribelli contro Dio.

La missione ricevuta da Ezechiele significava che Dio non abbandonava il suo popolo.

i due periodi della predicazione di Ezechiele

Il primo periodo va dal 593 al 587, anno della caduta di Gerusalemme. Il secondo periodo dal 587 al 571, probabile anno della morte del profeta.

Nel primo periodo, riprendendo i temi di Geremia, Ezechiele condanna duramente quanti sperano di tornare presto in patria: Dio è presente anche a Babilonia, Israele è stato abbandonato nelle mani dei conquistatori, che sono uno strumento di punizione voluto da Dio, ed è inutile ribellarsi: si andrebbe incontro a una punizione ancora più dura.

Nel secondo periodo della sua predicazione il profeta si rende conto che ora egli deve rincuorare il suo popolo. Certo, la liberazione dai babilonesi non avverrà in tempi brevi, ma il castigo di Dio non è per la distruzione, bensì per il rinnovamento dell’alleanza. Dio stesso si metterà a capo del suo popolo, ed Egli opererà quella riforma di cui non sono stati capaci i Re, i pastori di Israele. Si avrà allora il nuovo tempio, il nuovo culto, la nuova sistemazione nella terra promessa. Dio punirà agli oppressori di cui egli ha inteso servirsi per la purificazione del suo popolo mentre essi si sono insuperbiti e provano gusto a opprimere gli israeliti.

In questo punto del libro del profeta Ezechiele c’è il brano del capitolo 16 tanto caro a Papa Francesco, relativo a Israele che si è prostituita, concedendo i suoi favori ad ogni passante dimenticando tutti i favori che aveva ricevuto da Dio.

Si inserisce qui anche il tema che i figli non debbano pagare per le colpe dei padri. Nel capitolo 18 infatti ricorda il proverbio “i padri hanno mangiato l’uva acerba, e i denti dei figli si sono allegati”, che Ezechiele però in nome di Dio contesta: se i figli percorreranno la via giusta non peseranno su di loro le colpe dei padri.

Nel capitolo 37 di Ezechiele abbiamo la profezia delle ossa inaridite che tornano a vivere, ossia il messaggio che Dio tornerà ad aiutare il suo popolo e lo libererà da una condizione di morte. Ma secondo mons. Galbiati, in questa visione è implicata anche l’idea di una vita dopo la morte, un’idea di cui gli israeliti avevano avuto fino allora un’idea molto opaca e vaga.

Gli ultimi capitoli del profeta Ezechiele, quelli dal cap. 40 al 48, riguardano delle visioni in cui innanzitutto Dio promette una nuova alleanza e promette di dare un cuore nuovo al suo popolo. Poi c’è la visione di come dovrà essere il nuovo tempio a Gerusalemme: più bello e più ricco di quello di Salomone, che è stato distrutto dai babilonesi. E c’è la visione di come dovranno essere i sacerdoti: divisi in due grandi categorie ossia quelli che non si sono macchiati, i sadochiti, e quelli che invece, essendosi in qualche modo macchiati, saranno in una posizione inferiore. E infine si parla di come dovrà essere la classe politica: in questa parte secondo mons. Galbiati affiora un ideale di giustizia sociale, in quanto la terra dovrà essere ridistribuita equamente tra tutto il popolo.

una riorganizzazione della Bibbia

Durante l’esilio a Babilonia le élites intellettuali sacerdotali hanno modo di riordinare e riorganizzare i libri dell’Antico testamento e pare che sia in quel periodo che abbiano anche messo per iscritto i libri di Giosuè, dei Giudici, di Samuele e dei Re.

il “secondo Isaia”

È in quel contesto che opera il profeta chiamato anche secondo Isaia o DeuteroIsaia che scrive il “libro delle consolazioni” che viene poi inserito nel libro di Isaia, ai capitoli dal 40 al 55.

Contenuto della sua predicazione sono la consolazione, l’esortazione e l’incoraggiamento degli esiliati. Come Geremia ed Ezechiele infatti, il secondo Isaia vive in un periodo di disfatta nazionale, ma l’orizzonte è mutato. I babilonesi che avevano sconfitto gli ebrei si avviano ormai al tramonto. Al loro posto il profeta vede sorgere l’astro di un grande sovrano che sconfiggerà i babilonesi e permetterà ai giudei il ritorno in patria. Si tratta di Ciro, guerriero originario dell’Iran meridionale, destinato a passare di vittoria in vittoria fino a sconfiggere e sottomettere i babilonesi.

Ciro non è soltanto colui che libererà i giudei, ma è anche colui che abbraccerà il monoteismo giudaico e quindi si apre un orizzonte nuovo: il riconoscimento dell’unico Dio non è destinato soltanto al popolo ebraico, ma a tutti i popoli della terra. Infatti Dio è signore di tutta la terra e Ciro è un suo strumento. Questo nulla toglie al fatto che Dio si manifesti in una porzione della realtà; e infatti abbiamo delle profezie del “servo di Jahvè”, che è destinato comunque a soffrire.

la liberazione

Nel sesto secolo avanti Cristo i Medi e i Babilonesi sono i dominatori del Medio Oriente. I primi più a nord, i secondi più a sud. A un certo punto Babilonia entra in crisi, anche per la sua politica poco rispettosa dei popoli assoggettati anche dal punto di vista religioso ed emerge la potenza persiana con Ciro. Egli si rivela molto saggiamente tollerante e rispettoso nei confronti delle popolazioni sconfitte o assoggettate e nei confronti delle loro credenze. Ad esempio Ciro risparmia la vita a tutti i nemici sconfitti.

l’Editto di Ciro e il ritorno dall’esilio

Ciro era molto vicino al monoteismo in quanto adoratore di Ahura Mazda, unico Dio fonte di ogni bene, contrapposto allo spirito del male (peraltro forse, in tale conezione, ci sono elementi prossimi al manicheismo). Peraltro, se non altro per ragioni politiche, affermava di privilegiare il dio babilonese, Marduk.

Nell’editto con cui Ciro libera il popolo ebraico dalla schiavitù babilonese, si rivela una vicinanza al monoteismo ebraico, in quanto egli esorta gli Ebrei non solo a tornare nella loro patria ma anche a ricostruire il Tempio in onore del dio di Israele.

Gli ebrei iniziano a ricostruire il tempio (Esdra 3-6)

Solo una parte degli ebrei deportati a Babilonia tornò (subito) in patria. Ma la parte rimasta in esilio volontario aiutò comunque quelli che tornavano, ossia circa 40.000 persone, alla cui testa c’erano Zorobabele, discendente del re Joakim morto in esilio, e accanto a lui Giosuè sommo sacerdote, ai quali Ciro aveva dato potere di ritornare in patria restituendo loro diversi arredi che erano stati depredati da Nabucodonosor.

Tuttavia in patria trovarono l’ostilità dei Samaritani che si erano mescolati sia dal punto di vista razziale che dal punto di vista spirituale con i pagani. In particolare i samaritani si opponevano alla ricostruzione del tempio a Gerusalemme, trovando in questo la sponda di chi aveva preso il posto degli esiliati e mal digeriva il loro ritorno. Perciò in un primo tempo la ricostruzione del tempio procedete molto a rilento finché arriva il profeta Aggeo che rimprovera da parte di Dio in questa tiepidezza ed esorta ad anteporre alla ricostruzione delle case private la ricostruzione del tempio.

I profeti che predicono la ricostruzione nazionale.

Aggeo e Zaccaria rimproverano il popolo, avvertendolo che i suoi mali nascono dal fatto di non aver posto mano alla ricostruzione del Tempio.

Sulla stessa lunghezza d’onda anche il profeta Malachia (che non è detto indichi una persona reale), il quale predice una Nuova Gerusalemme destinata ad avverarsi, ammonendo gli Ebrei a non prendersi gioco di Dio.

C’è poi il secondo Zaccaria, di cui si parla nei capitoli che vengono aggiunti al libro di Zaccaria (un po’ come libri sono stati aggiunti al libro del profeta Isaia, per cui si parla del secondo e del terzo Isaia). Nel secondo Zaccaria si trova la profezia del Messia che non a caso sarà citata dagli evangelisti.

Il “terzo Isaia”

Il ritorno in patria si era rivelato molto meno roseo di quanto aveva predetto Isaia e oltretutto Ciro non si era convertito all’unico di Dio di Israele come invece era stato predetto.

Nasce allora il “terzo Isaia” che spiega come il mancato adempimento delle promesse non dipende dalla infedeltà di Dio, ma da quella del popolo ebraico, che non si è convertito all’alleanza con Dio. Quando invece il popolo si convertirà, Gerusalemme diventerà il centro del mondo dove accorreranno tutti i popoli della terra.

to be continued ...

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